Il crack dell’Amerika (I)

https://s.yimg.com/ny/api/res/1.2/6La3TjvANfW7g9p8nHjXoQ--/YXBwaWQ9aGlnaGxhbmRlcjt3PTcwNTtoPTQ3MA--/https://s.yimg.com/uu/api/res/1.2/i_2CZiqbSoM6GEUnxiomVg--~B/aD01NjA7dz04NDA7c209MTthcHBpZD15dGFjaHlvbg--/https://media.zenfs.com/en/the_week_574/13722964e255a4415c0a1dc74e474c6e

La nostra America, l’altra America, l’America dei proletari e delle proletarie di tutti i colori, è in rivolta. Mentre in 25 città degli Stati Uniti è stato necessario dichiarare il coprifuoco per cercare di stroncare le proteste di massa contro l’omicidio di George Floyd ad opera della locale polizia; mentre Trump è costretto a mobilitare l’esercito, non bastando a mantenere l’ordine la guardia nazionale; è sotto gli occhi del mondo intero che in Amerika il razzismo di stato e la violenza di stato contro gli afro-americani  sono tutt’ora una realtà permanente. La pentola a pressione statunitense rischia di scoppiare, scrivono sconcertati e intimoriti gli osservatori del palazzo.

Ma non si tratta solo della “questione razziale”. Gli Stati Uniti che hanno tuttora la pretesa di dettare legge in tutto il globo e, tramite Musk, perfino su Marte, sono oggi il paese che ha il massimo numero di morti da Covid-19 (più di 100.000) e il tasso di disoccupazione più alto in Occidente per effetto della crisi con 40 milioni di disoccupati. Sebbene qualche attardato continui a dipingerli alla stregua degli dei onnipotenti (addirittura capaci di far muovere a comando i movimenti di massa, specie se medio-orientali), gli Stati Uniti non hanno mai avuto nel mondo un indice di gradimento così basso, un’incapacità così profonda di essere quella “guida delle nazioni” (capitalistiche) che sono stati per quasi un secolo. E non è una banale questione di singoli: di Trump tanto per capirci. Trump è stato ed è il nome individuale di una crisi profonda degli Stati Uniti, del capitalismo statunitense, di una spaccatura profonda della sua società, un effetto e non certo la causa di tutto, come nella stucchevole narrazione degli Obama-boys.

Su questa crisi, che è un segno primario di una crisi per davvero storica del capitalismo globale, e apre (o spalanca?) le porte alla crescita dell’influenza del capitalismo cinese nel mondo, come anche ad una storica resa dei conti universale con il sistema capitalistico, avremo modo di venire con una riflessione di ordine assai più ampio. Qui ci limitiamo a dare uno sguardo alla situazione economico-sociale che sottosta all’ebollizione di questi giorni e di queste ore, servendoci di un aiuto inaspettato, il libro da poco uscito di un giornalista del Corriere della sera.

Continua a leggere Il crack dell’Amerika (I)

Il disastro del sistema sanitario lombardo pubblico e privato. Intervista a V. Agnoletto

Riprendiamo da Officina Primo Maggio (www.infoaut.org) un’intervista, veramente interessante e istruttiva, al medico del lavoro Vittorio Agnoletto, nella quale viene analizzato con estrema precisione e competenza il modo in cui si è mosso il sistema sanitario della Lombardia, pubblico e privato insieme, davanti all’arrivo dell’epidemia da Covid-19. Abbiamo affrontato sul nostro blog, tra i pochi, il tema fondamentale della medicina di stato e di mercato, e dell’impossibilità che essa attui la prevenzione primaria. Questo testo conferma in pieno quanto abbiamo sostenuto mostrando anche quanto fuorviante sia la distinzione tra il privato ed un “pubblico” sempre più imbevuto della stessa logica, iper-capitalistica diciamo noi, del privato. Ciò che ad Agnoletto appare come una catena di errori, follie, assurdità, a noi appare, per l’essenziale, come un portato inevitabile della logica di fondo su cui è tarato non solo il sistema sanitario (in Lombardia e fuori), ma l’intero sistema dei rapporti sociali capitalistici. C’è del metodo in quella follìa: e qui risulta evidente la diversità tra le prospettive ideologico-politiche. Ciò detto, aggiungiamo: nonostante ciò, sono più utili per la nostra lotta testi di questo tipo rispetto a scritti dei quali, se togli un po’ di formule ideologiche, non rimane altro che un po’ di fuffa.

