Donne, torniamo protagoniste.

Pubblichiamo di seguito un articolo che le compagne del Si-Cobas di Messina, attive nei quartieri popolari della citta’, hanno scritto sull’onda della riunione sulla questione femminile svoltasi a Genova lo scorso 7 aprile. E’ un articolo ottimo, che esamina il problema in modo concreto e dialettico, e non assertivo ed entusiastico come troppo spesso si fa.

Donne: torniamo protagoniste, Amazzoni delle nostre terre!

La scorsa settimana, sabato 7 Aprile, abbiamo partecipato come delegazione femminile del SI Cobas Messina alla conferenza sulla questione femminile tenutasi a Genova.

Riteniamo che questa giornata sia stata di vitale importanza per poter intraprendere un percorso femminista di autodeterminazione e volto “all’abbattimento di un sistema patriarcale, capitalista” attraverso un “Fronte Autorganizzato, Anticapitalista e Rivoluzionario”.

Veniamo da una città, Messina, in cui la condizione della donna può essere pienamente espressione degli aspetti più crudi del patriarcato.

La nostra terra d’altronde è una vera e propria discarica delle contraddizioni del capitalismo.

Nei nostri quartieri popolari abbiamo una composizione sociale  femminile che di rado riesce a completare gli studi, per esempio conseguire un diploma.

Sin dalla nascita viene inculcato attraverso forme di comunicazione dirette e indirette “dalle nostre  avanzate  istituzioni statali”, soprattutto le scuole, che a causa di una non elevata estrazione sociale, l’unica capacità e talento che una donna di un quartiere popolare può avere a disposizione, sia quello di essere una buona madre.

Fidanzarsi e partorire, è l’unica aspirazione di tante ragazze che abbandonano precocemente gli studi perchè convinte che la vita non riservi altro. Continua a leggere Donne, torniamo protagoniste.

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Marcia mondiale delle donne, 8 Marzo 2018. “Finché le donne non saranno libere, noi marceremo”.

“La Marcia mondiale delle donne è un movimento mondiale di azioni femministe che raccoglie gruppi e organizzazioni di base che operano per eliminare le cause che sono all’origine della povertà e della violenza contro le donne. Lottiamo contro tutte le forme di diseguaglianza e di discriminazione vissute dalle donne.”

Così si presenta questa organizzazione che conosciamo da vecchia data, per aver preso parte alle manifestazioni di Washington, New York e Bruxelles indette nell’ottobre 2000, a conclusione di una campagna mondiale contro la povertà e la violenza che ha visto la partecipazione di centinaia di gruppi e associazioni di donne dei cinque continenti. Riteniamo fondamentale, di questo documento, l’intenzione di mobilitare gruppi e associazioni di base che operano per eliminare le cause che sono all’origine della povertà delle donne e della violenza sulle donne. Nel testo, queste cause sono chiaramente identificate nell’oppressione patriarcale, capitalista (senza aggettivi, com’è di moda adesso) e coloniale, nell’attuale crisi economica, sociale, politica, climatica ed ideologica, nello stato di guerra totale messo in atto dalle potenze militarizzate del Nord del mondo, nelle politiche razziste e misogine dei governi di destra,  e in breve nell’insieme delle politiche che mettono a grave rischio l’esistenza stessa del pianeta, da cui deriva il surplus di violenza e di povertà che pesa sulla parte femminile dell’umanità. L’oppressione specifica che colpisce le donne viene così collegata al potere capitalistico, che basa su di essa la sua sopravvivenza. Altrettanto essenziale, in questo breve documento, è la necessità di una mobilitazione permanente e l’appello a scendere in strada a reclamare i propri diritti e la necessità di un cambiamento globale.

Viene così restituita alla lotta delle donne la dimensione internazionale, globale, l’unica in grado di avere il carattere dirompente necessario a scuotere le fondamenta del sistema capitalistico che opprime i lavoratori e i poveri di tutto il mondo.

E’ chiaro per noi che un simile programma vada poi articolato a seconda delle caratteristiche dei contesti sociali e nazionali in cui il movimento si sviluppa, dei problemi immediati che le donne devono affrontare, delle particolari forme ideologiche in cui si perpetua la subordinazione e la discriminazione nei loro confronti. Nei paesi occidentali, dove l’emancipazione “pare” cosa fatta, diventa fondamentale battersi contro lo stravolgimento della realtà che mira a nascondere la dimensione sociale della violenza con cui i singoli maschi sono spinti a reagire alle affermazioni di autonomia delle donne che sono loro vicine. Il riproporre ossessivo degli stereotipi di genere e l’appropriazione da parte del sistema delle conquiste delle lotte delle donne, specialmente per quel che riguarda l’autodeterminazione della propria vita sessuale e riproduttiva, hanno portato all’esasperazione della mercificazione del corpo femminile e della sua pubblica fruizione. Le possibilità emancipatorie del lavoro sono spesso schiacciate dalla realtà del lavoro sottopagato, ultra precario e subordinato, e del doppio lavoro, ove il surplus di lavoro domestico ripropone in famiglia la divisione sociale del lavoro riproduttivo e di cura, base fondante del sistema capitalistico.

