“Con il fuoco nel cuore”: la lotta dei driver di Foodpanda ad Hong Kong (italiano – english)

[English Version below]

La segnalazione di questa breve, molto interessante, inchiesta operaia sulla lotta dei fattorini di Foodpanda, avvenuta negli ultimi mesi dello scorso anno, è arrivata direttamente da Hong Kong ad un compagno che ce l’ha girata, e che ringraziamo. L’invio era accompagnato dall’auspicio-impegno ad organizzare insieme i proletari del Sud Est asiatico. La redazione del Pungolo rosso ha una speciale attenzione a ciò che accade nell'”altra Cina”, la Cina degli operai, dei proletari, degli sfruttati delle campagne – parallela e combinata con l’attenzione a ciò che accade nell'”altra America”. In questo caso emerge, pur in un contesto di estrema frammentazione della forza-lavoro, la spinta all’auto-organizzazione, allo sciopero con picchetto, all’unità tra driver cinesi e driver immigrati dal Pakistan e dall’India. Fa riflettere anche il nesso tra queste lotte e il movimento del 2019, che i depressi guru della geo-politica “di sinistra” (?) liquidarono, nella sua totalità, come l’ennesima prodezza soprannaturale studiata a tavolino e governata a bacchetta dall’onnipotente Amerika (in crisi). La crisi sistemica globale inizia a far sentire anche in Cina le sue imperiose esigenze.

SCIOPERO FOODPANDA: GRUPPI DI QUARTIERE, TRADUTTORI, YOUTUBER. NELL’ERA POST-SINDACALE, COME SI ORGANIZZANO I LAVORATORI?

Gli scioperi dei riders delle consegne di cibo nel periodo successivo all’introduzione della legge di sicurezza nazionale (LSN) sono incoraggianti, ma è ancora da verificare il loro impatto complessivo.

Nota della redazione: il 13 novembre, i rider che lavorano per la società di consegne di cibo a domicilio Foodpanda a Hong Kong hanno scioperato per i tagli ai compensi per le consegne, per il superfruttamento e le condizioni di lavoro razziste, per i calcoli arbitrari e imprecisi della distanza percorsa fatti dall’algoritmo di Foodpanda, e per la mancata risposta della direzione alle precedenti richieste di miglioramento. Il 18 novembre, il secondo round negoziale tra i leader dello sciopero e la direzione di Foodpanda ha portato a un accordo, con la soddisfazione di alcune delle richieste dello sciopero.

In seguito all’imposizione della legge di sicurezza nazionale a Hong Kong, numerosi gruppi della società civile e sindacati si sono preventivamente sciolti nel timore di essere perseguiti retroattivamente (ai sensi della LSN) per azioni commesse prima della promulgazione della legge. Mentre durante e dopo le proteste contro la legge sull’estradizione del 2019 si sono formati numerosi “nuovi sindacati”, ora hanno annunciato il loro scioglimento e cessato la loro attività due delle più importanti organizzazioni sindacali di Hong Kong – l’Unione Professionale degli Insegnanti e la Confederazione dei Sindacati di Hong Kong.

La traduzione di questo resoconto di Stand News sullo sciopero dei driver di Foodpanda offre un’istantanea sulla vita di alcuni dei corrieri in sciopero, e sulle condizioni di lavoro che li hanno portati a organizzare i loro compagni di lavoro. Lo sciopero è significativo per il fatto che gli scioperanti si sono organizzati tra di loro senza alcuna assistenza da parte degli organizzatori sindacali del sindacato [di stato] HKCTU, né il sostegno materiale o finanziario di questo sindacato, che in precedenti lotte era stato una risorsa importante per i lavoratori. Rende il loro sciopero ancora più interessante il fatto che gli scioperanti siano stati anche capaci di auto-organizzarsi in un settore della “gig economy” come quello delle consegne di cibo, dove non c’è un luogo di lavoro in cui i compagni di lavoro si incontrano, e dove i fattorini solitamente si spostano da soli. È significativa anche la composizione demografica dei fattorini di Foodpanda partecipanti allo sciopero. I fattorini di Hongkong, di etnia cinese Han, si sono uniti ai lavoratori immigrati dell’Asia meridionale provenienti dall’India e dal Pakistan. Avendo in comune i loro interessi di lavoratori e le richieste contro la loro impresa, gli scioperanti hanno collaborato per superare le divisioni razziali e linguistiche.

Il fatto che lo sciopero sia stato concepito come una questione di carattere sindacale relativa alle condizioni economiche dei lavoratori è in netto contrasto con gli appelli altamente politicizzati a uno sciopero generale contro il governo nelle proteste del 2019. La presenza della polizia – la direzione di Foodpanda ha detto di non aver chiamato la polizia – allo sciopero, e la sua minaccia di disperdere con l’uso della forza gli scioperanti riuniti, può essere vista solo come una conseguenza della NSL e dell’affermazione del potere autoritario del governo di Hong Kong, che restringe lo spazio alle manifestazioni di protesta e di dissenso a Hong Kong. Resta da vedere quali conseguenze avrà per le future lotte sindacali.

A un anno dalla promulgazione della legge sulla sicurezza nazionale, molte organizzazioni della società civile si sono sciolte, compresa la Confederazione dei sindacati di Hong Kong, fondata 31 anni fa, mentre i diritti dei lavoratori continuano ad essere intaccati. Proprio in questo momento di debolezza dell’organizzazione sindacale, i lavoratori del servizio di consegna Foodpanda hanno scioperato negli ultimi due giorni per protestare, tra le altre cose, contro la riduzione dei salari e le ingiuste penalità per la cancellazione degli ordini. Il 14 novembre, i lavoratori hanno costretto Pandamart (il negozio di alimentari di Foodpanda) a fermare le proprie attività. I lavoratori riuniti hanno cantato “siamo umani, non cani!

Stand News ha intervistato i fattorini sud-asiatici che hanno organizzato questa azione autonoma, l’amministratore del gruppo di fattorini sud-asiatici di Kowloon Bay che invitavano ad una partecipazione di massa, e la “fanteria” (corrieri a piedi) che trasmetteva le notizie e le richieste dei lavoratori ai social media di Hong Kong per capire come sia nato questo movimento dei lavoratori nell’era post-sindacale e del “grande palcoscenico” (leadership centralizzata).

Come tutto è cominciato: il racconto di un autista sospeso

Waqas Fida, un fattorino di origine sud asiatica, era inizialmente un membro anonimo del gruppo di fattorini. Un paio di giorni fa, il suo account Foodpanda è stato improvvisamente sospeso. Infuriato, ha creato una chat di gruppo con una semplice grafica: l’immagine di un dito medio accanto alla testa di un panda. Il link di invito al gruppo si è diffuso rapidamente: “il numero di membri è aumentato subito di 200 e 300, e poi improvvisamente di diverse centinaia. Ora, nel gruppo ci sono quasi 1500 membri”.

