La classe indispensabile, di Errezeta

20 questions from comrades on capital and class struggle | The ...

Con la crisi pandemica, dalle nebbie della quarantena italica riemerge un soggetto sociale particolare che non può restare a casa.

Le immagini dello scoglio muto di Hart Island, a New York, nelle fosse comuni della fame di Stato a stelle e strisce, di tombe senza nome di corpi ammassati dei proletari del Bronx, la maggior parte afroamericani e latinos, lasciano un magone dentro, una parola vivida di rabbia che risprofonda all’altezza dello stomaco di tutta la classe proletaria globalizzata.

La classe proletaria mondiale non dimenticherà quelle immagini, come non dimentica le immagini degli immigrati morti nel mediterraneo e dei popoli sotto i bombardamenti.

La morte e la vita si rimescolano nel turbinio dei rapporti tra gli uomini e di essi con la natura, dove la pandemia del COVID 19 sta disvelando le caratteristiche della produzione sociale capitalistica e della riproduzione materiale della ricchezza e della miseria per i differenti individui sociali.

A proferire parole di morte in Italia, con cristallina limpidezza, è Confindustria che, dinanzi alle esigenze del distanziamento sociale, previsto dai provvedimenti di contenimento del COVID 19, si è assicurata un Protocollo siglato con Governo e sindacati di Stato, che di fatto lascia agli industriali la possibilità di fare il bello e il cattivo tempo nel rapporto con gli operai, costringendoli a lavorare in condizioni di pericolo per la loro salute, e ad utilizzare la cassa integrazione a proprio piacimento.

In questi ultimi giorni, decine di migliaia di industriali, con una semplice comunicazione unilaterale attraverso una autocertificazione alle Prefetture, si sono assicurati la possibilità di operare anche in deroga a quanto stabilito dal Protocollo stesso, attestando che la loro produzione sia tutta o in parte, collegata ai settori c.d. essenziali, ben oltre la lista dei codici ATECO allegata al Protocollo, ritenendo, quindi, di non poter assolutamente fermarsi. Ma la sete di profitto, non si è placata: dal 14 aprile il nuovo DPCM estende ad altri settori la possibilità di far lavorare gli operai, quando la cosiddetta Fase 1 viene procrastinata al 3 maggio, per il resto della società. Continua a leggere La classe indispensabile, di Errezeta

Le meraviglie dello “smart working” al tempo del coronavirus

Abbiamo ricevuto da Alessio, uno “smart worker”, queste note “dal fronte interno” che molto volentieri pubblichiamo.

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L’ideologia del “Green New Deal” capitalistico si sposa con l’ideologia dell’era della digitalizzazione. Ma il processo materiale di questo matrimonio non spinge verso il sogno.

In questi giorni di lavoro “coatto” da casa, mi sono soffermato a pensare che tutto sommato con la quarantena le mie giornate fossero cambiate di poco. Di mestiere sono un tecnico informatico da tanti anni, quindi so bene di cosa si tratta. Non è la prima volta certo che lavoro da casa, perché spesso i clienti della mia azienda (che è una multinazionale) sono altrettante compagnie straniere e quindi lavoro per i committenti “da remoto” e “comodamente da casa”. E quindi queste tre settimane possono essermi sembrate simili a tante altre giornate lavorative prima del coronavirus.

Poi improvvisamente ho fatto una semplice ricerca su internet, digitando queste semplici parole: “smartworking” e “covid19”. Si rimane sorpresi del numero notevole di risultati presentati: articoli di giornale, commenti, analisi sulla funzionalità del nuovo modello dell’organizzazione del lavoro e soprattutto tanto rammarico circa il ritardo che l’Italia ha rispetto alla diffusione del cosiddetto lavoro agile, tanto utile e tanto necessario soprattutto in giorni come questi.

Tutto questo entusiasmo mediatico mi è arrivato addosso come una vera doccia gelata: “altro che la mia vita non sia poi cambiata di molto!”. Perché tutta questa suonata, perché tutta questa propaganda? Quali sono i conti che non tornano più e le note che stonano assordanti su smart working, economia digitale e covid19? Continua a leggere Le meraviglie dello “smart working” al tempo del coronavirus

Per garantire l’approvvigionamento dei beni di prima necessita’ bisogna chiudere tutto il resto (Si-Cobas)

Comunicato-stampa urgente

C’È UN SOLO MODO PER GARANTIRE L’APPROVVIGIONAMENTO DEI BENI DI PRIMA NECESSITÀ: CHIUDERE IMMEDIATAMENTE TUTTO IL RESTO!

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È di questi minuti una nota del Viminale ai Prefetti che invita a “prevenire il blocco della distribuzione a seguito dell’attività di protesta da parte di alcune sigle sindacali, che si concretizza in astensioni generalizzate e coordinate dal lavoro nei settori della logistica, trasporto e spedizione”.

