Un’emergenza sanitaria che viene da lontano

Milano, terapie intensive al collasso per l’influenza: già 48 malati gravi, molte operazioni rinviate. Difficoltà ad accogliere nuovi pazienti, prenotazioni sospese per i posti letto delle rianimazioni destinati ad accogliere i malati dopo le operazioni, turni straordinari (gratis) per medici e infermieri richiamati dalle ferie. Appello dei medici alla Regione. Numeri record. Le complicazioni dell’influenza, soprattutto le polmoniti, mandano in crisi le rianimazioni”.

“A Pordenone troppe persone hanno l’influenza e gli ospedali bloccano le operazioni. Sospensione degli interventi chirurgici programmati per liberare disponibilità in previsione del picco del virus, previsto nelle prossime ore. Siamo di fronte ad una situazione senza precedenti.”

Quelli appena citati potrebbero sembrare dispacci di questi giorni dovuti alla emergenza della pandemia da Covid-19. E invece no. Sono solo alcuni dei tanti articoli del gennaio 20181 relativi alla situazione degli ospedali della Lombardia e del Friuli Venezia Giulia, in ginocchio per il picco influenzale invernale. La situazione che stiamo vivendo oggi non ha un’unica causa nella straordinarietà del virus che si sta affrontando, del quale poco si conosce; si deve anche, se non soprattutto, al criminale smantellamento della sanità italiana. Come spiegarsi altrimenti il collasso delle sanità regionali considerate “di eccellenza” avvenuto due anni fa a fronte di una banale influenza?

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Per garantire l’approvvigionamento dei beni di prima necessita’ bisogna chiudere tutto il resto (Si-Cobas)

Comunicato-stampa urgente

C’È UN SOLO MODO PER GARANTIRE L’APPROVVIGIONAMENTO DEI BENI DI PRIMA NECESSITÀ: CHIUDERE IMMEDIATAMENTE TUTTO IL RESTO!

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È di questi minuti una nota del Viminale ai Prefetti che invita a “prevenire il blocco della distribuzione a seguito dell’attività di protesta da parte di alcune sigle sindacali, che si concretizza in astensioni generalizzate e coordinate dal lavoro nei settori della logistica, trasporto e spedizione”.

Dopo aver fatto per due settimane da Ponzio Pilato, il governo Conte pare ricordarsi solo ora della situazione fuori controllo all’interno di un settore quanto mai strategico per il rifornimento dei beni di prima necessità e che impiega oltre un milione di addetti.

Un settore che è fuori controllo non certo per le nostre agitazioni, ma a causa della volontà dei padroni di speculare sull’emergenza-coronavirus, anteponendo i propri profitti all’interesse generale e alla salute dei lavoratori e rifiutandosi di definire regole certe sulla sicurezza in grado di tutelare realmente, e non solo a chiacchiere, il flusso di beni di prima necessità.

I lavoratori, gli operatori socio-sanitari e l’intera cittadinanza devono conoscere la verità!

E la verità è che il SI Cobas, assieme all’Adl Cobas, da 2 settimane stanno cercando invano di aprire un confronto col Governo al fine di garantire la piena operatività del flusso di beni essenziali a discapito di quelli non essenziali e compatibilmente col rispetto delle misure elementari di prevenzione e di tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro.

E invece il governo ha preferito tutelare unicamente i profitti delle multinazionali, firmando un “Protocollo sulla sicurezza” che non garantisce ne la sicurezza sul lavoro e la prevenzione dei contagi, ne tantomeno l’interesse prioritario a garantire il rifornimento di beni di prima necessità: un Protocollo che in queste ore viene definito inutile persino da quei sindacati (Cgil-Cisl-Uil) che lo hanno sottoscritto!

Negli ultimi giorni centinaia di addetti alla logistica hanno contratto il CoVid-19 perché la fame di profitti dei padroni gli impone di lavorare ammassati a centinaia pur di movimentare merci che nel 90% dei caso NON SONO di pubblica necessità (abbigliamento, cosmetici, elettrodomestici, merci di ogni ordine e tipo).

E un lavoratore che contrae il virus in azienda è un potenziale vettore di contagio per altre centinaia di lavoratori e cittadini… Per assicurare la regolarità del flusso di merci di prima necessità c’è un solo modo:

CHIUDERE TUTTE LE ATTIVITÀ NON ESSENZIALI, IN MODO DA CONCENTRARSI UNICAMENTE SUI SERVIZI ESSENZIALI, EVITARE INGOLFAMENTI E CONGESTIONE NEI TRAFFICI. RIDURRE DRASTICAMENTE IL PERSONALE OPERATIVO NEI MAGAZZINI E SELEZIONARE I TRAFFICI È L’UNICO MODO PER GARANTIRE AL TEMPO STESSO IL SODDISFACIMENTO DEI BISOGNI PRIMARI (SANITARI, FARMACEUTICI E ALIMENTARI) E IL RISPETTO DELLA SICUREZZA E DELLE MISURE DI PREVENZIONE DEL CONTAGIO SUI LUOGHI DI LAVORO.

