Ricordiamo Adil, ucciso nella lotta – SI Cobas

La violenza padronale è quasi sempre impunita. L’assassino di Adil è stato lasciato libero dopo pochi giorni, ed è stato accusato di “omicidio stradale”. Non ci stupisce. Gli organi dello Stato, forze dell’ordine e magistratura in testa, intervengono sempre più pesantemente contro gli scioperi, a fianco dei padroni, anche quando questi calpestano i diritti dei lavoratori.

Un anno fa, il 18 giugno 2021 Adil Belakhdim, coordinatore del SI Cobas di Novara, veniva deliberatamente investito e ucciso da un camionista uscito dal magazzino Lidl di Biandrate (NO) contromano.

Ricordiamo Adil nel primo anniversario dell’uccisione perché la violenza padronale deve avere come risposta l’aumento della determinazione alla lotta per la difesa.

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Non è stato un incidente: Adil è stato ammazzato in nome del profitto! – SI Cobas, postato il giugno 18, 2021

Assassinato il coordinatore SI Cobas di Novara, Adil Belakhdim, mentre era al picchetto dello sciopero – un crimine collettivo dei padroni e del governo Draghi – TIR, postato il giugno 18, 2021

Non si trattò di una fatalità, né di un caso isolato. Sono decine ormai gli episodi in cui gli autisti sono incitati dalle aziende a sfondare i picchetti. È una forma di violenza padronale, come l’ingaggio di bodyguard per aggredire i picchetti da parte di Zampieri per conto di Fedex, come i numerosi licenziamenti di lavoratori “colpevoli” di lottare per migliori condizioni. 

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Le ultime imprese di Elon Musk (Tesla)

Il capitale statunitense più avanzato è competitivo a condizione di continuare a spingere all’indietro, negli stessi Stati Uniti, la condizione operaia e la classe operaia.

Le agenzie di stampa Bloomberg e Reuters hanno portato alla luce le ultime imprese di Elon Musk in materia di organizzazione del lavoro, orari di lavoro e licenziamenti, annunciate ai dipendenti di Tesla dal padrone in persona con alcuni messaggi.

“Tornate a lavorare in ufficio o vi caccio. Lavorate duro e lavorate qui”, così sono stati efficacemente riassunti i primi due messaggi. I destinatari sono impiegati e manager, essendo escluso per gli operai in produzione il lavoro da remoto. Il divieto di ‘smart working’ non è assoluto, ma la possibilità di svolgerlo (in modo parziale) ha una precisa, non negoziabile, condizione: “Tutti quelli che intendono lavorare da remoto devono essere in ufficio per un minimo (e sottolineo ‘un minimo’) di 40 ore a settimana. Questo è meno di quanto chiediamo agli operai in fabbrica”. Chi non ritorna perché non accetta una simile condizione, si ritenga licenziato.

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Ucraina. Nei rapporti di lavoro si torna all’Ottocento

Manifestazione sindacale del dicembre 2019 per salari decenti e la difesa della legislazione del lavoro

Alcuni consulenti ed esperti di diritto del lavoro, non proprio intemerati bolscevichi, hanno obiettato: “Questo è un ritorno al diciannovesimo secolo. Introducendo il diritto civile nei rapporti di lavoro, si apre il vaso di Pandora” degli arbitrii padronali.

Sui fatti sociali di Ucraina regna il silenzio. L’Ucraina è Zelensky. L’eroe Zelensky. Eroe post-moderno, beninteso. Titolare di 13 società offshore, e affaccio garantito su Forte dei Marmi (villa da 4 milioni di euro, 15 stanze), modeste soluzioni di riserva per il momento in cui i suoi padrini della NATO lo faranno uscire dal metaverso in cui oggi è attore protagonista, e che ci introduce, forse, alla terza guerra mondiale. Dunque: l’Ucraina è Zelensky. Il resto non esiste. O non conta. Specie se si tratta dei luoghi di lavoro, e dei lavoratori dell’Ucraina.

Attraverso questa spessa cortina di silenzio, però, è filtrata una notizia di rilievo. La Verchovna Rada, il parlamento ucraino, sta per esaminare in seconda lettura, e approvare in modo definitivo, una nuova legge sul lavoro dal timbro semi-schiavistico. Ce ne informa, con studiata cautela di linguaggio, il giornalista Serhiy Guz (*).

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La Tesla di Shanghai: Usa e Cina in rotta di collisione, ma soci in affari quando c’è da conciare la pelle degli operai

Gennaio 2019 – Inaugurazione ufficiale dei lavori della cosiddetta Gigafactory Tesla, a Shanghai – una fabbrica costruita a tempo di record (in realtà i lavori erano già cominciati nel dicembre 2018, e finiranno nel dicembre 2019)

Le notizie sul caso Tesla che ci giungono dalla Cina mostrano che se da un lato in questi anni c’è stata una crescita e un’accelerazione dei contrasti tra Cina e Usa in quanto potenze capitalistiche, allo stesso tempo, quando si tratta di spellare vivi gli operai, recludendoli dentro le fabbriche come al tempo dei coolies, i due avversari vanno d’amore e d’accordo.

