Sul contratto della sanità pubblica, appena firmato – SI Cobas Sanità

Governo, Regioni e sindacati firmaioli hanno concordato su un punto: la sanità pubblica deve lavorare di più ma costare di meno; ovvero, gli operatori dovranno lavorare di più e costare meno. La qualità dei servizi non potrà che peggiorare e questo giustificherà un ulteriore passaggio di ampi settori di sanità pubblica (quelli profittevoli) ai privati.

Contratto Sanità firmato (però i soldi se li sono dimenticati)

Con grandi squilli di trombe e richiami retorici ai bui anni della pandemia, i sindacati Confederali (CGIL, CISL e UIL) e corporativi (Nursing UP, Nursind, e FIALS) annunciano la firma del “nuovo” contratto della Sanità Pubblica.

Cosa hanno firmato?

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Per un contratto unico di tutta l’area sanitaria, la riduzione dell’orario di lavoro, forti aumenti salariali: Milano, 7 maggio – SI Cobas

Premessa

Negli ultimi decenni l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro degli operai, dei proletari e dei salariati si è palesato sia in forme dirette e brutali che attraverso modalità più subdole ed indirette.

Una di queste modalità è stata la moltiplicazione dei contratti e la soppressione di elementi normativi quali la scala mobile e l’anzianità di servizio, lo statuto dei lavoratori. Le lotte degli anni ‘60 e ’70 furono condotte all’insegna di rivendicazioni egualitarie ed unificanti per tutti i lavoratori.

L’altro fondamentale portato di quella stagione ricca di fermenti sociali fu la valorizzazione dei Contratti Nazionali utili ad imporre un perimetro di difesa generale che a partire dalle posizioni operaie più attive e concentrate (quindi più forti) andasse a tutelare anche situazioni più deboli e periferiche proprio facendo valere regole estese a tutto il territorio nazionale.

Le lotte, le conquiste economiche e sociali e un clima di diffusa solidarietà tra i lavoratori avevano eretto delle ideali cinte a difesa della cittadella operaia. Negli ultimi due decenni con il defluire delle lotte è iniziato l’assedio padronale. Sono stati presi di mira proprio i simboli e le conquiste di quegli anni: i contratti nazionali, gli aumenti egualitari, che sono il vero cemento per l’unità dei lavoratori, e i meccanismi di difesa automatica dei salari a fronte della crescita dell’inflazione e del costo della vita, la scala mobile, l’anzianità di servizio ecc.

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Due anni di lotta contro l’uso capitalistico della pandemia – SI Cobas

Due anni di pandemia e di lotta all’uso capitalistico dell’emergenza sanitaria – Assemblea (on line) 10 aprile, ore 10 – Zoom Meeting 6154963185 – Password 091651

Due anni di lotta contro l’uso capitalistico della pandemia

Questo documento muove dalla necessità di chiarire e specificare alcuni elementi di analisi e di riflessione alla luce degli sviluppi più recenti della crisi pandemica di CoViD-19, delle problematiche urgenti che questi pongono dentro e fuori i luoghi di lavoro e dei compiti immediati e di prospettiva cui sono chiamate le avanguardie di classe e, con esse, il SI Cobas a tutti i livelli.

La scelta di pubblicare queste riflessioni oggi, a riflettori spenti e all’indomani della proclamazione della fine dell’emergenza sanitaria sancita per decreto dal governo Draghi, è tutt’altro che casuale.

Nelle scorse settimane i trambusti mediatico- propagandistici attorno al tema della pandemia, e con essi la vera e propria infodemia che ha accompagnato (e in larga parte avvelenato) questo biennio di crisi sanitaria, si sono repentinamente silenziati per lasciar spazio alla propaganda bellica a reti unificate (altrettanto martellante e tossica) in concomitanza con lo scoppio della guerra in Ucraina.

In barba a un quadro epidemiologico che su scala mondiale vede tuttora più di un milione di nuovi contagiati e migliaia di nuovi decessi ogni giorno, il Co-ViD-19 è pressoché sparito dai radar della comunicazione, sia a livello “mainstream”, sia sui canali sedicenti “alternativi”.

Parallelamente, le dispute (che, come si vedrà, in molti casi sarebbe più appropriato definire delle vere e proprie gazzarre) sul tema dei vaccini, del greenpass e, più in generale, della genesi della pandemia e della sua gestione politica complessiva, che per due anni hanno attraversato tangenzialmente lo stesso panorama delle forze sociali, politiche e sindacali di orientamento anticapitalista, monopolizzandone di fatto il dibattito, si sono improvvisamente sopite.

