La lotta sindacale dei riders Just Eat

Proponiamo qui sotto un pezzo del Si-Cobas in cui si descrivono le lotte dei riders attualmente in corso, la piattaforma di queste lotte, e l’obiettivo di una mobiltazione di carattere nazionale.

Ieri sera, per tutto il turno serale, diverse centinaia di riders organizzati con il SI Cobas, hanno scioperato a Roma e a Genova, paralizzando il servizio di consegna di Just Eat. La mobilitazione sorge dopo che i colleghi e le colleghe hanno deciso di raccogliere l’appello lanciato con i due scioperi dai riders di Torino.

Ad oggi, nonostante varie richieste di incontro, tra cui anche quella di un tavolo in Prefettura, l’azienda continua a far finta di nulla. Continua ad ignorare che i ciclofattorini si stanno iniziando ad organizzare e a lottare in tutta Italia per salario, diritti e dignità.

In particolare, nella piattaforma presentata all’azienda dalla nostra organizzazione sindacale e dai lavoratori, tra i vari punti emergevano questi:

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Sullo sciopero generale indetto da CGIL e UIL

E allora, a meno di una revoca dell’ultimissimo momento a fronte di concessioni insignificanti da sbandierare come conquiste dovute alla minaccia dello sciopero, il prossimo 16 dicembre si terrà lo sciopero generale convocato da CGIL e UIL.  

Se così sarà, siamo stati smentiti, ed è bene riconoscerlo. Forse, però, è altrettanto vero affermare che non siamo stati smentiti.

Partiamo dalla smentita.

Avevamo predetto che non ci sarebbe stato alcuno sciopero generale indetto dalla CGIL: “Né sulle pensioni, né contro i licenziamenti. Né contro la disoccupazione, né contro il carovita e l’assalto a quel che resta di pubblico e di non totalmente aziendalizzato nei servizi pubblici. Né per protestare contro la strage di morti sul lavoro, né contro il discriminatorio “green pass”. Né per denunciare l’esistenza in tanti luoghi e settori di una Textprint in via di estensione con orari di lavoro fino a 12 ore (formalizzati anche in alcune Usl del Veneto). Né contro le ripetute violenze della polizia e dei carabinieri ai picchetti e le restrizioni al diritto di manifestare. Né per l’insulto di un PNRR che incentiva ulteriormente l’aziendalizzazione della sanità e l’allontanamento di ogni rapporto personale tra medico e paziente. Né per protestare contro il balzo in avanti (+8%) delle spese militari mentre si ritorna a lesinare sulla spesa sociale. Né – ovviamente – per tutti questi temi assieme. Niente di niente, ad eccezione di qualche sciopero di settore obbligato, una tantum, e rigorosamente separato da ogni altra vertenza.”

Ora, davanti alla proclamazione dello sciopero, la prima domanda da porsi è: chi ha obbligato i vertici di CGIL e UIL a questo passo? La loro base fremente di sdegno per la macelleria sociale messa in atto dal governo Draghi e per l’illimitata arroganza di Confindustria? Non pare. Nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro c’è scontento ed anche rabbia per il modo in cui sono trattati nella finanziaria i “lavoratori essenziali”, ma – al momento – prevalgono la sfiducia e la tendenza a cercare delle minime “compensazioni” a livello aziendale, con straordinari e premi di produzione. Né si può sostenere che la decisione sia stata presa per la paura di essere messi all’angolo nell’immediato dal sindacalismo di base – infatti, senza nulla togliere al valore della partecipazione degli operai dell’Elettrolux di Susegana e della Gkn, dobbiamo ammettere che gli scioperi dell’11 e 15 ottobre non sono riusciti a coinvolgere una quota minimamente significativa degli operai e proletari iscritti alla CGIL, inclusi quelli che si riconoscono nell’opposizione ‘il sindacato è un’altra cosa”. Che a sua volta non può certo intestarsi una vittoria, rivendicando che la proclamazione dello sciopero generale è il frutto della sua protesta ferro-e-fuoco (nessuno l’ha vista, francamente).

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Black Friday, SI Cobas: «Scioperi e blocchi in tutte le sedi Amazon»

Riceviamo e volentieri riprendiamo da “Il Piacenza” del 15 novembre.

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Il sindacato scende in campo il prossimo 26 novembre: «Tutti uniti nel blocco delle attività nel giorno del Black Friday».

Il S.I. Cobas nazionale ha deciso nei suoi organi di vertice di scendere in campo per il “black Friday” del prossimo 26 novembre, coordinandosi con oltre mille realtà sindacali in tutto il mondo (Germania, Francia, Stati Uniti, Giappone…) nell’ambito della campagna “make Amazon pay”.