Waqas è stato improvvisamente spinto sotto i riflettori – era felice di essere intervistato dai media e ha detto che non aveva paura di ritorsioni: “va bene, mi batterò, andrò in tribunale, farò del mio meglio per i nostri fratelli”.

L’amaro sudore e la rabbia dei fattorini

Quando gli sono state chieste le ragioni dell’apertura della chat di gruppo, Waqas ha parlato per più di dieci minuti. Durante l’intervista si è unito anche il suo compagno Shahzad, che aveva conosciuto tramite il gruppo. Entrambi hanno parlato amaramente dei bassi salari, delle dure condizioni di lavoro e delle difficoltà di contatto con Foodpanda.

Non ci hanno mai ascoltato

Negli ultimi sei mesi, l’account di Shahzad era stato sospeso due volte, ognuna per un periodo di sette giorni. Lui sapeva solo che la cosa era dovuta alle lamentele dei clienti, ma oltre a questo non gli era stato dato alcun dettaglio. Ha raccontato, “l’azienda non ci ha mai chiesto cosa fosse successo, perché non abbiano trovato nessuno nei paraggi quando li abbiamo contattati. Operano da altri paesi… non ci ascoltano mai riguardo ai nostri problemi”. Waqas e Shahzad hanno riferito che il personale che lavorava al centro di assistenza di Foodpanda veniva dalla Malesia, dal Pakistan e da altri paesi, e che non erano assolutamente capaci di comprendere le loro esigenze. Inoltre Waqas ha aggiunto che alla terza sospensione, si viene definitivamente esclusi dal lavoro per Foodpanda.

Un picco di guadagno mensile di 40.000 HKD; poi solo di 19.000 HKD

A causa delle tariffe di consegna sempre più basse e delle sospensioni arbitrarie degli account, i lavoratori si sono trovati ad affrontare difficoltà finanziarie. Waqas ha riferito che negli ultimi mesi, hanno aderito alla piattaforma ancora più lavoratori e la polizia ha emesso multe a un ritmo crescente. Inoltre, i fattorini dovevano acquistare il motociclo e mantenerlo di tasca loro. Mentre i costi vivi rimanevano alti, i salari calavano. Shahzad ha raccontato che nel periodo più alto, poteva guadagnare fino a 40.000 dollari lavorando 10-12 ore al giorno, sette giorni alla settimana [il valore di un dollaro di Hong Kong è pari a 0,11 euro – n.]. Invece, il mese scorso ha guadagnato solo 19.000 dollari.

Waqas ha 28 anni ed è arrivato a Hong Kong nel 2018 per ricongiungersi con sua moglie nata a Hong Kong. Hanno due figli, rispettivamente di 2 e 1 anno. Sia Shahzad che sua moglie sono pakistani, e Shahzad lavorava prima in Arabia Saudita con la sua famiglia. Solo nel 2019 è arrivato a Hong Kong per raggiungere la moglie. Suo figlio ha quasi tre anni e inizierà l’asilo a settembre. Entrambi contribuiscono al reddito famigliare.

Poiché i guadagni di Shahzad sono diminuiti, sua moglie e i suoi figli sono tornati in Pakistan per cercare di ridurre le spese. Lui spera solo che per l’inizio della scuola, a settembre dell’anno prossimo, sarà in grado di riabbracciare sua moglie e i suoi figli a Hong Kong.

I gruppi regionali chiedono l’adesione di altri lavoratori

Il 13 novembre, circa cinquanta lavoratori hanno manifestato fuori dal Pandamart di Kowloon Bay. Tenevano cartelli con gli slogan “dateci sicurezza”, “niente più sospensioni ingiustificate”, “siamo esseri umani, non cani”. La maggior parte dei lavoratori partecipanti erano fattorini di origine sud-asiatica.

Gli amministratori del gruppo di messaggistica di Foodpanda di Kowloon Bay, Manji e Kam Loong, si sono occupati del raduno dei lavoratori. In venti si sono presentati all’ingresso del Pandamart. I cugini Manji e Kam Loong avevano conosciuto altri lavoratori del quartiere mentre consegnavano il cibo, e avevano creato un gruppo di messaggistica per scambiarsi notizie e consigli relativi al lavoro, come ad esempio annotare i ristoranti che trattavano male i lavoratori. Al momento dello sciopero, il gruppo aveva settanta membri. Una ricerca su internet ha rivelato che c’erano molti gruppi di messaggistica collegati a Foodpanda, ma Kam Loong riteneva che il loro gruppo avesse permesso loro di comunicare efficacemente. Ad esempio, i partecipanti al gruppo di messaggistica di Kowloon Bay sono riusciti a trasmettere collettivamente un feedback a Foodpanda sui ristoranti che abitualmente facevano le ordinazioni in ritardo, come pure sui ristoranti con personale scortese, il che portava i lavoratori a rifiutarsi di fare le consegne per quei ristoranti. Grazie a ciò, Kam Loong ha conosciuto online Waqas, che si è detto interessato a scioperare. Kam Loong, a sua volta, è stato in grado di organizzare fattorini di Foodpanda con l’auto, in bicicletta e a piedi, di Pakistan, Hong Kong e India, che non potevano continuare ad accettare le riduzioni delle tariffe di consegna.

I cugini Manji e Kam Loong hanno una famiglia di quattro ragazzi, tre dei quali lavorano come autisti per Foodpanda, ed entrambi inviano mensilmente rimesse a casa. I loro genitori sono in pensione in Pakistan, e sia loro che altri parenti dipendono dal denaro guadagnato dai cugini a Hong Kong. Ogni mese, Manji manda 4000 HKD a casa, una somma che è sufficiente a mantenere da tre a cinque famiglie con cinque o sei membri ciascuna. Non volendo creare tensione ai loro familiari, né Manji né Kam Loong hanno parlato delle loro attuali difficoltà finanziarie con le loro famiglie.

Manji pensava di cambiare lavoro, descriveva il lavoro nell’edilizia come quello con più protezioni per i lavoratori, e diceva che “se ti fai male, ti pagano. Se ti fai male in Foodpanda, non fanno nulla. A loro non importa”.

Al momento, non c’è un conto preciso del numero di corrieri che consegnano cibo a domicilio a Hong Kong. Abbiamo chiesto a Deliveroo, Uber Eats e Foodpanda il numero di corrieri che attualmente lavorano per le loro piattaforme. Deliveroo ha dichiarato più di 10.000 corrieri, UberEats circa 5000 e Foodpanda circa 10.000.

