A proposito di jus soli e di razzismo tra gli operai

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di Aldo Milani (SI-Cobas) e Pietro Basso (Il cuneo rosso)
20 luglio 2017

Mentre è in atto l’osceno balletto del rinvio della legge sullo jus soli, con la retromarcia del governo Gentiloni e l’annessa gara a chi, tra M5S, Lega, Forza Italia e la restante congrega anti-immigrati, l’ha provocata, proviamo a mettere qualche punto fermo basilare a riguardo, parlando – è consentito ancora? – da comunisti internazionalisti.

Anzitutto per ricordare come fu impostata e risolta la questione un secolo fa nella Russia sovietica. Art. 2 della Costituzione: “In conseguenza della solidarietà tra i lavoratori di tutti i paesi, la Repubblica socialista sovietica federativa russa riconosce tutti i diritti politici dei cittadini russi a coloro che risiedono nel territorio della Repubblica russa, hanno un lavoro e appartengono alla classe operaia. La Repubblica socialista sovietica federativa russa riconosce inoltre il diritto dei soviet locali di garantire la cittadinanza a questi stranieri senza complicate formalità”. Questo è quanto. Altro che la celebre Costituzione italiana nata dalla resistenza!

Per noi che abbiamo come principio-guida fondamentale la solidarietà tra i lavoratori di tutti i paesi, le lavoratrici e i lavoratori immigrati in Italia, e non solo i loro figli, dovrebbero vedersi riconosciuti tutti i loro diritti politici, incluso il diritto alla cittadinanza (se ritengono di avvalersene). E senza complicate formalità – quelle che rendono difficile oggi ottenere finanche un permesso di soggiorno. Perché? Per la semplice e fondamentale ragione che lavorano, che contribuiscono con il loro duro lavoro alla produzione e alla riproduzione dell’economia “nazionale” e della vita sociale. Ma non ci pare che, ad oggi, questa elementare posizione di classe sia avanzata con decisione da nessuna parte.

È scontato, invece, che tutte, senza eccezione, le forze politiche istituzionali presenti in parlamento o aspiranti al parlamento siano per negare, restringere, centellinare, dilazionare, o – come minimo – sottoporre a severe condizioni la possibilità che i lavoratori e le lavoratrici immigrate accedano ai diritti politici e alla cittadinanza, e perfino che vi accedano i loro figli nati in Italia. È scontato perché tutte queste forze, in un modo o nell’altro, essendo a favore della “economia di mercato”, concordano nel voler mantenere i lavoratori e le lavoratrici immigrate in una condizione sociale e giuridica di inferiorità rispetto ai lavoratori autoctoni. Tenere divisa e gerarchizzata, quindi debole se non impotente, la classe lavoratrice è un mezzo essenziale per il fine supremo del sistema sociale capitalistico: l’accumulazione continua e illimitata di capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro salariato. Discriminare e reprimere i lavoratori immigrati è in funzione del loro super-sfruttamento, e il loro super-sfruttamento rafforza, a sua volta, lo sfruttamento della massa dei lavoratori autoctoni attraverso il meccanismo della concorrenza al ribasso. Continua a leggere A proposito di jus soli e di razzismo tra gli operai

Che spettacolo, ragazzi! Due, tre cose su Cinque Stelle e i loro fans di sinistra

I capi del M5S vanno all’attacco dei rom, dei rifugiati, dei figli degli immigrati, e i loro fans di sinistra fanno finta di non vedere e di non capire. Peggio, se la prendono con chi? Con il razzismo della “gente comune” …
Intanto ad Ivrea la “razza padrona” dei 5S prepara l’attacco a tutti i salariati …