Dopo aver fatto per due settimane da Ponzio Pilato, il governo Conte pare ricordarsi solo ora della situazione fuori controllo all’interno di un settore quanto mai strategico per il rifornimento dei beni di prima necessità e che impiega oltre un milione di addetti.

Un settore che è fuori controllo non certo per le nostre agitazioni, ma a causa della volontà dei padroni di speculare sull’emergenza-coronavirus, anteponendo i propri profitti all’interesse generale e alla salute dei lavoratori e rifiutandosi di definire regole certe sulla sicurezza in grado di tutelare realmente, e non solo a chiacchiere, il flusso di beni di prima necessità.

I lavoratori, gli operatori socio-sanitari e l’intera cittadinanza devono conoscere la verità!

E la verità è che il SI Cobas, assieme all’Adl Cobas, da 2 settimane stanno cercando invano di aprire un confronto col Governo al fine di garantire la piena operatività del flusso di beni essenziali a discapito di quelli non essenziali e compatibilmente col rispetto delle misure elementari di prevenzione e di tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro.

E invece il governo ha preferito tutelare unicamente i profitti delle multinazionali, firmando un “Protocollo sulla sicurezza” che non garantisce ne la sicurezza sul lavoro e la prevenzione dei contagi, ne tantomeno l’interesse prioritario a garantire il rifornimento di beni di prima necessità: un Protocollo che in queste ore viene definito inutile persino da quei sindacati (Cgil-Cisl-Uil) che lo hanno sottoscritto!

Negli ultimi giorni centinaia di addetti alla logistica hanno contratto il CoVid-19 perché la fame di profitti dei padroni gli impone di lavorare ammassati a centinaia pur di movimentare merci che nel 90% dei caso NON SONO di pubblica necessità (abbigliamento, cosmetici, elettrodomestici, merci di ogni ordine e tipo).

E un lavoratore che contrae il virus in azienda è un potenziale vettore di contagio per altre centinaia di lavoratori e cittadini… Per assicurare la regolarità del flusso di merci di prima necessità c’è un solo modo:

CHIUDERE TUTTE LE ATTIVITÀ NON ESSENZIALI, IN MODO DA CONCENTRARSI UNICAMENTE SUI SERVIZI ESSENZIALI, EVITARE INGOLFAMENTI E CONGESTIONE NEI TRAFFICI. RIDURRE DRASTICAMENTE IL PERSONALE OPERATIVO NEI MAGAZZINI E SELEZIONARE I TRAFFICI È L’UNICO MODO PER GARANTIRE AL TEMPO STESSO IL SODDISFACIMENTO DEI BISOGNI PRIMARI (SANITARI, FARMACEUTICI E ALIMENTARI) E IL RISPETTO DELLA SICUREZZA E DELLE MISURE DI PREVENZIONE DEL CONTAGIO SUI LUOGHI DI LAVORO.

Mentre la Cina ha sconfitto il virus chiudendo tutte attività non essenziali e gli USA stanno già facendo altrettanto, e mentre persino decine di sindaci della Lombardia si appellano alle istituzioni per chiudere tutte le attività non necessarie e porre un freno alla catastrofe, i disastri prodotti dalla condotta del governo e dei padroni italiani sono già sotto gli occhi di tutti: dopo un mese i contagi continuano a moltiplicarsi senza sosta!

Auspichiamo che il governo, dopo essersi risvegliato dal “sonno”, si decida finalmente ad avviare un confronto vero e tempestivo con chi rappresenta le istanze e le problematiche della maggioranza dei lavoratori del trasporto-merci e della logistica.Per quanto ci riguarda, siamo disponibili sin da subito a ragionare su un Protocollo che superi le falle attuali e garantisca regole certe sia alla popolazione che ai lavoratori.

Al contempo, non consentiremo che le lotte dei lavoratori siano usate come alibi per coprire le gravi responsabilità di governo, padroni e sindacati confederali, per mettere in contrapposizione le istanze dei lavoratori con la tutela della salute pubblica e/o per legittimare eventuali azioni repressive.

SI Cobas nazionale

Non siamo carne da macello. Fermare tutte le attivita’ non essenziali per fermare il contagio (SI Cobas – AdL Cobas)

