Recovery Fund: altri 750 miliardi sulle spalle dei lavoratori!

Il gran giorno degli europeisti è arrivato: ieri 27 maggio la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha presentato la sua proposta per il Recovery Fund su cui si dovrà pronunciare il vertice dei capi di Stato e di Governo previsto per metà giugno. Con questa “storica” decisione, se verrà approvata, l’Unione europea aggiungerà al già pesantissimo debito pubblico esistente un nuovo colossale fardello di 750 miliardi di euro che, al pari di quello pregresso, graverà sulle spalle dei proletari di tutta Europa (e non solo), cui toccherà di assicurarne la remunerazione e il rimborso.

Dal punto di vista degli interessi di classe in gioco, dunque, nessuna novità. La bandiera dietro cui marciano compatte le classi dominanti del vecchio continente – e di tutto il mondo – non solo resta immutata, ma si rafforza ulteriormente: è la linea dell’ingigantimento del debito di stato, un meccanismo che stringe attorno al collo del proletariato un cappio sempre più soffocante. Non a caso è stato denominato “Next Generation” (prossima generazione) perché, nelle intenzioni dei decisori europei, dovrà strangolare non solo l’attuale ma anche le future generazioni di proletari, costretti dalla garrota del debito di Stato a vedere precipitare le loro condizioni di vita e di lavoro a livelli ben peggiori di quelli che già hanno conosciuto, accentuando ulteriormente la macelleria sociale che ha caratterizzato l’azione di tutti i governi degli ultimi anni.

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No al debito di stato. Sì alla patrimoniale del 10% sul 10% dei più ricchi. Dove prendere le risorse, e come impiegarle

Debate on size of public debt ignores fundamental issues : The ...

In questi giorni volano grandi numeri come fossero coriandoli. Non sono coriandoli, però, sono assegni a scadenza. Assegni che saranno obbligati a onorare tutti/e coloro che debbono lavorare per vivere, se non reagiranno e si batteranno organizzati per imporre la propria soluzione, immediata e di prospettiva, alla colossale crisi nella quale siamo stati precipitati.

Prendiamo l’ultimo numero ufficiale dato dal governo Conte-bis: 440 miliardi di euro di nuovo debito di stato da aggiungere ai 2.443 miliardi di gennaio 2020. Per l’UE nel suo complesso si parla di molte migliaia di miliardi di euro, e così per gli Stati Uniti. Lo stato italiano, dunque, ha deciso di accrescere smisuratamente il proprio debito nei confronti dei suoi creditori interni ed esteri. Che sono le banche, le assicurazioni, i fondi di investimento, il 10% più ricco della popolazione composto da grandi e medio-grandi capitalisti, manager, palazzinari, redditieri, boss della criminalità (si stima che abbiano nelle mani il 25% dei buoni del Tesoro), alti burocrati dei ministeri, generali, star dello spettacolo e dello sport, discendenti di famiglie nobiliari, etc. – insomma la crème del parassitismo sociale, gente abituata a succhiare il sangue di chi lavora a salario in automatico, senza neppure sporcarsi la bocca. La quota del debito di stato in mano a operai e salariati è quasi insignificante, se è vero che al 2018 la quota detenuta dall’insieme delle famiglie di tutte le classi sociali era solo del 5,4%.

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Note sulla crisi economica I – Il “cigno nero” e’ qui.

Crisi, guerra e prospettive dello scontro di classe
Che sia il canto del cigno del capitalismo decadente!

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Indice:

  • Un castello di carte
  • La guerra del petrolio
  • L’esaurimento della “spinta propulsiva” cinese
  • L’acuirsi dello scontro fra le grandi potenze
  • Le prospettive dello scontro di classe

Un castello di carte

Sotto la sferza dell’epidemia di coronavirus, una nuova crisi produttiva e finanziaria del sistema capitalistico internazionale è tornata a farsi estremamente vicina e, mai termine fu più appropriato, virulenta.