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Premessa
Queste note non hanno alcuna ambizione di esaurire il tema della politica complessiva del M5S, e tanto meno quello del suo rapporto con un’area molto vasta della società, inclusa una cospicua quantità di operai e di lavoratori. Hanno un tema assai più circoscritto: la politica dei cinquestelle contro gli immigrati, i rifugiati, i rom. E – a partire da questa – vogliono sottolineare quanto è grave il comportamento delle organizzazioni di sinistra (Rete dei comunisti, Eurostop, Usb ed altri) che ne minimizzano la portata cercando, quasi quasi, di buttarla sul ridere o sull’errore accidentale. Non le abbiamo scritte per i militanti o i votanti grillini che, illudendosi di brutto, hanno creduto di trovare nel movimento/non movimento/partito pentastellato una alternativa alla deriva della sinistra storica; però, se qualcuno di loro si imbatterà in queste note, gli/le chiediamo di considerare che quando diciamo M5S ci riferiamo non a lui o a lei come singoli individui, militanti o simpatizzanti, che sono magari in disaccordo e perfino disgustati da quel che sta avvenendo, né alla variegata base o area votante per i 5S; ci riferiamo ai vertici del M5S, ai suoi capi, quelli che dettano la linea. Perché tutto si può affermare di questo partito salvo che in esso uno vale realmente uno. Lo dimostra, da ultimo, l’importante convegno tenutosi in aprile ad Ivrea, in cui è si discusso di lavoro sulla base di idee e prospettive (non partorite certo dalla “base”) che non esitiamo a definire neo-schiaviste – come la proposta ai 3 milioni di disoccupati di andare a lavorare gratis. Che non riguarda solo gli immigrati, ma anche i lavoratori autoctoni, inclusi, immaginiamo, i disoccupati votanti 5S … Continua a leggere Che spettacolo, ragazzi! Due, tre cose su Cinque Stelle e i loro fans di sinistra

Serbia: Geox, la scarpa che respira e soffoca operai e operaie. Di Bojana Tamindzija

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Riprendiamo da “Courrier des Balkans”* la segnalazione di un rapporto di due Ong sulle imprese italiane di calzature e abbigliamento Geox, Tod’s e Prada, che contiene un particolare riferimento allo stabilimento Geox di Vranje, in Serbia (alle pagg. 49-55). Non amiamo l’ideologia di fondo di questi rapporti finalizzati a dare lezioni di etica e di comportamenti virtuosi ai pescecani del capitale transnazionale, ma la documentazione che esso fornisce è di sicuro interesse. Serve anche a toccare con mano i malefici effetti sulle condizioni dei lavoratori della distruzione della Jugoslavia, via secessioni e via guerre, operata sotto la regìa dell’Italia, dell’Unione europea, degli Stati Uniti e del Vaticano.

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Meno di 7 mesi dopo la sua apertura nel gennaio 2016, la fabbrica Geox di Vranje [una cittadina della Serbia centrale, relativamente vicina alle frontiere con la Macedonia e la Bulgaria] è già in sciopero [lo sciopero, spontaneo, è avvenuto il 5 settembre scorso a seguito della imposizione di sabati lavoratori obbligatori in aggiunta all’usuale carico di straordinario, che è intorno alle 10 ore settimanali]. Il produttore italiano di calzature [Mario Moretti Polegato] aveva deciso di non tener fede agli impegni presi con il governo serbo, che tuttavia ha largamente finanziato l’impianto. Discesa nell’inferno della mondializzazione.

L’ong Clean Clothes Campaign e la campagna Change your shoes hanno pubblicato un rapporto [The real cost of our shoes, 2017] sul modo in cui funzionano le catene di produzione nell’industria dell’abbigliamento. Questo studio, che esamina le strategie di tre marchi conosciuti a livello mondiale – Tod’s, Geox e Prada – fornisce una panoramica dettagliata del loro funzionamento: ad un estremo della catena, prodotti costosi in confezioni raffinate, all’altro estremo, lontano dagli occhi del pubblico, condizioni di lavoro degradanti per una manodopera sempre più a basso costo.

La spietata corsa ai profitti modifica costantemente le modalità di produzione a scala mondiale mentre la mobilità dei capitali e le strategie di delocalizzazione e di adeguamento delle leggi a livello nazionale e internazionale, consentono un abbassamento continuo dei costi di produzione. L’installazione di stabilimenti nei paesi con manodopera a basso costo ha come conseguenza il deterioramento delle condizioni di lavoro, della stabilità dell’occupazione e dei salari a livello mondiale.

Gli immensi benefici registrati dai grandi gruppi industriali sono direttamente legati alle nuove condizioni del mercato mondializzato. E dunque lo scarto sempre più grande tra i costi di produzione e i prezzi di vendita delle merci è ben lungi dall’essere redistribuito in modo “equo” tra tutti gli attori della catena.

