Taranto: iniziativa dello Slai Cobas per contrastare il contagio tra le lavoratrici e i lavoratori braccianti

Nella provincia di Taranto le lavoratrici e i lavoratori braccianti, o che operano nelle aziende ortofrutticole della Regione, si ammalano a decine di covid

Sta diventando un epidemia nell’epidemia. Sono ormai decine e decine le lavoratrici e i lavoratori che si stanno contagiando sui luoghi di lavoro. In provincia di Taranto, Talsano sta diventando un “focolaio”.

In un’azienda ortofrutticola di Locorotondo, per esempio, sono parecchie le lavoratrici contagiate, e in questa azienda vanno a lavorare da Talsano circa 40 persone.

Le aziende, i padroni, i caporali nascondono i dati, fanno continuare a lavorare anche se c’è il sospetto di lavoratori contagiati; non applicano le minime misure di sicurezza; per non parlare della mancanza di distanziamento nei magazzini, in locali chiusi spesso senza ventilazione adeguata. 

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Lusso e sfruttamento sfrenato all’Hotel Gallia. La risposta di lotta delle lavoratrici

L’hotel Gallia di Milano, l’emblema dell’accoglienza di super lusso a quanti possono permettersi una stanza da 1.000 euro a notte (ma anche 20.000, se si sceglie la suite di 1.000 metri quadri a disposizione di clienti “speciali”), prospera sulla fatica delle lavoratrici delle pulizie delle ditte d’appalto, lavoro pagato a cottimo, un tot per stanza, in un clima di ricatto continuo e vessazioni, in cui ogni scusa è buona per sottrarre denaro dalla già misera busta paga. Alla fatica e alla precarietà di questo lavoro si è aggiunto, con le limitazioni di movimento e la diminuzione degli ospiti dovute al Covid, il licenziamento per 80 di loro. I diritti delle donne lavoratrici sono finiti negli oscuri meandri degli appalti e dei subappalti, che dilagano in Italia grazie a 25 anni di demolizione sistematica, da parte dei governi di ogni colore e del parlamento, di ogni vincolo alla precarietà, e nelle promesse ingannevoli di riassunzione del nuovo padrone. Dopo ripetuti presidi davanti alla prefettura e davanti all’hotel, organizzati dal SI Cobas e dalla CUB, si è aperta una trattativa per il pieno reintegro delle lavoratrici nei loro posti di lavoro. Nel frattempo, in attesa di questo esito della vertenza, molte stanno cercando di arrangiarsi. Ma non si illudano i padroni: non molleranno la presa finché non vedranno riconosciuto il loro diritto al posto di lavoro, riconquistato con la lotta!

Milano, hotel Gallia: chi c’è dietro gli appalti?

Di Alessandro Rettori, 25 Novembre 2020

[Fonte: https://www.rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti/%5D

Lavoro a cottimo, titolari di imprese che spariscono e prestanome che compaiono, lavoratori lasciati nel nulla

Questa storia nasce tra i corridoi dello storico Excelsior Gallia di Milano, hotel extra lusso che si affaccia su piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale. Il listino prezzi dell’albergo – base d’appoggio privilegiata da molte celebrities – parte dai 330 euro a camera fino ad arrivare a 1.000, per non parlare della Katara Royal Suite, 1.000 metri quadrati di sfarzo a 20.000 euro a notte. Ebbene: il Gallia appalta la pulizia delle 235 camere a un’impresa esterna, la Ho Group srl, pagando i lavoratori, di fatto, a cottimo. A marzo, con la prima ondata di Covid-19 e il successivo lockdown, l’hotel chiude e gli 80 lavoratori rimangono a casa. L’appalto salta, i proprietari di Ho Group – al centro di un intricato giro di società srl, che vedremo – spariscono (forse…), lasciando gli 80 lavoratori nel nulla, e il 26 ottobre il Gallia riapre affidando l’appalto a un’altra impresa. Ma qui, la vicenda si fa ancora più incredibile …

Il lusso del cottimo

Maria (nome di fantasia, a garanzia dell’anonimato) è nata in un paesino del Sudamerica, e da qualche anno lavora come cameriera ai piani tra le stanze del Gallia. Il suo datore di lavoro, però, tuttora è Ho Group, con cui ha un contratto a tempo indeterminato. “Abbiamo un normale contratto a ore”, spiega Maria, “ma è risaputo che negli hotel non ti pagano mai a ore, ti pagano a stanze.