Se fino a ieri la pandemia costituiva il campo di battaglia privilegiato per una variegata sfilza di cialtroni, imbonitori, lestofanti e dilettanti allo sbaraglio, improvvisatisi virologi ed epidemiologi a mezzo social, oggi il ring si è traslato, con analoga foga e altrettanta superficialità, sul tema della guerra: gli esperti di “dittatura sanitaria” si reinventano esperti di “geopolitica”, con un’apparente e netta soluzione di continuità che, in realtà, cela il continuum di una narrazione e di un’interpretazione caricaturale, populista e interclassista degli eventi e della sequela di catastrofi ed emergenze che accompagnano, con sempre maggiore frequenza ed intensità, l’epoca attuale caratterizzata dalla crisi sistemica del modo di produzione capitalistico.

Che Draghi e i suoi omologhi occidentali si siano affrettati a nascondere l’immondizia sotto al tappeto per celare il colossale e rovinoso fallimento dell’intera gestione dell’emergenza pandemica e giustificare la sua conclusione come se nulla fosse, è ben comprensibile; ciò che invece lascia alquanto sconcertati è il navigare a vista di tanti sedicenti anticapitalisti, tanto pronti a saltare di palo in frasca a seconda dell’”emergenza” che di volta in volta viene imposta all’ordine del giorno dalle istituzioni e dai media loro asserviti, quanto incapaci di cogliere le connessioni esistenti tra i vari aspetti della crisi e di individuare possibili linee di intervento generali e unificanti nell’iniziativa di classe.

Il SI Cobas, che fin dalla sua nascita ha caratterizzato la sua identità e delineato la sua iniziativa sindacale e politica in chiave esplicitamente anticapitalista e internazionalista, da oltre un decennio ha assunto la crisi capitalistica globale quale elemento di analisi e cornice di riferimento imprescindibile ed ineludibile per la comprensione delle tendenze, degli eventi e degli sconquassi che periodicamente si abbattono sulla società e sulle vite di miliardi di proletari del pianeta.

Da anticapitalisti e da internazionisti non pentiti, abbiamo fin dal primo momento inquadrato la pandemia di CoViD-19 come un “momento” della crisi generale, come uno dei sintomi di una sua potenziale precipitazione su scala globale: non a caso, già in occasione del convegno nazionale online da noi promosso il 17 aprile 2021, abbiamo affermato a chiare lettere che, più che di pandemia, è a nostro avviso decisamente più appropriato definire la fase attuale col concetto di sindemia capitalistica, cioè di un interazione simultanea tra crisi ambientale, sociale, politica, economica e sanitaria quali concause e al tempo stesso aggravanti della crisi pandemica.

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PNRR: Piano Nazionale di Radiazione di ogni Resistenza (umana) – Il Rovescio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo testo scritto da “una compagna che da trent’anni si occupa di salute (in senso professionale e non solo)” ricco di spunti condivisibili, che sono stati trattati e discussi più volte su questo blog e nell’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi del 17 aprile scorso, alla cui organizzazione abbiamo partecipato – un testo che ha anche qualche enigmatico silenzio, qualche enfasi di troppo, forse, e un appello finale da raccogliere, e da integrare.

Troviamo essenziale, anzi discriminante, la premessa che la compagna fa: siamo davanti ad “un’emergenza sanitaria reale” di carattere mondiale (una pandemia), e “sminuirne la gravità è un errore” (anche in considerazione del long covid, più rilevante tra i giovani, “con conseguenze sul lungo termine ancora ignote”). Discriminante perché c’è chi sostiene, invece, che si possa criticare la gestione statale e padronale della pandemia, che è stata ed è per noi criminale, caotica, terroristica sul piano della comunicazione, e discriminatoria-repressiva con l’adozione del “green pass”, solo a condizione di ritenere la covid-19 un virus banale, “più o meno un’influenza stagionale”, o qualcosa di cui non si sa bene cosa sia e che colore abbia, chi la conta cotta, chi la conta cruda, cosa importa? Una posizione da ciarlatani, che rifiutano di fare i conti con la realtà.

Altrettanto d’accordo siamo con la compagna sull’importanza della ricerca delle cause, e sul fatto che la pandemia ha assunto in Italia (e in tutto l’Occidente) questa portata anche per effetto “delle scelte operate negli ultimi 30 anni nel servizio sanitario nazionale”. Che non riguardano solo i tagli alla spesa, le privatizzazioni, etc., come se prima dei tagli e delle privatizzazioni tutto andasse per il meglio; riguardano, più in profondità, la direzione assunta da molti decenni dalla medicina, la sua crescente concentrazione sui sintomi da “curare” con farmaci e protocolli “senza alcuna considerazione del contesto individuale e ambientale” entro cui le malattie nascono e si sviluppano. A riguardo abbiamo più volte ricordato su questo sito il contributo di Giulio Maccacaro sulla centralità, disconosciuta dal capitale, della prevenzione primaria, “quella che si applica al soggetto sano per conservarne la salute e impedirne la malattia”, che considera il processo morbigeno per lo più multifattoriale ed è “tatticamente fondata sul riconoscimento della predisposizione e l’abbattimento dell’eziologia, ma strategicamente rivolta alla promozione della salute come valore positivo”.