La crisi globale del capitalismo ha enormemente allargato il numero delle donne sfruttate  e oppresse, come bene ha messo in evidenza il movimento del 99%. L’uguaglianza di possibilità è diventata, globalmente, una chimera. Al tempo stesso, l’oppressione delle donne si intreccia con quella di razza e di classe, ed è portata a confrontarsi, nei paesi occidentali, con la specifica, differenziata oppressione delle donne immigrate. Il collegamento con le donne del Sud del mondo deve necessariamente uscire dalla dimensione ideale e affrontare le specifiche forme di oppressione e discriminazione che esse subiscono nei nostri paesi.

Le denunce che scandiscono il documento della Marcia mondiale di adesione allo sciopero generale dell’8 marzo 2018 mettono in evidenza da che cosa le donne, collettivamente, si devono liberare per poter godere di una vita degna, un processo ben lontano dall’idea che le donne possano ottenere molteplici e polverizzate libertà individuali all’interno di un sistema sociale e istituzionale sempre più impegnato a fronteggiare la crisi restringendo gli spazi di auto-organizzazione delle classi lavoratrici e reprimendo i movimenti sociali. Riteniamo che questo appello sia un’utile base per allargare e rafforzare il movimento delle donne, spingendolo ad andare sempre più in profondità alle cause dell’oppressione e dello sfruttamento che colpisce loro e la stragrande maggioranza dell’umanità tutta.

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Marcia mondiale delle donne, 8 Marzo 2018. “Finché le donne non saranno libere, noi marceremo”.

[preso e tradotto da http://alencontre.org/societe/femmes/marche-mondiale-des-femmes-8-mars-2018-tant-que-les-femmes-ne-seront-pas-libres-nous-serons-en-marche.html]

Oggi, 8 marzo 2018, giornata internazionale della donna, noi, donne della Marcia mondiale delle donne, donne diverse, di tutti i popoli, di tutte le razze, di tutte le età, ci riuniamo una volta di più per affermare nuovamente che continueremo la nostra Marcia fino a quando tutte noi saremo libere da ogni oppressione patriarcale, capitalista e coloniale. Il femminismo è il nostro modo di vivere e le strade sono lo spazio in cui reclamiamo le nostre rivendicazioni.

Denunciamo il contesto politico mondiale contro il quale resistiamo, che è segnato dall’aggravarsi della crisi economica ma anche sociale, politica, climatica e ideologica, denunciamo in definitiva lo stato di guerra totale che colpisce in prima persona noi donne.

Denunciamo le tesi economiche e nazionaliste che mirano a privarci dell’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali e di conseguenza a farsi beffe dell’autonomia delle donne e dei popoli. Rifiutiamo tutte le politiche dei governi di destra, sempre più radicali, che fomentano l’odio, il razzismo, la misoginia, l’intolleranza e altre forme di discriminazione. Continuiamo con fermezza la lotta contro la criminalizzazione dei movimenti sociali. La lotta per i nostri diritti e le nostre libertà è giusta, dunque NON SIAMO CRIMINALI!!! Resteremo nelle strade solidali con i nostri compagni assassinati, perseguitati e privati della libertà e degli spazi di azione politica.

Denunciamo e combattiamo l’avanzata della militarizzazione del mondo, che è una strategia di controllo della vita dei popoli. La militarizzazione rafforza il neocolonialismo, il neo-saccheggio e l’appropriazione da parte del capitale delle risorse naturali, essa è la base dell’arricchimento dell’industria degli armamenti in quest’epoca di crisi. Oltre che per lo stato di guerra permanente in Medio Oriente e in Africa, siamo preoccupate per i movimenti delle potenze militarizzate del Nord del mondo che fanno pesare la minaccia di ritorno alla guerra fredda e dell’ingerenza continua nei paesi del Sud dove cercano di promuovere il modello di democrazia neoliberale del nord come un obiettivo da raggiungere.