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Negli ultimi giorni decine di magazzini della logistica e di fabbriche si sono fermati. In diversi di questi si sono già verificati casi di lavoratori positivi al coronavirus, ma senza la fermata dei lavoratori molte direzioni aziendali avrebbero cercato di continuare a farli lavorare come se nulla fosse, estendendo il contagio. Al riguardo, rinviamo ad un articolo di Francesca Nava uscito ieri su TPI, che mostra come la provincia di Bergamo sia nell’occhio del ciclone dell’epidemia covid-19 per la scelta assurda di non chiudere e sanificare l’ospedale di Alzano Lombardo, facendone cosi’ un focolaio epidemico, e anche perche’ “creare subito una zona rossa tra Alzano Lombardo e Nembro avrebbe significato bloccare quasi quattromila lavoratori, 376 aziende, con un fatturato da 700 milioni l’anno”; questo avrebbero anche esplicitamente paventato colossi come Persico Group e Polini Motori, menzionati nell’articolo. Come detto, questa situazione riguarda le fabbriche e i magazzini a livello nazionale: il fatturato viene prima della salute o addirittura della vita delle persone che lavorano. Il protocollo governo-padroni-confederali e’ una mano di vernice su questa situazione: difende i profitti, non la vita. I lavoratori devono allora prendere nelle loro mani la difesa della salute e della vita. Qui di seguito un comunicato del Si-Cobas del 16 marzo.

Il SI Cobas respinge l’accordo Governo – Industriali – CGIL, CISL, UIL che per non fermare i profitti tiene aperte fabbriche, magazzini, negozi, mette a rischio la vita dei lavoratori e lascia proseguire il contagio tra la popolazione.

SI COBAS E ADL COBAS TRADUCONO LO STATO DI AGITAZIONE GIA’ PROCLAMATO NELL’INDICAZIONE DI RESTARE TUTTI A CASA PER TUTELARE IL DIRITTO ALLA SALUTE E ALLA VITA, RIVENDICANDO LA CHIUSURA IMMEDIATA DI TUTTE LE ATTIVITA’ NON ESSENZIALI E IL SALARIO PIENO A TUTTI I LAVORATORI.

Chiediamo la chiusura per almeno due settimane di tutte le attività e servizi ad eccezione di quelli essenziali, quali il rifornimento alimentare e di medicinali, dove devono essere pienamente garantite tutte le misure e dispositivi di sicurezza. Continua a leggere Non siamo carne da macello. Fermare tutte le attivita’ non essenziali per fermare il contagio (SI Cobas – AdL Cobas)

L’Intifada araba è ripartita. Sostegno incondizionato alle piazze in rivolta!

Non sono le pallottole ad uccidere, è il silenzio.”

(Muhammad Taha)

Pochissimi se ne sono accorti, specie alla sinistra radicale indaffarata a rincorrere le chiappe del duo Salvini-Meloni frignando sul Mes e a prepararsi a nuovi flop elettorali, ma sulla sponda sud del Mediterraneo e in Medio Oriente è ripartita l’Intifada araba, e alla grande. Nell’ultimo biennio le piazze di alcune capitali e di molte città arabe si sono riempite, a seconda dei casi, di decine, centinaia di migliaia, milioni di dimostranti intenzionati/e a battersi contro i rispettivi regimi. A farlo, nonostante lo spettro della tragedia siriana agitato minacciosamente davanti ai loro occhi da generali e despoti che sognano di emulare le gesta del mitico Assad.

Questa nostra presa di posizione, come Tendenza internazionalista rivoluzionaria, è un invito ai militanti di classe e ai proletari più coscienti a rompere il silenzio su questi grandi avvenimenti, che fanno il paio con quelli in corso nelle Americhe (Cile, Haiti, Colombia, Ecuador, Bolivia). E a far sentire in tutti i modi possibili la nostra solidarietà attiva, il nostro sostegno incondizionato, alle piazze arabe in rivolta. Specie ora che si moltiplicano i segni di manovre dei poteri costituiti, locali e globali, per cercare di avviare una devastante deriva di tipo siriano e innescare nuove guerre.

Le sollevazioni del 2011-2012 e l’offensiva controrivoluzionaria

Per inquadrare in modo adeguato gli avvenimenti in corso in Algeria, Sudan, Iraq, Libano, paesi arabi di cruciale importanza politica, e le loro ricadute in Iran, sarebbe necessario un ampio e molto dettagliato sguardo all’indietro. E sarebbe necessario, naturalmente, fare il punto sull’evoluzione sempre più caotica e centrifuga della situazione economica e politica mondiale. Ma lo scopo di questo nostro testo è solo quello di gettare un sasso nello stagno. Lasciamo quindi sullo sfondo il contesto internazionale, e ci limitiamo a fare alcune considerazioni sugli immediati antecedenti dei grandi scontri di classe del 2018-2019: la lotta anti-coloniale degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso e le forti sollevazioni popolari e proletarie che andarono a comporre l’Intifada degli anni 2011-2012 – il sommovimento che ha dato avvio al secondo tempo della rivoluzione democratica e anti-imperialista nel mondo arabo con la parola d’ordine Ash’ab iurid isquat al-nizam, “il popolo vuole abbattere il regime!”.

Perché parliamo di “secondo tempo”? Continua a leggere L’Intifada araba è ripartita. Sostegno incondizionato alle piazze in rivolta!