L’enorme potere iatrogeno delle case farmaceutiche [da ultimo illustrato, per gli Stati Uniti, in materia di oppiodi da Anne Case e Angus Deaton in Morti per disperazione e il futuro del capitalismo] ha in effetti bisogno sia di “consumatori fidelizzati”, farmaco-dipendenti, sia della accettazione di un approccio “espressamente commerciale” alla malattia e ai malati da parte della “fetta, ahimé consistente, di medici e ricercatori compiacenti”. Sottoscriviamo in pieno. Incluso l’ultimo passaggio, che riconosce l’esistenza di una quota, certo minoritaria, o anche molto minoritaria ma reale, di medici e ricercatori non compiacenti, liberi, da chiamare in causa e quindi alla “auto-organizzazione”. Sostenere invece che la scienza e la ricerca scientifica in generale e nella loro totalità producano oggi “solo disumanizzazione”, è ancora una volta da ciarlatani, che sulla base di tale falsa premessa si sentono poi autorizzati a sparare ogni sorta di idiozie, magari accreditando “ricercatori” affetti anche loro da dosi rilevanti di ciarlataneria, presi a pedate nel didietro, a suo tempo, da un certo Sabin, grande scienziato di memorabile integrità.

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Un’emergenza sanitaria che viene da lontano…

Un anno fa (il 30 marzo 2020) pubblicavamo sul blog questo intervento. Abbiamo deciso di riproporlo perché tocca due questioni essenziali anche oggi. La prima è la contrapposizione tra pubblico e privato, secondo cui sarebbe buona (per natura) la sanità pubblica, e cattiva quella in mano ai privati – una contrapposizione che noi respingiamo perché la sanità pubblica è stata progressivamente permeata in profondità dei criteri capitalistici e aziendalisti propri della sanità privata e dei for profit hospitals statunitensi quotati a Wall Street, e perché sono state proprio le istituzioni statali, governi, parlamento e regioni a mettere a disposizione i bilanci statali per ogni forma di affarismo e di speculazione dei privati “imprenditori”. Ovviamente siamo per un sistema sanitario pubblico, unico, universale, gratuito, dotato di una fitta rete territoriale, e completamente rifondato sul criterio della prevenzione delle malattie e della tutela della salute sui luoghi di lavoro. Altrimenti limitarsi a rivendicare il pubblico contro il privato significa solo alimentare la fiducia nel feticcio-stato, strumento per eccellenza della classe capitalistica. La seconda questione trattata nel pezzo di un anno fa che ritorna in questi giorni, è quella degli “untori“: il governo Draghi e la “grande stampa” hanno messo nel mirino il personale sanitario (una piccola minoranza) che non vuole vaccinarsi, come se si dovesse accollare ad esso la prova catastrofica data dal sistema-Italia, prima con Conte ed ora con Draghi, nel contrare la diffusione dell’epidemia e nel mettere in atto la vaccinazione – una prova che fa dell’Italia uno dei tre paesi al mondo con il più alto tasso di letalità del virus. Beninteso, gli “untori” ci sono, ma stanno acquartierati nei palazzi del potere, di quello confindustriale e di quello politico.

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Milano, terapie intensive al collasso per l’influenza: già 48 malati gravi, molte operazioni rinviate. Difficoltà ad accogliere nuovi pazienti, prenotazioni sospese per i posti letto delle rianimazioni destinati ad accogliere i malati dopo le operazioni, turni straordinari (gratis) per medici e infermieri richiamati dalle ferie. Appello dei medici alla Regione. Numeri record. Le complicazioni dell’influenza, soprattutto le polmoniti, mandano in crisi le rianimazioni”.

“A Pordenone troppe persone hanno l’influenza e gli ospedali bloccano le operazioni. Sospensione degli interventi chirurgici programmati per liberare disponibilità in previsione del picco del virus, previsto nelle prossime ore. Siamo di fronte ad una situazione senza precedenti.”

Quelli appena citati potrebbero sembrare dispacci di questi giorni dovuti alla emergenza della pandemia da Covid-19. E invece no. Sono solo alcuni dei tanti articoli del gennaio 20181 relativi alla situazione degli ospedali della Lombardia e del Friuli Venezia Giulia, in ginocchio per il picco influenzale invernale. La situazione che stiamo vivendo oggi non ha un’unica causa nella straordinarietà del virus che si sta affrontando, del quale poco si conosce; si deve anche, se non soprattutto, al criminale smantellamento della sanità italiana. Come spiegarsi altrimenti il collasso delle sanità regionali considerate “di eccellenza” avvenuto due anni fa a fronte di una banale influenza?

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