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Il cammino di A. Suhamoro è quello dell’Usb

Sta suscitando un po’ di rumore l’uscita di A. Suhamoro dall’Usb. Su di essa ci sono arrivati feroci messaggi concentrati sulla figura di questo ‘personaggio’, che non intendiamo pubblicare. Si tratta di compagni di base dell’Usb delusi dalla cosa, e di altri mai appartenuti all’Usb che, però, lo hanno conosciuto da vicino.

Per noi l’accanimento contro l’individuo A. Suhamoro è privo di senso. Tanto più se accompagnato dall’accusa di tradimento. Non c’è nessun tradimento. La decisione di Suhamoro, il suo “cammino”, spinge alle sue logiche conseguenze la politica che l’Usb ha seguito in questi anni nelle campagne con i braccianti immigrati – una politica che ha articolato in quel settore l’orientamento generale di questo organismo sindacale. Non per caso il saluto che gli ha rivolto la direzione dell’Usb, condito con gli auguri per “i successi che merita” (era ironico?), gli riconosce il merito di aver “seguito e organizzato con grande capacità e dedizione” l’intervento dell’Usb tra i braccianti.

Che tipo di intervento è stato?

Lo lasciamo dire a un dettagliato report dal campo di Campagne in lotta sui fatti avvenuti a Venosa, Borgo Mezzanone (FG), San Ferdinando (RC), Rosarno, Saluzzo e Roma (nei rapporti con il ministero degli interni…), che pubblichiamo piu’ sotto.

L’Usb ha in ogni circostanza privilegiato il rapporto con le autorità locali, regionali, di governo e con il sistema dei mass media rispetto al faticoso e rischioso lavoro di organizzazione e di sostegno all’auto-organizzazione dei braccianti. Di più: ha agito in modo sistematico per assumersi in esclusiva la “rappresentanza” dei braccianti e, là dove necessario, non ha esitato a contrastare e depotenziare il processo di auto-organizzazione, e a marginalizzare i suoi primi protagonisti quando non è riuscita a integrarli nella propria logica di sindacato votato alla mediazione con le istituzioni, sempre e comunque. La critica più pungente, forse, è quella di usurpazione nei confronti di momenti di lotta a cui l’Usb era stato estraneo, e di pompieraggio nei confronti dei momenti di lotta più accesi, agendo in certi casi come “braccio operativo” delle istituzioni, d’intesa con sindaci e polizia (un vizietto che si è palesato anche a Piacenza nelle lotte della logistica, dove l’Usb ha raccolto fuoriusciti o espulsi dal SI Cobas e li ha organizzati anche in funzione sabota-scioperi). Del resto, dopo l’assassinio di Soumaila Sacko, che non era un iscritto né un delegato Usb come millantato (e come abbiamo creduto anche noi), l’Usb, che pure lo rivendicava come suo militante, neppure accennò a uno sciopero in cui fosse coinvolta tutta l’organizzazione. Solo fiaccolate, appelli e processioni… in attesa di essere ricevuti dagli interlocutori “che contano”, e di mettere in piedi squallide sceneggiate televisive come la visita di Fico alla tendopoli di San Ferdinando.

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Dal Brasile si allarga lo sciopero internazionale dei riders, di p.z.

Negli stessi giorni in cui scoppiano le rivolte degli afroamericani negli USA contro le violenze della polizia, i riders brasiliani, giovani e per lo più neri, in uno sforzo di auto-organizzazione esemplare, giungono a proclamare una giornata di blocco della loro attività e a raccogliere la solidarietà e la partecipazione dei lavoratori dei trasporti metropolitani e di altre categorie, di studenti, di movimenti e organizzazioni sociali. Inoltre, hanno creato una rete di coordinamento con i riders di altri paesi latino-americani per convergere in una mobilitazione unitaria e internazionale sotto le parole d’ordine: “La nostra vita vale più del loro profitto!”, “Abbiamo tutti gli stessi diritti!”, “Una sola classe, una sola lotta!”.

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