Appello dei sindacati palestinesi ai sindacati internazionali per il sostegno alla lotta per la liberta’ e la giustizia del popolo palestinese

Riprendiamo dalla pagina FB del Si-Cobas e divulghiamo a nostra volta un appello lanciato dai sindacati palestinesi che chiamano sindacati e organizzazioni dei lavoratori nel mondo ad un’azione di sostegno attivo alla lotta del popolo palestinese – invitiamo compagni e simpatizzanti a far circolare il piu’ possibile quest’appello.

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ll SI Cobas fa proprio l’appello all’azione dei sindacati palestinesi, protagonisti la scorsa settimana del più grande sciopero generale degli ultimi decenni nei territori occupati.

In continuità con le iniziative e delle manifestazioni di sostegno a cui in questi giorni abbiamo preso parte con convinzione, e con la presa di posizione dei portuali SI Cobas di Napoli contro il transito delle armi da guerra israeliane sui porti italiani, esprimiamo il massimo sostegno all’iniziativa dei nostri fratelli di classe palestinesi, e invitiamo tutti i lavoratori a promuovere e/o partecipare alle iniziative che si terranno in questi giorni contro le aggressioni militari, i massacri a Gaza e la repressione operata da Israele con la complicità dell’imperialismo occidentale su tutto il territorio della Palestina storica.

Viva la lotta internazionalista in difesa del popolo e dei lavoratori palestinesi!

SI Cobas nazionale

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L’appello dei sindacati palestinesi

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Stati Uniti. Cose strane succedono a Portland…

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo aggiornamento sugli avvenimenti di Portland, la città più grande dell’Oregon (circa 600.000 abitanti), nel nord ovest degli Stati Uniti, ai confini con il Canada. La protesta non si ferma, benché in questa piazza la presenza degli afro-americani sia minima. Eppure, guardate cosa che sta succedendononostante la provocatoria presenza e l’intervento di truppe federali e contractors, o forse proprio per questo.

59 giorni consecutivi di proteste e di lotte in strada a Portland, da quando l’assassinio di George Floyd il 25 maggio è stata la scintilla che ha fatto irrompere questo inedito movimento contro la violenza della polizia. Movimento composto di sfruttati neri, latinos e bianchi senza riserve, uniti in un unico sentimento: contro il razzismo della polizia ed il razzismo sistemico che pervade tutta la società.

Il movimento di protesta non si arrende. Le mobilitazioni che stavano via via scemando hanno trovato nuova linfa e una nuova determinazione per rispondere all’escalation della repressione razzista dello Stato.

Mentre di giorno migliaia di giovani sfruttati manifestano, ogni notte in strada si ripete la battaglia contro la polizia e contro i simboli di questo razzismo rappresentato dalle statue degli “eroi” della supremazia bianca e dai palazzi del governo federale. Giornate di scontri intorno ai palazzi della Corte Federale di Giustizia, di bandiere a stelle e strisce date alle fiamme, di tentativi di ripetere il CHOZ di Seattle, contro cui la polizia locale non ha lesinato il pugno duro.

Dai primi di luglio la repressione dello Stato è diventata ancora più cruenta, ma il movimento di lotta non intende indietreggiare. Un battaglione delle forze della polizia del Dipartimento di Sicurezza nazionale (quel perfido corpo addestrato alle operazioni antiterrorismo ed alla difesa armata del confine con il Messico e contro gli immigrati clandestini) è stato inviato da Trump per cercare di terrorizzare il movimento e gli sfruttati tutti di Portland.

Le azioni violente di queste forze di polizia federali avvengono in modo brutale. Giovani vengono catturati e portati via usando auto a noleggio, quindi non registrate, senza costituire un arresto ufficiale: quanti di questi “arresti” sono stati compiuti ai danni di immigrati musulmani o di afroamericani di fede musulmana e condotti in carceri speciali e segrete a causa della guerra di rapina continua agli oppressi del mondo arabo islamico innescata dalla falsa guerra di civiltà contro il terrorismo?

Il movimento di protesta non si arrende. Le mobilitazioni che stavano via via scemando hanno trovato così rinnovata linfa e una nuova determinazione proprio per rispondere colpo su colpo all’escalation della repressione razzista dello Stato. Le manifestazioni hanno ricominciato a riempirsi della voglia di battersi da parte dei giovani sfruttati. A queste, come aspetto di una ricomposizione di un fronte di classe al di là della razza, si è aggiunto anche un aspetto di una ricomposizione generazionale di questi settori di proletari e sfruttati. Le piazze si sono riempite delle mamme in divisa gialla, schierate alla testa dei cortei ed al grido “federali attenti, le mamme sono qui”.