Per i corrieri in sciopero, tutti i fattorini sono loro compagni.

Secondo i dati del Dipartimento dei Trasporti, da gennaio a giugno 2021 ci sono stati 188 incidenti stradali che hanno coinvolto fattorini in moto, di cui 24 con feriti gravi. Inoltre, ci sono stati 8 feriti gravi tra i fattorini in bicicletta, mentre gli incidenti con feriti lievi non sono stati registrati.

La svolta nella lotta per i diritti dei lavoratori può essere attribuita, questa volta, alla solidarietà tra gli immigrati del Sud Asia e i cinesi Han.

La fattorina e organizzatrice Ga Wing (嘉泳) è stata un anello di congiunzione fondamentale per agevolare la comunicazione tra i locali e i sud asiatici, ed è stata una presenza costante sulla scena dello sciopero. Era la responsabile dell’area di Kowloon City per questa azione di sciopero, e a volte la si poteva vedere tradurre per i fattorini sud asiatici sul posto. Il suo atteggiamento mite e gentile nasconde la portata e l’intensità del suo lavoro di attivista: era membro di un’associazione no-profit, il “Concern Group for Food Couriers’ Rights”, ed era entrata nelle file della “fanteria” (corrieri a piedi) dall’aprile di quest’anno. Al momento dell’intervista, stava portando avanti tre richieste di risarcimento da parte di fattorini che avevano subito lesioni legate al lavoro.

Per quanto riguarda i legami stabiliti con i fattorini sud-asiatici durante questo sciopero, Ga Wing ha riferito che il gruppo WhatsApp per organizzare lo sciopero è stato creato dai suoi “fratelli maggiori sud-asiatici”, che speravano di convincere un maggior numero di corrieri di etnia cinese ad aderire allo sciopero. Hanno inviato un appello all’azione sulla piattaforma online creata dai corrieri locali di Foodpanda per un precedente sciopero che è stato notato da Ga Wing, che era stata una degli organizzatori. Ga Wing ha quindi assunto il ruolo di anello di congiunzione, e ha inoltrato l’appello all’azione dei sud asiatici ad altri gruppi di chat, raccogliendo poco a poco il sostegno dei cinesi Han allo sciopero.

Contemporaneamente, i sud-asiatici distribuivano volantini che invitavano allo sciopero davanti ai Pandamart di tutta Hong Kong. Ga Wing ha rimarcato la forte coesione della comunità sud asiatica – “è quasi come se cento persone rispondessero alla chiamata di una persona”. I sud-asiatici si sono anche auto-organizzati in picchetti di sciopero per convincere altri corrieri e fattorini sud-asiatici a partecipare allo sciopero.

“Fate il possibile per riunirvi in gruppi di quattro”

In quest’epoca di “no big stage” (leadership centralizzata), Ga Wing racconta che “molte persone sono preoccupate per la polizia, ma nei gruppi di messaggistica abbiamo detto alle persone di fare il possibile per riunirsi in gruppi di quattro”. Gli organizzatori hanno anche evidenziato le azioni pacifiche. “Ieri, quando siamo andati al Pandamart a To Kwa Wan, gli organizzatori sud-asiatici ci hanno parlato della tradizione della non-violenza e della resistenza pacifica in India. Pensavano che questa tradizione aveva il potere di cambiare le cose”.

Combattere il razzismo contro i sud asiatici

Questa è Ga Wing, l’attivista sindacale anello di congiunzione tra i fattorini cinesi e i fattorini immigrati dal Pakistan e dall’India

Nei suoi due mesi di servizio in “fanteria”, Ga Wing ha detto di aver sperimentato appieno l’oppressione e l’inganno della “gig economy” delle consegne di cibo, che ha descritto come un sistema di “lavoro duro” senza alcun riguardo per la vita umana.

Prima dello sciopero, Ga Wing stava seguendo tre casi di infortuni sul lavoro. Uno riguardava la morte di un corriere indiano di Deliveroo. Gli altri due casi riguardavano dei fattorini, uno di Uber Eats e uno di Foodpanda, che erano stati ricoverati in ospedale dopo essere stati investiti da automobili. Ga Wing era indignata per la mancanza di risposte da parte delle tre compagnie: “Deliveroo ci ha fatto solo una telefonata dicendo quanto fossero dispiaciuti per l’incidente”. Uber Eats e Foodpanda non avevano ancora contattato i rider feriti o i loro familiari.

Ga Wing era indignata anche per il razzismo di cui sono vittime i fattorini sud-asiatici. Per esempio, quando i clienti specificano nelle note di consegna che non vogliono un corriere sud asiatico, o quando i clienti sbattono con forza la porta di casa per esprimere l’irritazione di essere stati serviti da un sud asiatico. Inoltre, non pochi corrieri locali vedono i loro compagni sud asiatici come lavoratori illegali disposti ad accettare le condizioni più dure fissate da Foodpanda o Deliveroo. Ga Wing considera questa lotta sindacale un esempio luminoso dell’unità, del coraggio e della volontà della comunità sud-asiatica di esprimere il proprio malcontento.

Ga Wing ha aggiunto che la risposta di Foodpanda allo sciopero questa volta è stata “un semplice copia e incolla” della risposta ad uno sciopero precedente in luglio, il che indica l’approccio intransigente della sua direzione. Ma per fortuna, ha detto, “nessuno ha paura” – forse una conseguenza del fatto che tutti sono “davvero arrabbiati questa volta; non possiamo più accettare di essere truffati da Foodpanda”.

Il fattorino di YouTube interrogato dalla polizia

Oltre a Ga Wing, anche Boxson, un fattorino in moto, ha denunciato Foodpanda, dichiarando davanti a una folla di giornalisti che “i tagli salariali hanno già oltrepassato la soglia limite. Ci siamo finalmente sollevati con il fuoco nel cuore decisi a scioperare!”.

Boxson è un YouTuber con un profilo dedicato alla cronaca della sua vita di fattorino. Sorridendo, ha detto: “Mi piace andare in moto, così sono diventato un fattorino. Mi piace anche girare e produrre film horror, così ho deciso di documentare quello che succede nella mia vita mentre lo faccio”.