L’Europa dell’Est, nuova fabbrica del mondo
Lo sviluppo dell’industria tessile nei paesi poco sviluppati dell’Asia ha finito per far diminuire il livello dei salari a scala mondiale. Tanto è vero che oggi assistiamo ad un ritorno della produzione nell’Est dell’Europa.

In questi paesi devastati dalla cosiddetta ‘transizione’, il costo del lavoro è in realtà talvolta inferiore anche a quello esistente in alcuni paesi asiatici. Continua a leggere Serbia: Geox, la scarpa che respira e soffoca operai e operaie. Di Bojana Tamindzija

Rafforzare, estendere, organizzare le lotte [عربى]

Di seguito un volantone distribuito a Milano il 1° maggio al corteo “Per un primo maggio internazionalista” indetto dal Si Cobas e da altri organismi sindacali e politici.

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Contro la crisi e le guerre del capitale!
Solidarietà e unità con le lotte degli sfruttati di tutto il mondo[عربى]!

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Lavoratori/lavoratrici, compagni/e,

partiamo da un dato di fatto fondamentale: la crisi finanziaria e produttiva scoppiata 10 anni fa non è risolta. Anzi, nel frattempo si è allargata a paesi che fino a ieri ne erano fuori (Brasile, Sud-Africa, Russia, Turchia). Anche la Cina ha molto rallentato la sua corsa. Governi e banche centrali hanno tamponato la situazione, aumentando il debito statale e quello privato, e scatenando guerre a catena in Medio Oriente e Africa. Eppure la crisi continua a mordere sulla carne viva dei proletari. Insomma, pur con le sue asimmetrie, è una crisi generale del sistema sociale capitalistico, che coinvolge tutto: l’economia, l’ordine politico internazionale, l’ecosistema, i rapporti tra gli stati e le popolazioni, quelli tra individui e generi, la cultura, i putridi ‘valori’ di questa società della mercificazione totale. Continua a leggere Rafforzare, estendere, organizzare le lotte [عربى]

Rignano, Empoli: delitti di stato e di mercato

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Altro che caporali, si tratta dei generali
Nel giro di poche ore, due braccianti del Mali morti nel Ghetto di Rignano (Foggia), andato a fuoco o, più probabilmente, mandato a fuoco dalla polizia (vedi qui sotto il primo comunicato di “Campagne in lotta”), e due senza fissa dimora, quasi certamente immigrati, morti carbonizzati in un casolare abbandonato vicino Empoli.

La guerra di stato contro i lavoratori immigrati, condotta con ogni mezzo (la repressione anzitutto, ma anche l’emarginazione sociale), continua a mietere vittime anche sulla terraferma, mentre non si riesce a tenere il conto degli emigranti dall’Africa e dal Medio Oriente che perdono la vita nel Mediterraneo (almeno 326 nei primi 50 giorni dell’anno, il 300% in più del 2016).

Intorno alla tragedia di Rignano anche stavolta, puntuale, è scattata la manfrina massmediatica sui caporali – come ogni volta che un barcone carico di emigranti affonda, parte in automatico il nastro pre-registrato sui (piccoli) trafficanti di uomini. Sarebbe tutta colpa dei caporali e degli scafisti! Ma in nessun esercito si è mai visto i caporali dettare le leggi, né in nessun mare di questo mondo le barchette civili comandare sulle marine militari (tanto più se targate NATO).

Ciò che queste nauseanti manfrine cercano di coprire sono le responsabilità, i delitti dei generali e degli ammiragli, dei grandi poteri che presiedono all’export-import di manodopera immigrata da super-sfruttare: le grandi imprese dell’agribusiness e di tutti gli altri settori (nomi come Coca Cola, Lega Coop, Fincantieri vi dicono niente?), i grandi proprietari terrieri, i governi, gli stati, le polizie e le cosche della criminalità organizzata transnazionale al servizio degli interessi capitalistici. Al servizio del mercato globale, che è il grandissimo trafficante di uomini e donne dei paesi dominati trasformati in merce a basso costo.