Tutto questo accade a Portland proprio perché è una delle espressioni più alte di questo sentimento di lotta contro il razzismo sistemico e per il “black lives matter” unitario degli sfruttati colorati e dei proletari bianchi incondizionatamente al fianco dei propri fratelli afroamericani e latinoamericani. Portland è una delle grandi città americane dove il razzismo e l’oppressione del popolo afroamericano storicamente si è caratterizzato non attraverso la segregazione ma attraverso la pulizia etnica dello Stato che ha cacciato i “neri” dalle città. In Oregon è rimasta in vigore fino al 1926 una legge che impediva agli afroamericani di entrarvi e di risiedervi, mentre sempre per legge lo Stato dell’Oregon vietava i matrimoni interrazziali fino agli anni cinquanta. Non è un caso, dunque che la popolazione afro-americana a Portland e nell’Oregon è la più bassa degli USA: gli afroamericani a risiedervi sono solo il 2% in tutto lo Stato ed il 5% a Portland.

Questa inedita unità di lotta tra sfruttati di ogni colore spaventa le forze sociali del capitale; la repressione qui è brutale ed è necessaria per spezzare sul nascere questo embrionale antagonismo che è di razza e di classe. Il Sindaco di Portland Ted Wheeler ha richiesto ufficialmente al governo di Washington di ritirare la polizia federale aggiungendo che il consiglio della città non le vuole. Altri esponenti dello Stato dell’Oregon si riferiscono alla presenza della polizia federale in strada a Portland come la presenza di “truppe di occupazione”. Più che guardare a questi conflitti e contraddizioni tra le istituzioni come espressione di una America che vede da una parte una componente democratica e liberale, contrapposta al bieco autoritarismo di Trump sceso da Marte, ne va capita la reale dinamica.

La crisi economica e sociale inarrestabile, aggravata ed accelerata dalla pandemia, il profondo smottamento di tutte le relazioni sociali che stanno contrapponendo forze sociali e classi sociali tra di loro, arriva a scuotere anche la sovrastruttura dello Stato centrale. Lo Stato degli USA, quel moloch indiscutibilmente centralizzato, militarizzato e coeso dall’acciaio fuso, scricchiola paurosamente. La crisi profonda, che è anche globale, richiede l’uso di politiche inedite per governare e traghettare la società americana verso più violenti scontri nella acuita concorrenza internazionale del capitalismo globale. A farlo scricchiolare è l’azione combinata di questa crisi e di questo insorgente movimento che essa stessa ha prodotto.

Questi fatti ci devono dire che tornare indietro non è più possibile. In questo scricchiolio anche l’intero liberalismo democratico viene messo all’angolo, è costretto a retrocedere ed infine a lasciare il passo alle politiche che richiamano la necessità di una repressione più dura. La repressione a Portland federalmente diretta dalla Casa Bianca arriva dopo che la repressione democratica condotta dal governo democratico dello Stato dell’Oregon e della città di Portland non è riuscita ad arrestare e a soffocare il movimento. Tant’è che Trump si appresta a mandare altre truppe federali della polizia del Dipartimento di Sicurezza Nazionale a Chicago, Washington, Seattle e New York, dove il 20 luglio l’azione nazionale dello sciopero per la vita dei neri – “strike for the black lives” – mostra ancora scenari di vitalità di questo inedito movimento di lotta di giovani proletari neri, latini, bianchi ed immigrati.

Molti video degli scontri di Portland di questi giorni ci mostrano le azioni dei federali contro le proteste che non evidenziano truppe militari addestrate e disciplinate, bensì delle scorribande isteriche tipiche dei branchi animali: cariche scoordinate e rapide ritirate disordinate; attacchi isterici che colpiscono alla cieca, urla incomprensibili. Sembrano delle truppe drogate, forze di polizia sotto l’effetto di stupefacenti, di droghe e allucinogeni. Cosa che non stupisce, in quanto la storia dell’esercito americano ci racconta del largo uso della somministrazione di eroina, LSD e crack alle truppe, per infondere coraggio alle truppe mandate sui fronti di guerra in Vietnam, in Iraq ed in Afghanistan. Altrettanti video ci mostrano che le mamme di Portland non si lasciano intimidire facilmente e con coraggio ancora questa notte la lotta continua.

TNT licenzia gli operai e ingaggia i gorilla contro lo sciopero (SI Cobas, Patto d’azione anti-capitalista)

Nella vertenza contro il licenziamento dei lavoratori interinali che lavoravano da anni nell’impianto TNT di Peschiera Borromeo, ieri giovedì 9 luglio in Prefettura la FedEx/TNT aveva fatto un’offerta che non poteva non essere rifiutata dai lavoratori e dal SI Cobas: 15 assunzioni dal … 1 gennaio 2021 (quando un qualsiasi pretesto collegato alla crisi potrà
annullare l’offerta). E l’esclusione dai 15 della maggioranza di lavoratori a cui hanno mandato contestazioni disciplinari, in gran parte fasulle, fatte nel periodo costellato da scioperi.