Denunciamo gli accordi di libero scambio che impoveriscono sempre più i popoli del Sud. L’appropriazione, la privatizzazione e la commercializzazione del sapere, della terra, dell’acqua, della salute, dell’educazione e di altri beni comuni aggravano le condizioni di sfruttamento del lavoro dei poveri e lasciano senza prospettive le generazioni future, perpetuando così il ciclo della povertà. L’industria estrattiva e l’agro-industria continuano a degradare la nostra società e le nostre condizioni di vita, mentre le élite politiche accumulano ricchezze fondate sulla corruzione e l’impunità e costruiscono Stati al servizio delle imprese multinazionali.  Affermiamo nuovamente che continueremo a scendere in strada per combattere questa situazione, dato che le istituzioni del diritto sono sempre più deboli davanti al potere capitalistico e non funzionano come dovrebbero. Le forze del mercato minano lo stato di diritto e lo stato sociale.

Denunciamo l’assassinio del pianeta compiuto dando fondamento istituzionale a un universalismo occidentale e alla ricerca sfrenata del profitto. Il cartello delle multinazionali, prive di ogni senso morale, distrugge la terra madre che ci nutre. Gli accordi climatici hanno creato delle false soluzioni che si basano su un marketing linguistico sempre più privo di senso e che perpetuano la violenza contro la natura. Noi donne della Marcia mondiale delle donne, donne delle campagne e delle città, siamo dalla parte della vita. Diamo le nostre vite per difendere la natura nella quale viviamo, di cui facciamo parte e ci permette di essere dove siamo (l’acqua, la terra e le foreste dei nostri territori) perché crediamo in modi di vita che interagiscano in modo durevole con le risorse naturali.

Denunciamo un mercato che sfrutta e rende precarie le condizioni di lavoro delle donne: lunghe giornate lavorative, bassi salari ed esposizione ad ogni sorta di rischi; denunciamo la precarietà del lavoro domestico e di cura. Un lavoro che è la base stessa della vita umana, che nutre, armonizza, insegna, protegge. Un lavoro invisibile e sottovalutato. Noi rimettiamo in discussione la divisione sessuale del lavoro che sovrastima del valore del lavoro socialmente concepito per gli uomini, basandosi sulla negazione del valore del lavoro attribuito alle donne. Come può il mondo considerare inferiore l’adempimento dei compiti fondamentali per l’esistenza umana, come cucinare il cibo o di ripulire il posto dove viviamo e dormiamo? Il lavoro delle donne è alla base della vita e costituisce dunque un importante contributo economico. Pretendiamo il riconoscimento del valore del lavoro domestico, poiché il suo contributo all’economia va ben al di là di ciò che può essere monetizzato.

Denunciamo l’industria degli aiuti internazionali e i programmi di sviluppo, in particolare quelli che si concentrano sulle questioni di genere, perché sono agenti della promozione dei programmi neoliberali e imperialisti, che perpetuano la discriminazione, la razzializzazione e lo sfruttamento delle donne dei paesi del sud del mondo.

Denunciamo e continueremo sempre a denunciare tutte le forme di violenza perché non dimentichiamola violenza machista con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno negli spazi pubblici e privati. Lo gridiamo alto e forte. Basta! Troppi abusi, stupri, matrimonio forzati e femminicidi che non avvengono solo nei paesi dell’Asia e dell’Africa, ma sono quotidiani nella vita delle donne di tutte le classi e di tutto il mondo. I nostri corpi e le nostre vite ci appartengono e questo diritto non è negoziabile.

Celebriamo, sosteniamo e partecipiamo alle iniziative che mirano a mettere fine al silenzio, tra cui i recenti movimenti di denuncia e di occupazione dello spazio pubblico: Marcha das Mulheres, Time’s up, #metoo, Ni una menos! E lo sciopero internazionale delle donne, come le iniziative che rafforzano le lotte permanenti e insopprimibili che noi tessiamo contro l’oppressione del sistema patriarcale, capitalista e colonialista.
Celebriamo le lotte e le resistenze delle donne che lavorano a livello locale, che costruiscono nuovi discorsi e riscrivono la storia delle popolazioni marginalizzate, mettendo in luce la diversità e la natura multiculturale dei popoli, la solidarietà come strategia di sovversione del sistema attuale e come strategia di umanizzazione e contribuiscono così alla trasformazione delle società per renderle più giuste ed egualitarie.

Per tutte queste e molte altre ragioni noi, donne della Marcia mondiale delle donne, movimento permanente di azione, marceremo questo 8 marzo.

Faremo azioni in tutto il mondo: il giorno 24 aprile, per tutte le 24 ore, per riaffermare che “Rana Plaza  è ovunque”, denunceremo l’industria tessile, le multinazionali e tutte le forme di sfruttamento del lavoro delle donne.