Se a dar fuoco alle polveri nel 2007/2008 sono stati i mutui sub-prime, oggi è il covid-19 ad aprire le danze, cioè uno shock esogeno, anche se tale aggettivo è corretto solo se utilizzato in senso stretto, cioè prescindendo da tutte le devastazioni che il modo di produzione capitalistico ha inferto all’ambiente naturale, nel senso più ampio del termine e che, negli ultimi decenni, si sono estese e approfondite con una progressione esponenziale.

In ogni caso, il coronavirus ha svolto la funzione di detonatore di contraddizioni e problemi che l’economia capitalistica porta in grembo da tempo e che, a dispetto del suo andamento ciclico – fatto di recessioni/crisi finanziarie e riprese successive e nonostante la situazione diversa in cui si collocano le differenti aree – si caratterizza per una difficoltà crescente della riproduzione capitalistica a scala globale,  che ha la sua radice nella crescente difficoltà di valorizzazione, della quale i più sofisticati artifici della finanza speculativa e l’impiego di tutte le risorse delle Banche Centrali, capaci di creare denaro – ma non valore – dal nulla non riescono a venire a capo.

Il crollo delle Borse mondiali, iniziato nelle piazze asiatiche nelle scorse settimane ed estesosi ora a tutto il mondo occidentale, da Wall Street ai mercati finanziari europei (Milano, “centro epidemico”, è addirittura sprofondata fino al record negativo di tutti i tempi: -17% in un solo giorno, ma anche Londra, Francoforte, Parigi e New York hanno subito perdite pesantissime), segnala con una potenza dirompente che una nuova edizione della crisi sistemica del capitalismo mondiale bussa alle porte, ridicolizzando le letture minimaliste che appena qualche giorno fa i portavoce del capitalismo globale si affannavano a proporre. Continua a leggere Note sulla crisi economica I – Il “cigno nero” e’ qui.

Orari di lavoro. Il “sovranismo” uccide. L’europeismo pure … E allora?

Proprio come in Italia col governo Lega-5 stelle, i governi “sovranisti” di Austria e Ungheria giurano che il pugno di ferro contro gli immigrati serve a portare lavoro, sicurezza etc. ai lavoratori autoctoni – il benamato “popolo”. Bene, i fatti recenti mostrano ancora una volta che non è affatto così. Né i lavoratori possono aspettarsi alcunché di buono dai governi “europeisti” … E allora?

Sovranisti “schiavisti”

Da diversi giorni strade e piazze della bella Budapest sono animate da manifestazioni di protesta (una delle quali ha raccolto quasi ventimila persone) contro la “legge sulla schiavitù”, voluta da Orban e dal suo partito, che innalza da 250 a 400 il monte-ore di straordinario che le imprese possono chiedere agli operai e agli impiegati alle loro dipendenze. Non bastasse questo, la legge prevede che il pagamento delle ore extra possa avvenire entro 3 anni (in precedenza il termine era di un anno).

Nella vicina, e molto più ricca, Austria un altro governo “sovranista” ha introdotto dal 1° settembre una nuova disciplina degli orari che prevede quanto segue: in caso di necessità, per “consentire alle imprese di rispondere con maggiore prontezza alla domanda del mercato”, le stesse potranno chiedere ai loro dipendenti di lavorare fino a 12 ore al giorno e a 60 ore la settimana (i massimi precedenti erano di 10 e di 50 ore rispettivamente). Continua a leggere Orari di lavoro. Il “sovranismo” uccide. L’europeismo pure … E allora?

La falsa sfida. Lega&Cinquestelle VS Europa …

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E la vera sfida da lanciare al governo, all’Ue e ai “mercati”

Ci siamo: la Commissione europea boccia la finanziaria del governo Salvini/Di Maio e i due demagoghi a pettinfuori (o quasi) giurano: non retrocediamo di un millimetro. Su tutto possiamo transigere, sulla difesa dei poveri e dei pensionandi no. Prima i proletari! Salvini-Di Maio/Lega-Cinquestelle in armi contro la perfida UE, dunque. Avanti fino in fondo, sia quel che sia. E boia chi molla.