«L’obiettivo dichiarato – spiega il coordinamento nazionale S.I. Cobas – è il modello di lavoro precario promosso dalla multinazionale Amazon e in via di estensione nel mercato del lavoro. L’iniziativa si tradurrà in scioperi e blocchi su tutti i siti Amazon in Italia, compreso quello di Piacenza. Lo sfruttamento diretto da Amazon crea un precedente per tutto il territorio italiano, ponendo le basi per la rovina di una intera generazione di lavoratori. Gli effetti nefasti non si fermano infatti ai magazzini Amazon o ai siti dove operano i corrieri di Assoespressi, loro partner nel trasporto merci, ma arrivano a influenzare negativamente tutti i posti di lavoro, che a quei modelli contrattuali si adeguano».

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La CGIL di Landini esclude lo sciopero generale. E l’opposizione in CGIL che fa? – TIR

Il virtuosismo dei burocrati sindacali è illimitato. Per cui sono anche capaci di proclamare uno sciopero pro forma allo scopo di dimostrarne l’inutilità, o proclamarlo per lavarsi la coscienza (che resta tuttavia sporchissima), come nel caso delle tre ore di sciopero contro la famigerata legge Fornero nel 2012, che colpì sui denti – con un solo colpo di mazza – gli operai e i proletari sulla via della pensione e i giovani in attesa di un posto di lavoro.

Bene. Il governo Draghi ha deliberato di ripristinare appieno la legge Fornero, dopo i 3 anni di “quota 100”, il formidabile rimedio escogitato da Salvini che è stato in realtà un bluff ed anche una beffa perché, visto il basso assegno pensionistico che comportava, è servito più ai funzionari statali di medio-alto livello, a quanti potevano vantare una continuità di lavoro e contribuzione elevata, ai professionisti che hanno incassato la pensione da insegnanti, a artigiani e commercianti, che agli/alle operai/e usurati/e dal lavoro di fabbrica, sulle cui spalle è ricaduto il costo della misura. Appena arrivato l’annuncio del ritorno alla Fornero, fuoco e fiamme verbali da Landini&Co., che hanno ventilato l’ipotesi (estrema) di uno sciopero generale, o comunque di una iniziativa di lotta; mentre l’opposizione in CGIL si è mossa subito per reclamare lo sciopero generale, definendo un “suicidio” l’eventuale immobilità delle centrali sindacali. Ed in effetti, rispetto a quota 100 (62 anni d’età e 38 di contributi), la penalizzazione è di ben 5 anni (67 anni di età o 42 e 10 mesi di contributi), il che significa in media 8.500 ore di lavoro in più.

In pochi giorni il fuoco landiniano si è rivelato – come ci aspettavamo – un fuoco fatuo. È naufragata subito, così, l’illusione ottica creatasi in alcuni (gli incalliti illusionisti del manifesto, ad esempio) sul rilancio della CGIL come sindacato conflittuale contro una Confindustria in pieno assetto di guerra, con addirittura la speranzella che dopo il sabato 16 ottobre di piazza san Giovanni almeno la CGIL potesse arrivare al rifiuto del patto sociale strangolatorio proposto da Draghi.

Sennonché la “grande, combattiva e solare” (così T. Di Francesco sul manifesto) manifestazione di sabato 16 non ha lasciato alcuna traccia se non nel senso inverso a quello sperato dagli illusionisti, e temuto da alcuni sprovveduti di sinistra secondo cui l’assalto neo-fascista alla sede centrale della CGIL avrebbe rimesso questo sindacato al centro del villaggio, ridando lustro alla sua immagine davanti al proletariato. Nulla di tutto ciò. Neppure un evento traumatico quale quello del 9 ottobre è stato in grado di scuotere la CGIL dal suo cammino di subordinazione alle priorità del capitalismo nazionale e del suo stato. Non è tempo di scioperi, ha intimato Bonomi. Mi auguro che non ci siano scioperi generali, ha ribadito Draghi, evitando un linguaggio troppo umiliante per i culi di pietra suoi “interlocutori” a decisioni prese e inamovibili – anche l’Europa lo vuole!

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Stati Uniti. Il “grande sciopero” di fatto del 2021 – Jack Rasmus, Robert Reich

Abbiamo tradotto due articoli, il primo di Jack Rasmus, un economista di sinistra, l’altro di Robert Reich, un economista del partito democratico, ex-ministro del lavoro con Clinton, che mettono a fuoco un fenomeno particolarmente interessante in atto negli Stati Uniti (e non solo): le dimissioni volontarie dal proprio posto di lavoro di milioni di proletari e il rifiuto di altrettanti di correre a occupare i posti di lavoro low cost rimasti scoperti.