Ci prepariamo all’XI° incontro internazionale che si terrà dal 22 al 28 ottobre nei paesi Baschi, dove costruiremo collettivamente delle utopie e delle alternative, per marciare verso un mondo di giustizia, di libertà e di pace.

Continuiamo a trasformare il nostro dolore in forza!

Continuiamo ad avere fiducia nella solidarietà e nel lavoro collettivo!

Siamo sempre in marcia, noi donne…Sempre!

Per il fronte unico proletario anticapitalista e internazionalista

[ARABIC VERSION]

L’iniziativa del SI Cobas di indire per il 24 febbraio una manifestazione nazionale a Roma Contro sfruttamento, razzismo e repressione. Per un fronte di lotta anticapitalista è un’iniziativa coraggiosa che irrompe positivamente in una campagna elettorale tra le più schifose di sempre.

Il 4 marzo il “popolo sovrano” è chiamato semplicemente a scegliere chi attuerà il programma che già è stato deciso dai poteri forti europei e italiani: la guerra di classe dall’alto contro i lavoratori “stabili”, i precari e i futuri sfruttati oggi in formazione, deve continuare a tempo indeterminato. Essa ha prodotto negli ultimi vent’anni con la Bossi-Fini, la Fornero, il Fiscal Compact, il Jobs Act, la Buona scuola, i decreti-Minniti, etc., un generale peggioramento delle condizioni di lavoro, dei livelli di occupazione, dei salari, dell’accesso al welfare, dei diritti dei lavoratori, che è arrivato fino al traguardo del lavoro interamente gratuito e ai braccialetti di controllo. Ma ancora non basta. Ognuno dei tre schieramenti in campo si è impegnato infatti a tagliare di netto il debito di stato per centinaia di miliardi, anche se, per motivare al voto gli elettori, hanno sbandierato promesse farlocche sull’aumento delle pensioni, il reddito garantito, l’art.18 e quant’altro, che non vedranno mai la luce.

I fatti di Macerata, con un giovane fascioleghista che cerca di fare una strage di immigrati africani, esprimono l’altro aspetto-clou di questa schifosa campagna elettorale: il violentissimo spaccio di veleni anti-immigrati. La Lega di Salvini e il M5S ne sono le punte di lancia. Ma chi ha aperto la strada alla caccia all’immigrato africano come fosse la fonte di tutto il malessere sociale, è stato il governo Gentiloni-Minniti con la decisione di portare la guerra agli emigranti dall’Africa e dal Medio Oriente fin dentro il territorio africano, in Libia, in Niger e altrove. Nella gara allo scavalco, ora Berlusconi, re indiscusso degli intrecci politici tra poteri di stato e grande malavita organizzata, arriva a invocare, per ripulire le città dalla malavita, l’espulsione di 600.000 lavoratori immigrati e richiedenti asilo che proprio la legge Bossi-Fini, varata da un suo governo, costringe all’irregolarità.

In un contesto del genere, mentre i picchetti operai continuano ad essere attaccati dalla polizia (da ultimo a Stradella), quanto debole appare il tentativo di Potere al popolo di contrastare queste nuove aggressioni dei padroni e delle istituzioni sul terreno elettorale! Gli orfani del M5S (incredibilmente ritenuto per anni un’utile sponda per la sinistra e i proletari), di Rivoluzione civile di Ingroia e della assemblea del Brancaccio, si sono uniti con alcuni settori giovanili per prospettare una riscossa “popolare” in nome dell’attuazione della Costituzione e di una ritrovata “sovranità nazionale”. Ma la loro proposta politica non fa i conti né con la crisi e il suo carattere sistemico, né con la necessità di centrare la risposta all’asse padronato/UE/governo (quale che sia dopo il 4 marzo) su una chiara prospettiva di lotta anti-capitalista.

L’appello lanciato dal SICobas su impulso delle forti lotte dei facchini della logistica accetta la sfida del momento indicando la via maestra: la lotta nei luoghi di lavoro e nelle piazze allo sfruttamento, al razzismo, alla repressione. E dà come obiettivo da perseguire nei prossimi anni la costituzione di quel fronte unico di classe anti-capitalista che oggi manca, come mancano ancora le lotte su larga scala che sole possono dargli vita. Ecco perché questo appello va accolto da quanti sono convinti che i rapporti di forza tra un fronte padronale scatenato all’attacco e il campo dei proletari, all’oggi diviso e disorganizzato, potranno essere modificati solo ed unicamente sul terreno della lotta. Continua a leggere Per il fronte unico proletario anticapitalista e internazionalista