Continua a leggere Il disastro del sistema sanitario lombardo pubblico e privato. Intervista a V. Agnoletto

Le tre C, di Esse

Capitalism, the State Religion - CounterPunch.org

Le tre parole che cominciano per C ci permettono di capire un po’ meglio il mondo in cui viviamo.

La politica istituzionale dovrebbe cercare di garantire che funzionino solo le strutture produttive necessarie alla vita. Ed è lì che si apre uno scenario inedito e pressoché infinito: cosa è necessario alla vita? La politica istituzionale dei paesi capitalisti, non si è mai posta questo problema.

Capitalismo

E’ il sistema economico in cui viviamo. Non è sempre esistito ed è ora che cessi di esistere, perché sta diventando troppo chiaro a tutta la popolazione un fatto molto semplice: questo sistema economico si basa su un principio che non soddisfa le necessità umane.

Utilizziamo la tecnica dei bambini per orientarci: chiediamoci un poco di perché. Perché se smettono di funzionare le fabbriche che non sono indispensabili alla vita, smette di funzionare tutto? La prima risposta può essere: perché le persone che lavorano smettono di guadagnare i soldi per poter comprare le cose che servono per vivere. Sì, ma perché? Ci stiamo rendendo conto che non abbiamo bisogno di produrre armi, di macchine ne abbiamo a sufficienza, di vestiti ne abbiamo fin troppi in tantissimi, le scarpe mancano a pochissimi, tanti di noi scoprono di avere troppi libri mai letti, abbiamo abbastanza orologi, abbastanza telefonini, abbastanza piastrelle, abbastanza case, di cui tante vuote, ma i lavori necessari a mantenerci in sicurezza non vengono fatti ed i ponti crollano. Perché i ponti crollano? Perché se io fossi il proprietario di una autostrada e guadagnassi i soldi con quello che mi danno ai caselli, cercherei di risparmiare sulla manutenzione, perché la manutenzione mi fa spendere buona parte dei soldi che ricavo facendo passare gli autoveicoli sulle mie strade. Continua a leggere Le tre C, di Esse

Documenti sull’Amerika di Trump (e Obama) ai tempi del coronavirus

Pubblichiamo qui di seguito alcuni materiali tratti da Labor Notes ed altre fonti, grazie alla traduzione e all-elaborazione delle compagne e dei compagni di Pagine marxiste. L’intervista (1) all’infermiera Diana Torres (“Sacchi della spazzatura invece che tute”) non è solo una denuncia della totale, criminale impreparazione delle strutture sanitarie di New York a fronteggiare l’epidemia, è anche un vigoroso appello a che gli infermieri di tutto il mondo si uniscano e lottino insieme, per sé e per i loro malati. I materiali (2) relativi al tasso di diffusione dell’epidemia a New York, diversissimo a seconda che si tratti di quartieri ricchi o di quartieri poveri, e all’altissimo tasso di letalità del Coronavirus tra i neri (3), mettono in luce la brutalità della divisione in classi e della persistente oppressione razziale della società statunitense.

New York, la città di Wall Street è la città delle fosse comuni per i morti senza parenti, o troppo poveri per avere un funerale. Questa è l’America di Trump, dirà qualcuno. Certo. Ma è anche l’America che Trump ha ereditato da Obama. Questa è la società capitalistica nella sua versione-modello,“la città posta sulla collina”, da un secolo, a illuminare il mondo. Che questo idolo dello schiavismo capitalistico stia cadendo in mille pezzi sotto i colpi dell’epidemia, è salutare. Che nel mezzo di questa tempesta si comincino a sentire, forti e chiare, dalle fabbriche e dagli ospedali, le voci dell’“altra America”, della nostra America, è tonificante. Lo aspettavamo, non è stata un’attesa vana.

Scarica .pdf

1) Sacchi della spazzatura invece di tute: intervista con un’infermiera di New York

Di Chris Brooks, in Labor Notes, 30 marzo 2020

Gli Stati Uniti ora sono in testa per casi confermati di coronavirus nel mondo e New York City è l’epicentro dell’epidemia con oltre 30.000 casi confermati [ad oggi, 10 aprile, sono diventati già oltre 170.000 – n.].

Gli operatori sanitari di New York City affermano che gli ospedali sembrano una zona di guerra. I pazienti sono accatastati in letti che fiancheggiano i corridoi. Stanno morendo così tante persone che come obitori vengono improvvisati dei rimorchi nei parcheggi degli ospedali.