Come ha scritto Alessandro Mantovani, commentando l’articolo di Rasmus sul sito Pasado y presente del marxismo revolucionario, siamo di fronte ad un fenomeno nuovo che sta inquietando i capitalisti negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali: “il rimbalzo economico post-lockdown non riesce a soddisfare la fame di forza-lavoro. Invece di precipitarsi sulle nuove offerte d’impiego, i proletari che l’hanno perso se ne stanno alla finestra. E non finisce qui perché anche molti che il lavoro l’hanno mantenuto si licenziano, ed in attesa di alternative migliori rifiutano di tornare alle precedenti condizioni di precariato, bassi salari, diritti scarsi o assenti. Semplicemente, pare, non ne possono più.”

E proseguendo: “Il brusio di stupore dei media mainstream si sta tramutando in strepito di paura e c’è ormai chi [come Rasmus e Reich, appunto] avanza l’ipotesi che si tratti in realtà di una sorta di “sciopero” spontaneo, non dichiarato e non organizzato, ma non per questo meno letale per le esigenze di ripartenza del ciclo di accumulazione.

È un’ipotesi alquanto ardita che certo piacerà ai libertari e ai teorici del “rifiuto del lavoro”. Quanto ai marxisti definire sciopero un’azione disorganizzata e inconsapevole – come fa l’autore dell’articolo – è francamente troppo. Però il fenomeno contiene elementi per una riflessione stimolante: Come andiamo dicendo da molto tempo (cfr. Novecento, la controriforma capitalistica su questo blog) il nuovo proletariato frammentato, disgregato e precario dell’economia che qualcuno ama definire “post-industriale” stenta a trovare un baricentro fisico, come lo furono un tempo le fabbriche e i quartieri operai a cui ancorare le sue forme di resistenza. Questo spiega la sua presenza diffusa ma informe in movimenti come i gilet jaunes. Con ogni verosimiglianza le nuove forme di lotta e di organizzazione, per poter coinvolgere questa massa proletaria e semi proletaria atomizzata dovranno essere capaci di svilupparsi, non per categoria od officina, ma in linea territoriale, affasciando la miriade di micro categorie e strati di lavoratori. O non saranno, e la putrescenza del capitalismo, di cui questo sottrarsi al lavoro salariato è riflesso, trascinerà con sé il proletariato stesso.

E allora questo nuovo fenomeno, se sciopero non è, tuttavia prova che questa organizzazione territoriale è ciò che manca, e conferma che – anche grazie alle nuove tecnologie comunicative – si può e si deve organizzarla. E che bisogna prestare attenzione a tutti i suoi possibili embrioni, per quanto lontani dagli schemi operaisti e fabbrichisti d’antan.” Ciò che non è in alternativa ma complementare, si capisce, all’organizzazione degli operai e dei proletari là dove continuano ad esserci grandi concentrazioni di sfruttati/e: le grandi fabbriche, i grandi stabilimenti della logistica, i grandi poli industriali.

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Il grande sciopero del 2021

Di Jack Rasmus

La migliore definizione di sciopero è: “i lavoratori sospendono il loro lavoro” per migliori salari e migliori condizioni di lavoro. La saggezza popolare impone che i sindacati scioperino. Ma attualmente non è così. I lavoratori scioperano ma non sono necessariamente iscritti al sindacato. Questo fatto è evidente oggi, poiché milioni di lavoratori negli Stati Uniti si rifiutano di tornare al lavoro. “Sospendono” il loro lavoro in cerca di salari migliori e di un futuro. Stiamo assistendo al “Grande sciopero del 2021” ed è composto per lo più da milioni di lavoratori non sindacalizzati e sottopagati! I lavoratori sono tornati al lavoro a un ritmo di 889.000 al mese nel secondo trimestre del 2021 (aprile-giugno) quando l’economia si è ripresa. Secondo l’Economic Policy Institute, tale media è scesa a soli 280.000 al mese durante il terzo trimestre del 2021 (luglio-settembre), che si è appena concluso. La cifra più recente di settembre è stata di soli 194.000 nuovi posti di lavoro, secondo il rapporto mensile sullo stato dell’occupazione del Dipartimento del Lavoro. Questa cifra non corrisponde alle previsioni degli economisti tradizionali, che contavano su un aumento di circa 500.000 unità.

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