Boxson aveva una serie di rimostranze, emblematiche delle difficoltà affrontate dai fattorini, che lo hanno spinto ad aderire allo sciopero: tagli alla paga, previsioni imprecise sulla distanza del viaggio, ordini “fantasma” e un trattamento ingiusto da parte dei clienti e di Foodpanda. Cosa ancora più importante, la sua partecipazione allo sciopero è nata dalle sue esperienze durante il movimento sociale del 2019: “tutti sanno che il 2019 è stato un punto di svolta importante. Non avevo mai vissuto nulla di simile in passato: ero un ragazzo normale, senza pretese, cresciuto in serra e che non era mai stato coinvolto in una zuffa. In passato, avrei potuto accettare con rassegnazione i tagli agli stipendi, ma dal 2019 abbiamo tutti imparato un nuovo modo di resistere all’ingiustizia: lo sciopero”.

Oggi, al punto più basso del movimento sindacale e della lotta operaia di Hong, Kong Boxson crede che la ragione per cui i lavoratori di Foodpanda sono stati in grado di promuovere con successo uno sciopero, è stata l’esplosione della rabbia collettiva contro gli scandalosi tagli salariali dell’azienda. “C’è solo bisogno di qualcuno che faccia il primo passo, che gridi: ‘Ehi, difendiamoci!’, e la gente non mancherà di prendere posizione”. Quando una persona alza la voce, cento rispondono.

A differenza degli anni precedenti, nel contesto politico di oggi anche i piccoli raggruppamenti o brontolamenti rappresentano una minaccia. Boxson ha detto di aver valutato i rischi. Dopo essersi fatto avanti, era stato interrogato dalla polizia in borghese: “So che state scioperando perché volete combattere per i vostri diritti. Va bene, ma c’è un limite alle riunioni di gruppo. Devi dire ai tuoi compagni di non riunirsi”. Il giorno dopo, ha ricevuto una chiamata dal dipartimento di pubbliche relazioni della polizia di Kwun Tong, che gli chiedeva: “stai uscendo anche oggi?”

Ma Boxson non si preoccupava per eventuali rappresaglie della polizia. Ne era più che altro “infastidito”. Secondo lui, questo sciopero non aveva motivazioni politiche, e di conseguenza la polizia stava solo a guardare. Per quanto riguarda l’azienda, Boxson ha detto: “se avessero voluto licenziarmi, lo avrebbero già fatto”.

L’organizzatore locale KK: tenere i piedi di Foodpanda sul fuoco

KK, un organizzatore dei fattorini di Kwun Tong, inizialmente lavorava nei ristoranti ma è passato a lavorare come fattorino in bicicletta per Foodpanda a causa del carico di lavoro. In un giorno normale riceveva da sei a sette ordini. “A volte i ristoranti sono proprio folli. Ti dicono di arrivare per il ritiro entro 15 minuti, ma in realtà, quando arrivi, hanno appena iniziato a preparare l’ordine”.

KK ha detto che esistevano da tempo punti deboli nelle direttive di Foodpanda. Per esempio, c’è stato un caso in cui un ristorante ha richiesto l’annullamento degli ordini d’asporto tramite il sistema di supporto alla consegna del servizio clienti. Lui ha replicato, “il servizio clienti è un robot, come può essere annullato?”, ma il ristorante ha contestato la cosa. Aveva anche riscontrato una mancata corrispondenza nei tipi di ordine, “gli ordini che erano destinati ai corrieri in moto sono stati assegnati a noi corrieri in bicicletta, e quelli che erano destinati ai corrieri in bicicletta sono stati dati ai corrieri a piedi”, definendo tali disposizioni come un circolo vizioso.

Per questo motivo, KK ha deciso di partecipare agli scioperi indetti dai lavoratori sud-asiatici nel tentativo di rimediare agli errori dell’azienda. “In realtà ci sono già state mobilitazioni su piccola scala. In gruppi clandestini, abbiamo discusso su come mettere in difficoltà l’azienda e allo stesso tempo tenerci al sicuro”. Ha anche detto di non essere preoccupato di subire ritorsioni. Riferendosi al precedente sciopero, KK ha detto che “l’azienda sa sicuramente quali lavoratori sono in sciopero” e che “anche se non mi lamentassi, ci sarebbero sicuramente altri lavoratori al mio posto”.

I lavoratori si incontreranno con la direzione martedì (1).

  1. I lavoratori si sono incontrati con la direzione e hanno raggiunto un accordo il 18 novembre 2021. I termini possono essere trovati qui.

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English Version

This short, very interesting, report on the struggle of the Foodpanda drivers, which took place in the last months of last year, came directly from Hong Kong to a comrade who gave it to us. The sending was accompanied by the hope-commitment to organize together the proletarians from the South East Asia. Our blog, Il Pungolo rosso (The Red Poke), pays special attention to what happens in the “other China“, the China of the workers, proletarians, rural exploited – parallel and combined with attention to what happens in the “other America”. In this case, even in a context of extreme fragmentation of the workforce, we see a drive towards self-organization, a picket strike, unity between Chinese drivers and immigrant drivers from Pakistan and India. Also makes us reflect the link between these struggles and the 2019 movement, which the depressed gurus of “left” geo-politics dismissed, in its totality, as another supernatural feat planned and ruled by the almighty Amerika (in crisis…). The global systemic crisis is beginning to make its imperious demands felt in rampant China too.

Foodpanda strike: Neighborhood groups, translators, YouTubers—in the post-unions era, how do workers organize?

Food delivery rider labor action post-NSL is encouraging but its broader impact remains to be seen.

By 陳萃屏 and 何逸蓓 on December 1, 2021. Original: 【Foodpanda 罷工】地區 group、翻譯組、YouTube 後工會時代 一場工運是如何誕生? Authors: 陳萃屏 and 何逸蓓. Translators: Grilled Saury, tfe, WF

Editor’s note: On the November 13, riders working for food delivery company Foodpanda in Hong Kong went on strike over cuts to delivery fees, racist and exploitative working conditions, arbitrary and inaccurate journey distance calculations by the Foodpanda algorithm, and the unresponsiveness of management to prior demands for improvements. On the November 18, the second round of negotiations between strike leaders and Foodpanda management resulted in a settlement, with some of the strike’s demands being met.

Following the imposition of the National Security Law in Hong Kong, numerous civil society groups and unions have pre-emptively disbanded due to fears of being retroactively prosecuted under the NSL for actions committed prior to the law’s promulgation. While numerous “new unions” formed during and after the 2019 anti-Extradition Bill protests, two of Hong Kong’s most prominent union organisations—the Professional Teachers Union and the Hong Kong Confederation of Trade Unions—announced their disbandment and ceased operations.