Che c’è di vero in questa sceneggiata meneghino/napoletana?

Per l’essenziale, nulla.

Perché:

  1. Il Fiscal Compact, il patto strangolatorio inserito in Costituzione che impone il pareggio di bilancio e il dimezzamento del debito di stato, non viene in alcun modo messo in discussione. Anzi non viene neppure nominato;
  2. Perché il Def (Documento di economia e finanza) del governo in carica garantisce per i prossimi anni l’avanzo primario; garantisce cioè, al pari dei precedenti governi, che lo stato spenderà meno di quanto incasserà. E lo farà per tutelare al meglio i suoi grandi creditori-piranha (quest’anno incassano 62 miliardi di interessi), cioè proprio i famigerati mercati e/o investitori, quelli di cui i “nemici” Juncker e Moscovici sono portaborse e portavoce;
  3. Perché lo stesso Def “sovranista” prevede, esattamente come impongono le regole europee, la riduzione progressiva del deficit annuale: 2,4% nel 2019, 2,1% nel 2020, 1,8% nel 2021. Con tanto di rassicurazioni da parte dei suddetti guerrieri di cartapesta che l’obiettivo è comunque quello di ridurre l’indebitamento statale nell’arco del triennio (da non dimenticare che i 5S si sono impegnati ad abbatterlo dal 130% al 90% del pil in due legislature, con tagli da 800 miliardi di euro);
  4. Perché nel Def è stata inserita una clausola di salvaguardia, che obbliga il governo a intervenire nel corso del 2019 se, com’è certo, non saranno rispettate le previsioni fatte e il deficit crescerà più del previsto. Ad intervenire con una manovra correttiva composta di nuove tasse (ad esempio l’aumento dell’Iva caro a Tria, e solo rinviato) e nuovi tagli al welfare (Libero del 15 novembre ipotizza addirittura un’altra “riforma” pensionistica più dura della odiosa Fornero);
  5. Perché si mette in cantiere una nuova megasvendita dei beni immobili di proprietà statale per l’ammontare di 18 miliardi di euro – la cifra è esagerata, l’intenzione però è reale. Ancora privatizzazioni, quindi, come impongono le direttive europee agli stati più indebitati. In ballo ci sono, oltre migliaia di immobili, terreni, spiagge, anche quote di Cdp, Poste, Ferrovie, Finmeccanica-Leonardo, Rai, Poligrafico, etc. In ogni caso, nuovi lucrosissimi affari in vista per i fondi di investimento, le banche e i grossi capitali esteri (a proposito di “sovranità”…) ed interni;
  6. Perché sulla scia dei vari Letta, Renzi e Gentiloni, che ottennero una flessibilità di 40 miliardi, anche gli attuali governanti pregano l’UE di considerare fuori deficit i 3,5 miliardi per gli interventi legati alle calamità naturali;
  7. Perché contestualmente al varo del Def, il governo lega-stellato annuncia, con il suo socio di maggioranza Salvini, che tutte le “grandi opere” infrastrutturali messe in cantiere dai precedenti governi d’accordo con l’Europa, si faranno, e che si faranno anche una caterva di inceneritori: altri affaroni per le mega-imprese italiane ed estere, e per la criminalità organizzata (l’ha detto Di Maio, e una volta tanto gli è scappato di dire il vero).

Il “modello di società” legastellato

Insomma, il Def e il governo Lega-Cinquestelle non rompono affatto con la logica del neo-liberismo a cui è ferreamente legata l’UE; tanto meno rompono con i meccanismi di funzionamento fondamentali della società capitalistica di cui la Commissione di Bruxelles è il presidio istituzionale – a cominciare dallo sfruttamento intensivo e dalla precarizzazione della forza-lavoro. La loro “sfida” si riduce a qualche modesta misura di provvisorio tampone del malessere sociale prodotto da decenni di politiche di sacrifici imposti ai lavoratori; misura pagata – lo vedremo – dalla classe lavoratrice nel suo insieme. Continua a leggere La falsa sfida. Lega&Cinquestelle VS Europa …