È di pochi giorni fa la notizia che la multinazionale americana Tesla, per aggirare i provvedimenti contro la pandemia a Shanghai e riprendere la produzione a pieno ritmo, ha imposto agli operai cinesi di “vivere e dormire in fabbrica, sperimentando le meraviglie-delizie di un sistema a circuito chiuso”.

L’estrazione di profitti non può certo essere fermata da una pandemia! Del resto, a chi importa della salute della classe lavoratrice?

Non è la prima volta che vengono prese queste misure. All’inizio del 2020, quando la pandemia aveva iniziato da poco a prendere piede, Tesla e altre imprese di Shanghai erano state costrette a chiudere le proprie strutture per diverse settimane. E il lockdown imposto nelle ultime settimane, sempre a Shanghai, ha influito ancora una volta sulla produzione di Tesla, ritardando – secondo le stime di Bloomberg – la consegna di circa 40mila veicoli. Per la dirigenza di Tesla la misura è stata colma: basta lockdown, è ora di tornare ai livelli di produzione e di profitto di pre-pandemia, quando l’impianto di Shanghai produceva circa 2.000 veicoli elettrici al giorno. E per tornare alla capacità di estrazione di plusvalore precedente – una necessità vitale per Elon Musk, come per ogni altro capitalista sulla faccia della Terra (compresi quelli cinesi) – i dirigenti di Tesla hanno pensato bene di introdurre una politica aziendale “eccezionale”, da “stato di eccezione”: segregare migliaia di lavoratori in fabbrica per salvaguardarli dal Covid-19 o, meglio, per salvaguardare in pieno la “salute” del capitale con l’estrazione di profitti.

Qualche giorno fa, infatti, la multinazionale americana ha inviato ai propri dipendenti una nota in cui spiega che avvierà di nuovo la produzione tramite un sistema a circuito chiuso (closed-loop system). In pratica, in assenza di un dormitorio all’interno della struttura, l’azienda fornirà ai lavoratori sacchi a pelo e materassini per dormire a terra e allestirà aree specifiche per lavarsi, per mangiare e per intrattenersi – il kit necessario per passare delle serene e confortevoli notti in fabbrica, almeno fino al 1° maggio prossimo, in attesa di eventuali variazioni della rigida politica “zero contagi” adottata dalla città.

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I “bellissimi sogni” di Bonomi, l'”uomo necessario” a realizzarli (Draghi), l’11 ottobre per cominciare a infrangerli

Bonomi: fine Draghi, stay a long time. The premier: the government will not  raise taxes, money

L’assemblea generale di Confindustria di giovedì 23 settembre ha incoronato Draghi, l'”uomo necessario” per realizzare quelli che un euforico Bonomi ha chiamato “i nostri bellissimi sogni”.

Raramente, in passato, la storica organizzazione del padronato industriale aveva conferito un mandato altrettanto incondizionato ad un suo governo: “noi imprese non esitiamo a dire che ci riconosciamo nell’esperienza di questo governo e ci auguriamo che continui a lungo e torniamo ad esprimergli con forza raddoppiata tutto il nostro apprezzamento”.

Dopo aver liquidato il blocco dei licenziamenti come una sciocchezza e quota 100 come un furto, Bonomi ha regalato qualche scampolo dei “bellissimi sogni” padronali: via l’Irap sulle imprese; taglio di 10-13 miliardi al cuneo fiscale, cioè: al welfare pubblico; riforma degli “ammortizzatori sociali” introducendo una forma di assicurazione privata pagata dai lavoratori; collocamento della forza-lavoro affidato ancor più di oggi alle agenzie interinali; privatizzazione generalizzata dei servizi pubblici locali (trasporti, etc.) per sfondare nei “troppi settori dell’economia italiana sottratti alla logica della concorrenza e del mercato”; “un maggiore accesso dei privati nell’offerta di servizi sanitari”; subordinare in modo ancor più stretto gli istituti tecnici e la scuola superiore agli ordini delle aziende. Queste le “riforme strutturali” che ora si debbono fare, maledette e subito: “basta rinvii, basta veti, basta giochetti”; le “bandiere di partito” debbono ritirarsi in buon ordine davanti al partito trasversale dei padroni. E, naturalmente, “green pass” super-obbligatorio.

E’ lo sviluppo che lo esige! Lo sviluppo dei profitti e della produttività del lavoro. Non per un solo anno, ma per un lungo periodo, con l’auspicio di un’era Draghi.

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