This translated Stand News report of the Foodpanda strike provides a snapshot of several of the striking couriers’ lives, as well as the labor conditions that led them to organize their co-workers. The strike is significant in that the strikers organised amongst themselves with neither the assistance of HKCTU labor organisers nor the material or financial support of the HKCTU, which had been important resources for workers in previous industrial actions. That the strikers were also able to self-organize in a gig economy industry like food delivery, where there is no workplace for colleagues to mingle and where delivery riders usually embark on journeys alone, only makes their strike all the more impressive. The demographic composition of the Foodpanda delivery riders participating in the strike is also significant. Delivery riders who are Hongkongers of Han Chinese ethnicity stood alongside South Asian migrant workers from India and Pakistan. With their interests as workers and demands against their employer in common, the strikers worked together to bridge racial and linguistic divides.

The framing of the strike as a primarily industrial matter concerned with workers’ livelihoods stands in striking contrast to the highly politicized calls for a general strike against the government during the 2019 protests. The presence of police—Foodpanda management said that they did not call the police—at the strike, and their threat to disperse the assembled strikers via the use of force, cannot be mistaken as anything other than a consequence of the NSL, and the Hong Kong government’s authoritarian assertion of power, in shrinking the space for expressions of protest and dissent in Hong Kong. What this bodes for future industrial actions remains to be seen.

A year after the promulgation of the National Security Law, many civil society organizations have disbanded, including the 31-year old Hong Kong Confederation of Trade Unions, and labor rights continue to be chipped away. At this low point of labor organization, workers with the delivery service Foodpanda have been striking for the past two days against, among other grievances, lowered wages and unfair order cancellation fees. On November 14th, workers forced Pandamart (Foodpanda’s grocery shop) to stop operations. The gathered workers chanted “we are humans, not dogs!”

Stand News interviewed the South Asian delivery drivers organizing this autonomous action, the administrator of the group of South Asian delivery drivers in Kowloon Bay calling for mass participation, as well as the “infantry” (foot couriers) transmitting the workers’ news and demands to Hong Kong social media to understand how, in the post-unions and “big stage” (centralized leadership) era, this workers’ movement came about.

How it all started: a suspended driver’s account

Waqas Fida, a delivery driver of South Asian descent, was initially an anonymous member of the drivers’ group. A couple of days ago, his driver’s Foodpanda account was suddenly suspended. He angrily created a group chat and created a simple graphic: a picture of a middle finger next to a panda’s head. The invitation link to the group spread quickly: “the number of members increased by 200 and 300 at once, and then suddenly several hundred. Now, there are nearly 1500 members in the group.”

Waqas was suddenly thrust into the spotlight—he was happy to be interviewed by the media and said that he wasn’t afraid of retaliation: “it’s okay, I will fight back, I will go to the court, I will do my best what we can for our brothers.”

The bitter sweat and rage of delivery workers

When asked about the reasons for opening the group chat, Waqas spoke for more than ten minutes. During the interview, his colleague Shahzad, whom he had gotten to know through the group, also joined in. Both bitterly reported low wages, harsh working conditions, and difficulties with getting in touch with Foodpanda.

They have never listened to us

In the past six months, Shahzad’s account had been suspended twice, each for a period of seven days. He only knew that it was the result of customer complaints, but he was provided with no details beyond that. He said, “the company has never asked us what happened, because there was nobody around when we contacted them. They are working from other countries…they never listen to us about our issues.” Waqas and Shahzad reported that the staff working for Foodpanda’s help center were from Malaysia, Pakistan and other countries and were wholly unable to understand their needs. Waqas also added that on the third suspension, one would be permanently barred from working for Foodpanda.

Peak monthly earnings of 40,000 HKD; only 19,000 HKD after

In light of ever-decreasing delivery fees and arbitrary account suspensions, workers had been facing financial pressures. Waqas said that in recent months, more workers had joined the platform and police had given out traffic tickets at an increased rate. In addition, riders had to purchase motorcycles and maintain their vehicles out of their own pocket. While out-of-pocket costs had remained high, salaries had been decreasing. Shahzad shared that at his peak, he could earn up to $40,000 by working 10-12 hour days, seven days a week. However, he only earned $19,000 last month.

Waqas is 28 years old and arrived in Hong Kong 2018 to join his Hong Kong-born wife. They have two children, aged 2 and 1 respectively. Both Shahzad and his wife are Pakistani, and Shahzad was previously working in Saudi Arabia with his family. It was not until 2019 that Shahzad arrived in Hong Kong to join his wife. His son is almost three years old and is starting kindergarten in September. Both are the breadwinners of their family. Since Shahzad’s earnings have reduced, his wife and children have returned to Pakistan in an attempt to reduce expenses. He only hopes that by the time school starts in September next year, he will be able to welcome his wife and children back to Hong Kong.

Regional groups call for more workers to join

On November 13th, approximately fifty workers demonstrated outside Kowloon Bay’s Pandamart. They held signs with the slogans “give us safety,” “no unreasonable suspension anymore,” “we are humans, not dogs.” Most of the workers present were drivers of South Asian descent.

The administrators of the Kowloon Bay Foodpanda message group, Manji and Kam Loong, were responsible for gathering the workers. Twenty people showed up at the entrance of the Pandamart. Cousins Manji and Kam Loong had gotten to know other workers in the district while delivering food, and created a message group to exchange news and tips related to work, such as noting down the restaurants that treated workers poorly. At the time of the strike, the group had seventy members. An internet search revealed that there were many message groups related to Foodpanda, but Kam Loong reckoned that their own message group had enabled them to effectively communicate. For example, members of the Kowloon Bay message group were able to collectively give feedback to Foodpanda about restaurants that were routinely late with orders, as well as restaurants with rude staff, which led workers to refuse to deliver for those restaurants. For this action, Kam Loong got to know Waqas online, who expressed an interest in striking. Kam Loong, in turn, was able to organize Foodpanda drivers, cyclists, and walkers from Pakistan, Hong Kong, and India who were unable to continue accepting the lowered delivery fees.

Cousins Manji and Kam Loong are part of a family of four boys, three of whom work as delivery drivers for Foodpanda, and both send monthly remittances back home. Their parents’ are retired in Pakistan, and they and other relatives are reliant on the cousins’ income earned in Hong Kong. Every month, Manji sends 4000 HKD back home, a sum that is enough to support three to five families with five to six members each. Not wanting to stress their family members out, neither Manji nor Kam Loong have shared their current financial difficulties with their families.

Manji was thinking about switching jobs, describing construction work as having more worker protections, stating that “even if you get hurt, they will pay you. If you get hurt in Foodpanda, they will not do anything. They just don’t care.”

Right now, there is no accurate count of the number of food delivery couriers in Hong Kong. We asked Deliveroo, Uber Eats, and Foodpanda about the number of couriers currently working for their platform. Deliveroo reported over 10,000 couriers, UberEats reported approximately 5000 and Foodpanda reported approximately 10,000.