Mentre la Cina ha sconfitto il virus chiudendo tutte attività non essenziali e gli USA stanno già facendo altrettanto, e mentre persino decine di sindaci della Lombardia si appellano alle istituzioni per chiudere tutte le attività non necessarie e porre un freno alla catastrofe, i disastri prodotti dalla condotta del governo e dei padroni italiani sono già sotto gli occhi di tutti: dopo un mese i contagi continuano a moltiplicarsi senza sosta!

Auspichiamo che il governo, dopo essersi risvegliato dal “sonno”, si decida finalmente ad avviare un confronto vero e tempestivo con chi rappresenta le istanze e le problematiche della maggioranza dei lavoratori del trasporto-merci e della logistica.Per quanto ci riguarda, siamo disponibili sin da subito a ragionare su un Protocollo che superi le falle attuali e garantisca regole certe sia alla popolazione che ai lavoratori.

Al contempo, non consentiremo che le lotte dei lavoratori siano usate come alibi per coprire le gravi responsabilità di governo, padroni e sindacati confederali, per mettere in contrapposizione le istanze dei lavoratori con la tutela della salute pubblica e/o per legittimare eventuali azioni repressive.

SI Cobas nazionale

Non siamo carne da macello. Fermare tutte le attivita’ non essenziali per fermare il contagio (SI Cobas – AdL Cobas)

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Negli ultimi giorni decine di magazzini della logistica e di fabbriche si sono fermati. In diversi di questi si sono già verificati casi di lavoratori positivi al coronavirus, ma senza la fermata dei lavoratori molte direzioni aziendali avrebbero cercato di continuare a farli lavorare come se nulla fosse, estendendo il contagio. Al riguardo, rinviamo ad un articolo di Francesca Nava uscito ieri su TPI, che mostra come la provincia di Bergamo sia nell’occhio del ciclone dell’epidemia covid-19 per la scelta assurda di non chiudere e sanificare l’ospedale di Alzano Lombardo, facendone cosi’ un focolaio epidemico, e anche perche’ “creare subito una zona rossa tra Alzano Lombardo e Nembro avrebbe significato bloccare quasi quattromila lavoratori, 376 aziende, con un fatturato da 700 milioni l’anno”; questo avrebbero anche esplicitamente paventato colossi come Persico Group e Polini Motori, menzionati nell’articolo. Come detto, questa situazione riguarda le fabbriche e i magazzini a livello nazionale: il fatturato viene prima della salute o addirittura della vita delle persone che lavorano. Il protocollo governo-padroni-confederali e’ una mano di vernice su questa situazione: difende i profitti, non la vita. I lavoratori devono allora prendere nelle loro mani la difesa della salute e della vita. Qui di seguito un comunicato del Si-Cobas del 16 marzo.

Il SI Cobas respinge l’accordo Governo – Industriali – CGIL, CISL, UIL che per non fermare i profitti tiene aperte fabbriche, magazzini, negozi, mette a rischio la vita dei lavoratori e lascia proseguire il contagio tra la popolazione.

SI COBAS E ADL COBAS TRADUCONO LO STATO DI AGITAZIONE GIA’ PROCLAMATO NELL’INDICAZIONE DI RESTARE TUTTI A CASA PER TUTELARE IL DIRITTO ALLA SALUTE E ALLA VITA, RIVENDICANDO LA CHIUSURA IMMEDIATA DI TUTTE LE ATTIVITA’ NON ESSENZIALI E IL SALARIO PIENO A TUTTI I LAVORATORI.

Chiediamo la chiusura per almeno due settimane di tutte le attività e servizi ad eccezione di quelli essenziali, quali il rifornimento alimentare e di medicinali, dove devono essere pienamente garantite tutte le misure e dispositivi di sicurezza. Continua a leggere Non siamo carne da macello. Fermare tutte le attivita’ non essenziali per fermare il contagio (SI Cobas – AdL Cobas)

La verità sul referendum autonomista: una sfida a Zaia

Si è tenuto ieri sera a Mestre (13 ottobre), a Negozio Piave 67, un partecipato dibattito sul referendum del 22 ottobre, organizzato dal Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri e dal Comitato permanente contro le guerre e il razzismo di Marghera.

Dal dibattito è scaturita la proposta di sfidare il governatore del Veneto Luca Zaia ad un pubblico contraddittorio sul contenuto effettivo del referendum e sulle prospettive che esso apre.