Tunisia: sette anni dopo il fuoco torna ad ardere

In Tunisia il 2018 si è aperto con una nuova ondata di proteste che ha coinvolto almeno 20 città, compresa Sidi Bouzid, la città da cui a fine dicembre 2010 partirono le mobilitazioni di massa che diedero il “la” all’intifada araba del 2011-2012. Sono tornati in piazza migliaia di lavoratori, studenti, disoccupati, attivisti politici e sindacali. In molte città ci sono stati scontri con le forze dell’ordine, e sono state assaltate anche banche e stazioni della polizia. La risposta del governo non si è fatta attendere: tra il 9 e il 12 gennaio sono stati arrestati più di 1.000 manifestanti in tutto il paese. L’acme della repressione è stato a Tebourba, città dell’entroterra a 30 km da Tunisi, dove nel corso di una manifestazione la polizia ha ucciso Khomsi el-Yerfeni.

I motivi immediati che hanno riempito ancora una volta le piazze tunisine sono la disoccupazione dilagante, la crescita del costo della vita e, in particolare, gli aumenti della tassazione su carburanti, tessere telefoniche, internet, frutta e verdura imposti con la nuova legge di bilancio entrata in vigore il 1° gennaio. Misure adottate per sanare il debito con il Fondo monetario internazionale – che nel 2016 ha concesso a Tunisi un prestito di 2,9 miliardi di dollari – e con l’Unione Europea, che hanno imposto la diminuzione graduale del debito pubblico al 50% del PIL attraverso la riduzione delle spese pubbliche, degli impiegati statali, dei sussidi per l’energia, oltre alla ristrutturazione delle banche pubbliche a favore dell’intermediazione finanziaria privata e all’introduzione di una serie di misure a favore delle imprese. Insomma, una ricetta che differisce poco o nulla dai “piani di aggiustamento strutturale” che l’Occidente imponeva ai tempi di Ben Ali! E che si guarda bene dal toccare il pagamento degli interessi sui prestiti del FMI e dell’Unione Europea, che equivalgono al 18% del bilancio statale! A proposito di usura imperialista sui paesi dipendenti… Continua a leggere Tunisia: sette anni dopo il fuoco torna ad ardere

“Devono imparare ad obbedire”. Lo stage: lavoro coatto gratuito en travesti, di A. Mantovani

Da Carmilla, 2 novembre 2017

Rossana Cillo (a cura di), Nuove frontiere della precarietà del lavoro, Stage, tirocini e lavoro degli studenti universitari, Venezia, Ed. Ca’ Foscari, 2017, pp.296, free access.

La risposta di Renzi allo sciopero con cui gli studenti, venerdì 13 ottobre, sono scesi in piazza in tutta Italia per protestare contro le forche caudine della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” introdotta obbligatoriamente dalle regole della sedicente “buona-scuola”, non si è fatta attendere: ha proposto che il servizio civile, attualmente volontario, divenga obbligatorio, per un mese, per tutti i giovani. Una contromossa, come si vede, che suona come provocatoria verso le richieste del movimento studentesco.

A questo punto, quello curato dalla Cillo è un libro necessario. Le analisi che i diversi autori presentano, e che costituiscono il primo approccio scientifico ad un mondo ancora in larga misura sconosciuto, diventano infatti in questo contesto un’arma contro l’ignobile retorica sulla “formazione” di competenze atte a risolvere il problema della disoccupazione giovanile con cui questo cinico abuso della forza lavoro viene paludato. Malgrado tutte le difficoltà nel reperire i dati, che nessuno ha interesse a raccogliere e soprattutto divulgare, difficoltà che gli autori non sottacciono, il volume riesce nell’impresa di fornirci un quadro sufficientemente ampio e chiaro della dimensione del fenomeno e delle modalità con cui irreggimenta masse crescenti di giovani dietro il miraggio di un accesso al mondo del lavoro. Promessa destinata per i più ad essere totalmente disattesa, visto che, nel nostro paese, nel settore privato, solo l’11,9% degli stagisti otterrà un contratto di lavoro nell’impresa che ha ospitato lo stage, 1 mentre nessuno (per le stesse norme che regolano l’accesso al pubblico impiego e per il blocco del turn-over) lo troverà nel settore pubblico.

Benvenuti, dunque, nell’epoca in cui stage, “tirocini” e altre forme di lavoro non pagato e totalmente privo di diritti sono ormai un fenomeno stabile di massa (vedi Expo) e istituzionalizzato: in Italia il 68% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha avuto almeno un’esperienza di lavoro gratuito.2 Continua a leggere “Devono imparare ad obbedire”. Lo stage: lavoro coatto gratuito en travesti, di A. Mantovani