For the striking couriers, all delivery couriers are their friends

According to data from the Transportation Department, there were 188 traffic incidents involving motorcycle delivery couriers from January to June 2021, with 24 incidents involving serious injuries. In addition, there were 8 severe injuries suffered by bicycle couriers, while records of incidents with slight injuries were not kept.

Hong Kong’s South Asians and Chinese locals connect once again

The breakthrough for the struggle for workers’ rights this time can be attributed to the solidarity between South Asian migrants and Han Chinese locals.

Food courier and organizer Ga Wing (嘉泳) was a vital go-between for the facilitation of communication between locals and South Asians, and was a familiar fixture at the scene of the strike. She was the convenor of the Kowloon City area for this strike action, and could occasionally be seen translating for South Asian delivery riders on scene. Her soft and gentle demeanor belied the breadth and depth of her activist work—she was a member of a non-profit, the “Concern Group for Food Couriers’ Rights”, and had joined the ranks of the “infantry” (foot couriers) since April this year. At the time of the interview, she was pursuing three claims by delivery riders who had suffered work-related injuries on their behalf.

Regarding the links established with South Asian delivery riders during this industrial action, Ga Wing said that the online WhatsApp group for organizing the strike was first set up by her “South Asian older brothers,” who were hoping to get more couriers of Chinese ethnicity to join the strike. They sent out a call to action on the online platform set up by local Foodpanda couriers for a past strike, which was noticed by Ga Wing, who had been one of the organizers. Ga Wing thus took on the mantle of a go-between and forwarded the call to action from the South Asians to other chat groups, gradually amassing support from Han Chinese locals for the strike.

At the same time, the South Asians were handing out leaflets calling for a strike in front of Pandamarts across Hong Kong. Ga Wing remarked at the strong cohesion of the South Asian community—“it’s almost like a hundred people respond when one person calls.” The South Asians also self-organised into strike pickets to persuade other South Asian food couriers and delivery workers to participate in the strike.

“Try your best to gather in groups of four”

In this age of “no big stage” (centralized leadership), Ga Wing shares, “a lot of people are worried about the police, but in the message groups we told people to try their best to gather in groups of four.” Organizers also emphasized peaceful actions. “Yesterday, when we went to the Pandamart in To Kwa Wan, the South Asian organizers told us about the tradition of non-violence and peaceful resistance in India. They felt that this tradition had the power to change things.”

Fighting racism against South Asians

In her two months serving in the “infantry,” Ga Wing said that she had experienced the fullest extent of the oppression and deception inherent to the food delivery gig economy, which she described as a system of “hard labour” that held no regard for human life.

Prior to the strike, Ga Wing was pursuing three cases of work-related injuries. One concerned the death of an Indian Deliveroo courier. The other two cases were about delivery riders, one each from Uber Eats and Foodpanda, who had been hospitalized after being hit by cars. Ga Wing was infuriated by the lacklustre response from the three companies: “Deliveroo only gave us a phone call saying how sorry they felt about the incident.” Uber Eats and Foodpanda still had not contacted the injured riders or their family members.

Ga Wing’s fury was also directed towards the racism suffered by South Asian food couriers. For example, when customers stipulate in their delivery notes that they do not want a South Asian courier, or when customers forcefully slam their doors shut as a way of expressing displeasure upon being couriered by a South Asian. Additionally, no small number of local food couriers perceive their South Asian colleagues as illegal workers who are willing to accept the harshest conditions stipulated by Foodpanda or Deliveroo. Ga Wing considered this industrial action to be a shining indicator of the unity, courage, and willingness of the South Asian community to express their discontent.

Ga Wing added that Foodpanda’s response to the strike this time was “entirely copied and pasted” from their response to a prior strike in July, which indicated its management’s uncompromising approach. Fortunately, she said, “no one is afraid”—perhaps a consequence of everyone being “just too furious this time around; we can no longer acquiesce to being swindled by Foodpanda.”

YouTuber delivery rider questioned by the police

Apart from Ga Wing, Boxson, a motorcycle courier, also spoke up against Foodpanda, declaring in front of a crowd of reporters that “the pay cuts have already crossed our bottomline. We have finally risen up with a fire in our hearts to go on strike!”

Boxson is a YouTuber with a channel dedicated to chronicling his life as a delivery rider. Grinning, he said: “I love to ride motorcycles, so I became a delivery rider. I also like to shoot and produce scary movies, so I decided to document what’s going on in my life while I’m at it.”

Boxson had plenty of grievances, emblematic of the hardships faced by food couriers, that motivated him to join the strike—pay cuts, inaccurate journey distance predictions, “ghost” orders, and unfair treatment by customers and Foodpanda. More importantly, his participation in the strike came from his experiences during the social movement of 2019: “everyone understands that 2019 was an important turning point. I had never experienced anything like it in the past—I was a normal, unassuming kid who grew up in a greenhouse and had never even been in a fight. In the past, I might have resignedly acquiesced to pay cuts, but since 2019, we’ve all learnt about a new way to resist injustice—that is, to go on strike.”

Today, at the nadir of Hong Kong’s union movement and labor struggle, Boxson believed that the reason why Foodpanda workers were able to successfully instigate a strike was because of the eruption of collective rage against the company’s egregious pay cuts. “There only needs to be someone to take the first step, to shout, ‘Hey! Let’s stand up for ourselves!’, and naturally, people will take a stand.” When one person shouts, a hundred will respond.

Unlike previous years, even small gatherings or rumblings are threatening in today’s political environment. Boxson said that he had considered the risks. After coming forward, he had been interrogated by plainclothes police: “I know that you are striking because you want to fight for your rights. That’s okay, but there’s a group gathering limit. You need to tell your colleagues not to gather together.” The next day, he received a call from the Kwun Tong Police Public Relations Branch, asking him, “are you coming out today again?”

However, Boxson was not worried about retaliation from the police. Rather, he just felt that it was “annoying.” In his opinion, this strike was not politically motivated, and as a result, the police were just watching. With regard to the company, Boxson said, “if they wanted to fire me they would have done so already.”

Local organizer KK: holding Foodpanda’s feet to the fire

KK, an organizer for Kwun Tong delivery workers, originally worked in restaurants but switched over to work as a bicycle courier for Foodpanda due to the workload. On a normal day, he would receive six to seven orders. “Sometimes, the restaurants are really fucking crazy. They tell you to arrive for pickup within 15 minutes, but in reality, when you arrive, they’ve just started preparing the order.” KK said, there had been longstanding vulnerabilities with Foodpanda’s policies. For instance, there was an incident where a restaurant required takeout orders to be canceled via the customer service delivery support system. He said, “customer service is a robot, how can it be canceled?” and the restaurant argued back. He had also experienced a mismatch in order types, “those orders that were meant for motorcycle couriers were assigned to us bicycle couriers, and those that were meant for bicycle couriers were given to foot couriers,” describing the arrangement as a vicious circle.