La relazione introduttiva ha messo in luce anzitutto che Zaia sta barando sul reale contenuto del referendum. Infatti, sia ne “Le 100 domande dei veneti a Luca Zaia”, sia nelle ultime dichiarazioni pubbliche, per incitare a votare, ha assicurato che lui “chiederà tutto”. Sennonché il referendum è solo consultivo, e su materie limitate, poiché la Corte Costituzionale ha bocciato tanto il referendum sul Veneto regione a statuto speciale, quanto quelli sulla sua indipendenza e sulla possibilità di trattenere in regione l’80% delle entrate fiscali. Si tratta, perciò, di un referendum piccolo piccolo. Peraltro, è la seconda volta che il Veneto chiede maggiore autonomia. La prima fu nel 2008 quando Galan, spinto da Cacciari, Zanonato, Frigo, etc., si mosse per chiedere l’attuazione dell’art. 116 della Costituzione, e la richiesta di devolution fu respinta dal governo Berlusconi-Bossi.

È stata contestata, poi, anche la tesi secondo cui la regione Veneto è stata bloccata nei suoi progetti dalla mancanza di risorse dovute agli “sprechi”, o spreconi, di Roma. Saremo gli ultimi a difendere da questa accusa gli apparati centrali dello stato (ci basta l’esempio dei bombardieri F-35, ma ne potremmo fare a migliaia); sta di fatto, però, che dalla loro nascita nel 1970 ad oggi, le regioni a statuto ordinario, incluso il Veneto, hanno avuto a disposizione ingenti risorse. Il problema è: come le hanno spese?, specie nel settore che costituisce la loro maggiore area di competenza, la sanità. Continua a leggere La verità sul referendum autonomista: una sfida a Zaia

Referendum autonomista in Veneto-Lombardia Un grosso bidone, ma pieno di veleni

I reali scopi dei promotori
Il 22 ottobre in Veneto e in Lombardia si terrà il referendum per l’autonomia. Finalmente – sostengono i due presidenti Zaia e Maroni – le regioni più virtuose d’Italia potranno tenersi i proventi delle tassazioni che sono oggi drenati da Roma (ladrona) e incrementare la loro efficienza, non solo nel campo dove eccellono, la sanità, ma in parecchi altri. Tutto talmente semplice e così vantaggioso che praticamente non esiste un fronte del NO, essendo la quasi totalità dei partiti schierati per una “responsabile autonomia”.

Fine del discorso? Non proprio.

Anzitutto, c’è un primo falso: non si potrà toccare il sistema tributario e contabile dello stato trattenendo l’80% dei proventi della tassazione raccolta dalle regioni, come spacciato dai promotori, in quanto è vietatissimo dalla Costituzione. Due anni fa la Corte costituzionale ha categoricamente escluso la possibilità di tenere un referendum su questa materia, bocciando anche la ipotetica consultazione sulla trasformazione del Veneto in regione a statuto speciale e, tanto più, quella sulla indipendenza del Veneto. Ciò che è rimasto è solo un mini-referendum consultivo per un po’ di autonomia in più, per qualche ulteriore competenza principalmente in materia di istruzione, tutela dell’ambiente, beni culturali, giudici di pace. Per tutto questo, è noto, non serviva il referendum; era sufficiente una semplice lettera al governo per iniziare il confronto stato-regione. È la via che sta seguendo l’Emilia-Romagna.

A che pro allora il referendum?

La chiamata alle urne ha due scopi: il primo è interno alla Lega e alla battaglia in corso nel centro-destra. Scimmiottando le ultra-destre europee, Salvini sta cercando di trasformare la vecchia Lega Nord in partito nazionale di stampo lepenista: più nazionalista che padanista; più aggressivo contro gli immigrati che contro i “terroni”; più cristiano del papa, anzi una vera e propria falange di crociati (dimentichi d’essere stati i ridicoli custodi degli antichi riti celtici); un partito sovranista, più critico verso i super-poteri di Bruxelles che verso Roma ladrona, dove spera di tornare finalmente a… rubare, e qualcosa in più dei modesti 48 milioni di euro arraffati a suo tempo, con falsi rimborsi spese, dalla banda Bossi-Belsito, collaterale costui della ‘ndrangheta (nord e sud uniti nella truffa: Bossi ha anticipato Salvini pure in questo). Il duo Zaia-Maroni si guarda bene dal tornare a blaterale di secessione, non si contrappone neppure alla mutazione della politica della Lega Nord in Lega (nazionale), che è in corso e sarà formalizzata a novembre con il nuovo nome; intende solo marcare con forza, attraverso un rinnovato consenso popolare, che anche in questo ennesimo riciclaggio, la Lega deve riservare al nord, e in specie all’asse lombardo-veneto, un surplus di potere e risorse.

Il secondo scopo dei referendum è quello di rilanciare e approfondire la frattura Nord-Sud, sia per accaparrarsi più risorse, sia per dividere ancora più a fondo la classe lavoratrice. Il primo intento è esplicito, il secondo resta implicito ma è altrettanto importante. Continua a leggere Referendum autonomista in Veneto-Lombardia Un grosso bidone, ma pieno di veleni