E’ a difesa di questi interessi che il governo Gentiloni ha varato proprio nei giorni scorsi un decreto d’urgenza che, sotto il nome sommamente ipocrita di “nuovo modello d’accoglienza”, ha istituito dei tribunali speciali in materia di immigrazione funzionanti con regole speciali che riducono drasticamente i diritti degli immigrati (ciò che la Lega e, nella sostanza, anche la banda di Grillo propugnavano da tempo), ha trasformato il diritto di asilo in uno status da comprare con il lavoro gratuito e altre forme di umiliazione, ha normalizzato e istituzionalizzato il lavoro gratuito degli immigrati – introducendo nel mercato del lavoro un contingente di manodopera totalmente (e forzatamente) gratuita, che servirà a svalorizzare ulteriormente il lavoro degli immigrati regolari e dei lavoratori autoctoni. La sorte dei lavoratori immigrati e dei lavoratori autoctoni è, infatti, indivisibile perché la schiavizzazione degli uni prepara, in tempi successivi e forme più o meno analoghe, la schiavizzazione degli altri.

Ecco perché quanti sono solidali con le popolazioni immigrate, e in particolare con i lavoratori e le lavoratrici immigrate, debbono fare ogni sforzo per rivolgersi ai lavoratori autoctoni e invitarli a scuotersi dalla loro passività o, peggio, dalla loro aperta connivenza con gli schiavisti. Senza nessuna illusione nelle istituzione democratiche, centrali o locali, che ci sono state, ci sono e ci saranno nemiche, tanto nella repressione diretta quanto nella disinformazione e nella diffusione di menzogne. Solo la lotta unitaria e organizzata contro lo sfruttamento e il super-sfruttamento del lavoro e contro il razzismo di stato, al di là dei settori e delle nazionalità, ci restituirà la nostra forza e la nostra dignità.

Riportiamo qui sotto due comunicati di Campagne in Lotta.

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Sgombero al Gran Ghetto di Rignano: Dopo il corteo, i morti di stato
Questa notte un nuovo gravissimo episodio è accaduto al Ghetto di Rignano. Due persone sono morte in un incendio. Dalla notte del 28 Febbraio è in atto una maxi-operazione di sgombero che sta coinvolgendo più di 700 persone. Dopo la prima giornata, in cui 100 persone sono state deportate in due strutture site nel territorio del comune di San Severo, la polizia ha avuto difficoltà a procedere con lo sgombero.

Nonostante i tentativi di deportazione forzata, e le false promesse di documenti e lavoro a chi avesse lasciato volontariamente il Ghetto, i lavoratori e le lavoratrici lì presenti non hanno accettato di lasciare le loro case senza una reale alternativa immediata e praticabile. Intanto perché i posti disponibili nelle due strutture non sono sufficienti per tutte e tutti, e poi perché senza un sistema di trasporto da e per i luoghi di lavoro abbandonare il ghetto significa perdere qualsiasi possibilità di sostentamento, per quanto misera. Per non parlare della condizione delle donne, che hanno ancora meno opportunità di reddito al di fuori del sistema dei ghetti. Ma a tutti coloro che sono rimasti è stato impedito di accedere alle loro case, anche solo per recuperare gli effetti personali, ed hanno passato notti all’addiaccio.

Per questo nella giornata di ieri, 2 marzo, si è mosso un corteo spontaneo che dal Ghetto ha raggiunto la Prefettura al centro di Foggia. I manifestanti hanno ottenuto che una delegazione fosse ricevuta dai rappresentanti del governo e della polizia, ma l’esito dell’incontro è stato negativo, e la Prefettura ha confermato la volontà di procedere allo sgombero. Stanotte ci sono state nuove tensioni, fino ad arrivare allo scoppio di alcuni incendi. In uno di questi sono morte carbonizzate due persone, ancora da identificare.

L’incendio, secondo i tanti lavoratori lì presenti che ce l’hanno testimoniato, è stato appiccato dalle forze dell’ordine, con la finalità di intimorire ulteriormente i presenti a lasciare quel posto. E’ praticamente impossibile in queste ore documentare quanto sta accadendo, perché è impossibile a chiunque superare i cordoni di sicurezza della polizia. Nemmeno la stampa ha facoltà di esercitare il diritto/dovere di cronaca. Ma gli abitanti del ghetto si rifiutano di consegnare i loro morti alle autorità fino a quando non emergerà la loro versione dei fatti. Continua a leggere Rignano, Empoli: delitti di stato e di mercato