Because of this, KK decided to participate in the strike activity led by South Asian workers in an attempt to rectify the company’s mistakes. “There have actually been small-scale mobilizations before. In underground groups, we’ve discussed how we can put the company in hot water while keeping ourselves safe.” He also said that he was not worried about being retaliated against. Referencing the previous strike, KK said, “the company definitely knows which workers are outside,” and that “even if I didn’t complain, there would definitely be other workers in my stead.”

Workers are meeting with management on Tuesday (1).

Footnotes

  1. Workers met with management and came to an agreement on November 18, 2021. The terms can be found here.

La polizia non riesce a stroncare la lotta operaia alla Unes di Trucazzano e Vimodrone. Anzi si allarga la solidarietà militante con i licenziati

Oggi, 24 gennaio, ancora una spedizione di polizia e carabinieri contro i 49 lavoratori licenziati della UNES di Trucazzano (appalto Lgd) per spezzarne la protesta davanti al magazzino UNES di Vimodrone. Ma nonostante la brutalità delle cariche con manganelli, scudi e cazzotti, la spedizione punitiva è fallita per la determinazione degli operai, organizzati con il SI Cobas, e la presenza di un folto gruppo di solidali e di lavoratori di altri magazzini giunti da diverse città. Il blocco totale delle merci in entrata e in uscita con decine e decine di camion carichi fermi in fila e nei vari parcheggi è durato molte ore, riuscendo a rintuzzare i ripetuti tentativi di intimidazione, provocazione, sfondamento.

Dall’inizio di questa lotta la questura di Milano si è trasformata in una squadra di pronto intervento al servizio di UNES, la cui posizione oltranzista è legata anche alla consulenza dell’ex-deputato Pd Ichino (opportunamente ridenominato I-killer, essendo uno dei “padri” del funesto Jobs Act). Costoro pretenderebbero addirittura che i licenziati e il SI Cobas pagassero un risarcimento milionario a favore dell’azienda che è corresponsabile dei licenziamenti – un modo per radere al suolo insieme il diritto di sciopero e il diritto alla organizzazione sindacale operaia, non bastando allo scopo neppure i decreti-Salvini, la caterva di misure anti-sciopero varate negli ultimi tre decenni e gli interventi di polizia e carabinieri (e – come alla FedEx – di squadracce private).

Ecco perché questa vertenza sindacale sta assumendo un significato politico sempre più spiccato : se passasse la posizione padronale, sarebbero affermati in un sol colpo l’assoluta libertà di rappresaglia (ti licenzio perché vuoi il rispetto del contratto collettivo nazionale), la negazione in radice del diritto di sciopero (ti licenzio, e sono libero di farlo, perché eserciti il diritto di sciopero contro il tuo licenziamento) e la potestà padronale di rivalersi sugli scioperanti e sulla loro organizzazione sindacale per i “danni” subiti – ci vengono in mente i trattati diseguali imposti dalle potenze coloniali al popolo cinese per le guerre di aggressione messe in atto dalle stesse potenze.

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Il Collettivo Gkn solidale con i lavoratori della Unes in lotta contro i licenziamenti

Da mesi ormai i lavoratori della Lgd, azienda in appalto della Unes di Trucazzano (Mi), lottano prima per l’applicazione del contratto nazionale, poi contro i licenziamenti ritorsivi e infine contro nuovi licenziamenti mascherati da un ricatto giudiziario.

Finora hanno raccolto cariche e violenze. L’ultima in ordine cronologico è avvenuta il 21 gennaio.

Questa lotta finora “inspiegabilmente” non ha bucato la grande attenzione mediatica, se non in sporadici episodi. “Inspiegabilmente” è ironico.

Così come abbiamo detto per Texprint, per noi è semplicemente intollerabile qualsiasi differenza di trattamento tra la nostra vicenda e le altre vertenze, qualsiasi sia l’organizzazione sindacale che le dirige, il colore della pelle dei lavoratori che scioperano e la loro posizione nella catena del valore capitalista.

I lavoratori della Ldl di Trucazzano hanno ragione. Stanno dalla parte del diritto, della ragione, del cambiamento. Contro di loro si esercita al contrario la violenza della conservazione. #insorgiamo

Appello dei sindacati palestinesi ai sindacati internazionali per il sostegno alla lotta per la liberta’ e la giustizia del popolo palestinese

Riprendiamo dalla pagina FB del Si-Cobas e divulghiamo a nostra volta un appello lanciato dai sindacati palestinesi che chiamano sindacati e organizzazioni dei lavoratori nel mondo ad un’azione di sostegno attivo alla lotta del popolo palestinese – invitiamo compagni e simpatizzanti a far circolare il piu’ possibile quest’appello.

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ll SI Cobas fa proprio l’appello all’azione dei sindacati palestinesi, protagonisti la scorsa settimana del più grande sciopero generale degli ultimi decenni nei territori occupati.

In continuità con le iniziative e delle manifestazioni di sostegno a cui in questi giorni abbiamo preso parte con convinzione, e con la presa di posizione dei portuali SI Cobas di Napoli contro il transito delle armi da guerra israeliane sui porti italiani, esprimiamo il massimo sostegno all’iniziativa dei nostri fratelli di classe palestinesi, e invitiamo tutti i lavoratori a promuovere e/o partecipare alle iniziative che si terranno in questi giorni contro le aggressioni militari, i massacri a Gaza e la repressione operata da Israele con la complicità dell’imperialismo occidentale su tutto il territorio della Palestina storica.

Viva la lotta internazionalista in difesa del popolo e dei lavoratori palestinesi!

SI Cobas nazionale

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L’appello dei sindacati palestinesi

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Stati Uniti. Cose strane succedono a Portland…

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo aggiornamento sugli avvenimenti di Portland, la città più grande dell’Oregon (circa 600.000 abitanti), nel nord ovest degli Stati Uniti, ai confini con il Canada. La protesta non si ferma, benché in questa piazza la presenza degli afro-americani sia minima. Eppure, guardate cosa che sta succedendononostante la provocatoria presenza e l’intervento di truppe federali e contractors, o forse proprio per questo.

59 giorni consecutivi di proteste e di lotte in strada a Portland, da quando l’assassinio di George Floyd il 25 maggio è stata la scintilla che ha fatto irrompere questo inedito movimento contro la violenza della polizia. Movimento composto di sfruttati neri, latinos e bianchi senza riserve, uniti in un unico sentimento: contro il razzismo della polizia ed il razzismo sistemico che pervade tutta la società.