Il SI COBAS ha contro-proposto le assunzioni a settembre, e il criterio da stabilire era in base all’anzianità; la FedEx ha risposto picche… e si era preparata per l’inevitabile sciopero della sera: spostando buona parte delle lavorazioni da Peschiera, dove c’è un’importante presenza
del Si Cobas, a San Giuliano, dove i lavoratori, in buona parte precari, non sono sindacalizzati, e assoldando una quarantina di vigilantes, la sua polizia privata, per aggredire il picchetto di sciopero.

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Covid-19: fermiamo subito tutti i call center! Un appello internazionale

Abbiamo tradotto dal sito www.alencontre.org la presa di posizione delle lavoratrici e dei lavoratori dei call center aderenti alla Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta. La riteniamo molto significativa perché, a nostra conoscenza, si tratta della prima iniziativa che vede lavoratrici e lavoratori di diversi paesi unirsi per avanzare insieme la stessa rivendicazione: chiudere immediatamente tutti i call center, salvo l’attività dedicata specificamente all’azione contro il Covid-19 – una dimensione internazionale e internazionalista della massima importanza in questa crisi globale. Molto significativo è anche il fatto che questa prima iniziativa sindacale internazionale provenga da un settore nel quale è forte la presenza femminile.

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Gli incidenti continuano ad accumularsi poiché la vicinanza e le condizioni di lavoro sono un terreno estremamente favorevole per la diffusione del virus. Ogni giorno i centri annunciano infezioni, a volte anche a dozzine, e chiudono … per riaprire poche ore o pochi giorni dopo.

Le nostre organizzazioni, membri della Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta, sulla base delle notizie che riceviamo dai compagni che lavorano nei call center, denunciano che in questi servizi la salute dei lavoratori non è protetta. In diversi paesi i nostri militanti hanno avanzato proposte per non mettere in pericolo la vita dei lavoratori dei call center. In molti casi, i capi rifiutano e arrivano persino a chiedere l’intervento delle forze della repressione statale per costringerci a lavorare!

Perché sia un’assoluta necessità far andare a lavorare e obbligare a muoversi decine di migliaia di lavoratori in tutto il mondo per questo tipo di attività, è un enigma. Ciò è in totale contraddizione con la limitazione delle interazioni umane raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dalla maggior parte dei governi. Alcune compagnie offrono il telelavoro, ma nonostante l’emergenza, questa possibilità resta poco sviluppata. I principali appaltatori, alcuni con capitale pubblico, si rifiutano di crearlo. Inoltre, il telelavoro non è praticabile in diverse regioni del mondo: conseguenze del sottosviluppo e del colonialismo! Continua a leggere Covid-19: fermiamo subito tutti i call center! Un appello internazionale

Io non ci sto! Lettera di un’infermiera su Corona virus e distruzione della sanità pubblica

Pubblichiamo di seguito la lettera di un’infermiera che lavora in un ospedale della Toscana, dove alcuni reparti sono stati riconvertiti per l’emergenza corona virus, anche per alleggerire la pressione sugli ospedali lombardi. Questa lettera racchiude tutta la tensione e la rabbia di questi momenti da una parte, ma anche la consapevolezza dello scempio operato negli ultimi vent’anni e più sul sistema sanitario pubblico.

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Sono già diversi giorni che ho in testa l’idea di scrivere questa lettera, un’idea maturata perché l’emergenza coronavirus ha scoperto ogni nervo di un sistema che, se ancora oggi è in grado di dare una risposta, lo deve solo all’abnegazione del personale sanitario. Il sistema sanitario è un sistema complesso, se prendiamo a esempio l’ospedale, perché funzioni ha bisogno oltre che di medici, infermieri e OSS, anche delle lavoratrici e dei lavoratori delle pulizie, delle mense, delle lavanderie, dei centralini, degli amministrativi, dei tecnici, dei laboratori, dei lavoratori della logistica, del trasporto, etc.; insomma, di tutto un complesso di figure che fanno sì che quando un paziente arriva possa ricevere la giusta risposta sanitaria. Invece cosa è successo in questi anni? I piccoli ospedali sono stati chiusi, i letti ridotti, le mense, le cucine, le sterilizzazioni esternalizzate, i laboratori analisi accorpati, i medici costretti alle dimissioni precoci. Il personale sanitario si è trovato stretto fra le decisioni dei vertici aziendali e i bisogni dell’utenza.

Io non ci sto ad essere trasformata in un angelo, quando fino a ieri e proprio grazie a quelle scelte, oggi ci troviamo nella così detta “merda” di fronte all’emergenza coronavirus. Per anni si e lavorato sistematicamente per distruggere la sanità pubblica, privatizzando, chiudendo ospedali, diminuendo posti letto, dirottando il pubblico verso il privato.

Decisioni che tagliando i servizi e distruggendo quasi il territorio hanno reso difficili e in molti casi inaccessibili le cure a chi ne ha bisogno. Continua a leggere Io non ci sto! Lettera di un’infermiera su Corona virus e distruzione della sanità pubblica