La mancanza di dispositivi di protezione individuale (DPI) per gli operatori sanitari è diventata così grave che gli infermieri dell’ospedale di Mount Sinai West a New York hanno pubblicato sui social delle foto di se stessi che indossano grandi sacchi di plastica per la spazzatura, con gli hashtag #heftytotherescue e #riskingourlivestosaveyours. Alcune infermiere hanno accusato la mancanza di preparazione dell’ospedale per la morte della scorsa settimana del collega Kious Kelly, un assistente infermieristico di 48 anni che è risultato positivo due settimane fa.

Mentre le infermiere del Mount Sinai West chiedono risorse, i dirigenti dell’ospedale, che guadagnano milioni di indennità ogni anno, stanno lavorando in sicurezza dalle loro lussuose ville sull’oceano in Florida, secondo il New York Post.

Continua a leggere Documenti sull’Amerika di Trump (e Obama) ai tempi del coronavirus

Covid-19 e le spire del capitale, di Rob Wallace, A. Liebman, L. F. Chaves, Rodrick Wallace

Traduciamo dal sito della Monthly Review un saggio di Rob Wallace, Alex Liebman, Luis Fernando Chaves e Rodrick Wallace, un’anticipazione dal numero di maggio della rivista. Puo’ suonare accademico l’approccio degli autori alle questioni macro- economiche e politiche, e si avverte l’assenza di un riferimento politicamente concreto alla classe che deve vivere del proprio lavoro, in tutta la complessita’ sociale, di genere, e “razziale” che ne definisce l’oppressione, materiale e simbolica, nella societa’ contemporanea. Solo un concreto riferimento alla classe puo’ infatti sostanziare le proposte di lotta degli autori. Ma la profondita’ della loro analisi, che rompe i confini disciplinari mostrando l’intreccio tra il ‘naturale’ e il ‘sociale’ nella genesi delle epidemie moderne, ed il repertorio di proposte che ne conseguono – proposte che rimandano alla necessita’ di una rivoluzione della societa’ – ne fanno un saggio di grande spessore.

Immagine1

Fonte: Monthly Review, 1 aprile 2020
Versione .pdf

Il calcolo

Il Covid-19, la malattia causata dal coronavirus Sars-CoV-2, la seconda sindrome respiratoria acuta grave dal 2002, è ora ufficialmente una pandemia. Da fine di marzo le popolazioni di intere città sono chiuse in casa e uno ad uno gli ospedali vanno in fibrillazione congestionandosi per l’impennata dei ricoveri.

Al momento la Cina respira meglio, dopo che all’iniziale scoppio è seguita una contrazione (1). Lo stesso vale per la Corea del Sud e Singapore. L’Europa, in particolare Italia e Spagna, ma sempre più anche altri paesi, si piega già sotto il peso dei morti, sebbene si sia solo agli inizi dell’epidemia. America Latina e Africa iniziano solo ora ad accumulare casi; alcuni paesi si stanno preparando meglio di altri. Negli Stati Uniti – un punto di riferimento, anche se solo perché si tratta del paese più ricco nella storia mondiale – il prossimo futuro si presenta nero. Si prevede che il picco non verrà raggiunto prima di maggio, e già gli operatori sanitari e i visitatori degli ospedali fanno a cazzotti per accedere alle scorte in esaurimento di dispositivi di protezione individuale (2). Gli infermieri, a cui i Centri per il controllo e la protezione dalle malattie (CDC) hanno raccomandato – la cosa è allucinante– di usare bandane e sciarpe come mascherine, hanno già dichiarato che “il sistema è condannato” (3).

Nel frattempo, l’amministrazione centrale statunitense continua a scavalcare i singoli stati nella corsa per quelle apparecchiature mediche di base che fin dall’inizio si è rifiutata di acquistare loro. Ha anche presentato una chiusura delle frontiere come intervento a tutela della salute pubblica, quando in realtà il virus infuria nelle mal-indirizzate zone interne del paese (4).

Un team di epidemiologi dell’Imperial College ha previsto che la migliore delle campagne di mitigazione – volta all’appiattimento della curva dei casi mediante la messa in quarantena dei positivi e il distanziamento sociale degli anziani – lascerebbe comunque gli Stati Uniti con 1,1 milioni di morti ed un carico di casi pari a otto volte il totale dei letti di terapia intensiva esistenti nel paese (5). La soppressione della malattia, volta a porre fine all’epidemia, comporterebbe invece un modello di quarantena di tipo cinese (concernente anche i membri della famiglia dei contagiati), con il distanziamento sociale esteso a comunità intere e la chiusura delle istituzioni. Così le morti previste negli Stati Uniti scenderebbero a circa 200.000. Continua a leggere Covid-19 e le spire del capitale, di Rob Wallace, A. Liebman, L. F. Chaves, Rodrick Wallace