Il movimento di protesta non si arrende. Le mobilitazioni che stavano via via scemando hanno trovato nuova linfa e una nuova determinazione per rispondere all’escalation della repressione razzista dello Stato.

Mentre di giorno migliaia di giovani sfruttati manifestano, ogni notte in strada si ripete la battaglia contro la polizia e contro i simboli di questo razzismo rappresentato dalle statue degli “eroi” della supremazia bianca e dai palazzi del governo federale. Giornate di scontri intorno ai palazzi della Corte Federale di Giustizia, di bandiere a stelle e strisce date alle fiamme, di tentativi di ripetere il CHOZ di Seattle, contro cui la polizia locale non ha lesinato il pugno duro.

Dai primi di luglio la repressione dello Stato è diventata ancora più cruenta, ma il movimento di lotta non intende indietreggiare. Un battaglione delle forze della polizia del Dipartimento di Sicurezza nazionale (quel perfido corpo addestrato alle operazioni antiterrorismo ed alla difesa armata del confine con il Messico e contro gli immigrati clandestini) è stato inviato da Trump per cercare di terrorizzare il movimento e gli sfruttati tutti di Portland.

Le azioni violente di queste forze di polizia federali avvengono in modo brutale. Giovani vengono catturati e portati via usando auto a noleggio, quindi non registrate, senza costituire un arresto ufficiale: quanti di questi “arresti” sono stati compiuti ai danni di immigrati musulmani o di afroamericani di fede musulmana e condotti in carceri speciali e segrete a causa della guerra di rapina continua agli oppressi del mondo arabo islamico innescata dalla falsa guerra di civiltà contro il terrorismo?

Il movimento di protesta non si arrende. Le mobilitazioni che stavano via via scemando hanno trovato così rinnovata linfa e una nuova determinazione proprio per rispondere colpo su colpo all’escalation della repressione razzista dello Stato. Le manifestazioni hanno ricominciato a riempirsi della voglia di battersi da parte dei giovani sfruttati. A queste, come aspetto di una ricomposizione di un fronte di classe al di là della razza, si è aggiunto anche un aspetto di una ricomposizione generazionale di questi settori di proletari e sfruttati. Le piazze si sono riempite delle mamme in divisa gialla, schierate alla testa dei cortei ed al grido “federali attenti, le mamme sono qui”.

Tutto questo accade a Portland proprio perché è una delle espressioni più alte di questo sentimento di lotta contro il razzismo sistemico e per il “black lives matter” unitario degli sfruttati colorati e dei proletari bianchi incondizionatamente al fianco dei propri fratelli afroamericani e latinoamericani. Portland è una delle grandi città americane dove il razzismo e l’oppressione del popolo afroamericano storicamente si è caratterizzato non attraverso la segregazione ma attraverso la pulizia etnica dello Stato che ha cacciato i “neri” dalle città. In Oregon è rimasta in vigore fino al 1926 una legge che impediva agli afroamericani di entrarvi e di risiedervi, mentre sempre per legge lo Stato dell’Oregon vietava i matrimoni interrazziali fino agli anni cinquanta. Non è un caso, dunque che la popolazione afro-americana a Portland e nell’Oregon è la più bassa degli USA: gli afroamericani a risiedervi sono solo il 2% in tutto lo Stato ed il 5% a Portland.

Questa inedita unità di lotta tra sfruttati di ogni colore spaventa le forze sociali del capitale; la repressione qui è brutale ed è necessaria per spezzare sul nascere questo embrionale antagonismo che è di razza e di classe. Il Sindaco di Portland Ted Wheeler ha richiesto ufficialmente al governo di Washington di ritirare la polizia federale aggiungendo che il consiglio della città non le vuole. Altri esponenti dello Stato dell’Oregon si riferiscono alla presenza della polizia federale in strada a Portland come la presenza di “truppe di occupazione”. Più che guardare a questi conflitti e contraddizioni tra le istituzioni come espressione di una America che vede da una parte una componente democratica e liberale, contrapposta al bieco autoritarismo di Trump sceso da Marte, ne va capita la reale dinamica.

La crisi economica e sociale inarrestabile, aggravata ed accelerata dalla pandemia, il profondo smottamento di tutte le relazioni sociali che stanno contrapponendo forze sociali e classi sociali tra di loro, arriva a scuotere anche la sovrastruttura dello Stato centrale. Lo Stato degli USA, quel moloch indiscutibilmente centralizzato, militarizzato e coeso dall’acciaio fuso, scricchiola paurosamente. La crisi profonda, che è anche globale, richiede l’uso di politiche inedite per governare e traghettare la società americana verso più violenti scontri nella acuita concorrenza internazionale del capitalismo globale. A farlo scricchiolare è l’azione combinata di questa crisi e di questo insorgente movimento che essa stessa ha prodotto.

Questi fatti ci devono dire che tornare indietro non è più possibile. In questo scricchiolio anche l’intero liberalismo democratico viene messo all’angolo, è costretto a retrocedere ed infine a lasciare il passo alle politiche che richiamano la necessità di una repressione più dura. La repressione a Portland federalmente diretta dalla Casa Bianca arriva dopo che la repressione democratica condotta dal governo democratico dello Stato dell’Oregon e della città di Portland non è riuscita ad arrestare e a soffocare il movimento. Tant’è che Trump si appresta a mandare altre truppe federali della polizia del Dipartimento di Sicurezza Nazionale a Chicago, Washington, Seattle e New York, dove il 20 luglio l’azione nazionale dello sciopero per la vita dei neri – “strike for the black lives” – mostra ancora scenari di vitalità di questo inedito movimento di lotta di giovani proletari neri, latini, bianchi ed immigrati.

Molti video degli scontri di Portland di questi giorni ci mostrano le azioni dei federali contro le proteste che non evidenziano truppe militari addestrate e disciplinate, bensì delle scorribande isteriche tipiche dei branchi animali: cariche scoordinate e rapide ritirate disordinate; attacchi isterici che colpiscono alla cieca, urla incomprensibili. Sembrano delle truppe drogate, forze di polizia sotto l’effetto di stupefacenti, di droghe e allucinogeni. Cosa che non stupisce, in quanto la storia dell’esercito americano ci racconta del largo uso della somministrazione di eroina, LSD e crack alle truppe, per infondere coraggio alle truppe mandate sui fronti di guerra in Vietnam, in Iraq ed in Afghanistan. Altrettanti video ci mostrano che le mamme di Portland non si lasciano intimidire facilmente e con coraggio ancora questa notte la lotta continua.