Pedro Sanchez rivoluzionario e noi poveri riformisti?

Nei giorni scorsi il governo spagnolo ha deciso di proporre per il 2021 al parlamento – dove è in minoranza e dove se ne discuterà a partire dalla metà del mese – l’aumento delle tasse sui redditi più elevati. L’aumento sarebbe del 2% sui 16.740 contribuenti che hanno redditi “da lavoro” superiori ai 300.000 euro l’anno (nel patto elettorale tra socialisti e Podemos la soglia era stata posta parecchio più in basso, a 130.00 euro) e del 3% sui circa 20.000 che hanno redditi da capitale oltre i 200.000 euro – in totale lo 0,17% dei contribuenti spagnoli. Inoltre il governo Sanchez vorrebbe introdurre un’imposta del 15% sulle società di investimenti immobiliari quotate (in Spagna la soglia minima di imposta per gli operai è collocata al 19%…), diminuire le detrazioni fiscali per i fondi pensione privati, e introdurre un’imposta patrimoniale dell’1% sui possessori di ricchezze superiori ai 10 milioni di euro. Il condizionale è d’obbligo perché l’ultima parola spetterà al parlamento (le Cortes Generales) e alle regioni.

Queste misure sono state presentate dal telegenico duo Sanchez-Iglesias con uno spottone sulla “giustizia fiscale” e sul fatto che da ora in poi “quelli che hanno di più, pagheranno di più”. Tanto è bastato perché ci venisse chiesto: come la mettiamo con la patrimoniale proposta dal Patto d’azione? Non avevano ragione i compagni che la scartavano come una misura riformista?

Questa domanda è stranissima.

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Che fine ha fatto la “questione catalana”?

Oltre la Brexit, e il crescente caos che sta producendo nel Regno Unito, senza ovviamente che i lavoratori ne traggano il minimissimo beneficio, un altro tema è pressoché scomparso dai siti “sovranisti” di sinistra, ed è la questione catalana. E anche in questo caso, ci sono ottime ragioni perché coloro che vollero caricare l’opzione indipendentista di significati progressisti, antifascisti, anticapitalisti o addirittura socialisti, per non dire rivoluzionari, stiano in rigoroso silenzio. Infatti a quasi un anno dal referendum, alla confusione dominante a Madrid dove è nato un governo di minoranza in sostituzione del defunto governo Rajoy, fa da corrispettivo altrettanta confusione dentro il Junts per Cat, il partito di Puigdemont, dove si fronteggiano gli indipendentisti a tutti i costi e coloro che pensano invece a soluzioni di compromesso (per lo stesso Puigdemont l’indipendenza “non è l’unica soluzione”) con Madrid e il nuovo, fragilissimo premier Sanchez, già sconfitto sulla legge di bilancio (redatta in sostanziale continuità con la politica anti-operaia di Rajoy). In tanta impressionante confusione, la sola cosa certa è che alla guida delle istituzioni catalane si è insediato Joachim Torra, esponente della componente più conservatrice e razzista dell’indipendentismo, colui che è arrivato a definire i castellanohablantes – quelli che parlano spagnolo – “bestie in forma umana”; sulla scia, del resto, del suo ben più famoso predecessore Jordi Pujol che gratificò gli andalusi, che spesso sono proletari immigrati in Catalogna, come “individui anarchici che vivono in uno stato di ignoranza e miseria culturale”. Insomma: sciovinismo catalano a tutto campo!

Lo stesso “miracolo economico” spagnolo degli ultimissimi anni (questi sono tempi in cui basta un +2% o +3% del pil per far gridare ai miracoli…), costruito sui tagli alla spesa statale, la depressione dei salari e la precarietà, sta cominciando a perdere colpi, a cominciare proprio dalla Catalogna che già a fine 2017 doveva registrare una prima fuga di oltre 3.000 imprese e un calo del turismo. Esattamente come nel Regno Unito, dove comincia a risultare evidente, anche in Spagna e Catalogna la prospettiva “sovranista” non porta nella sua cesta doni e prosperità per i lavoratori, ma solo veleni e funeste divisioni, a esclusivo vantaggio della classe sfruttatrice di Spagna, di Catalogna e degli altri paesi europei, che di una classe lavoratrice divisa per linee nazionaliste ed “etniciste” può disporre a proprio piacimento.

Nel n. 2 del “Cuneo rosso”, quando cominciava appena a montare il chiasso indipendendista, prevedevamo che la sua ulteriore crescita non avrebbe facilitato in nulla, avrebbe invece complicato e ostacolato “la creazione delle premesse di una risposta proletaria adeguata alla durezza della lotta di classe dall’alto”. Il corso successivo dei rapporti tra le classi ha confermato in pieno questa nostra previsione. Negli ultimi anni, in parallelo con l’esplosione della “questione catalana”, vi è stato un impressionante calo degli scioperi e dei conflitti tra proletari e padroni, e solo il provvisorio rinculo dello scontro Madrid-Barcellona ha consentito alla protesta dei pensionati e delle donne, in primavera, di avere un po’ di respiro come proteste che hanno attraversato l’insieme del paese senza inquinamenti nazionalistici. Gli stessi tassisti che si sono mossi di recente contro Uber e l’arrendevolezza di Sanchez verso la multinazionale statunitense, hanno dato vita a proteste che hanno riunito Madrid, Barcellona, Siviglia, Bilbao …

Ecco perché pubblichiamo con piacere questa riflessione “a freddo” sulla questione catalana, che ci è pervenuta da un compagno che ha una conoscenza diretta della situazione spagnola e catalana, e ha fatto esperienza politica in organizzazioni di matrice trotskista. Possiamo non concordare con lui su questo o quel passaggio della sua analisi e delle sue proposte, ma sta di fatto che tutta questa vicenda ha avuto l’effetto pernicioso di rafforzare l’influenza delle ideologie nazionaliste dentro la classe proletaria. Chi si aggrappa alla “alternativa” Colau e alla sua ipotetica rete delle “città senza paura”, si aggrappa al nulla.

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Qualche dato sulla Catalogna

La densità di popolazione (n° di abitanti per ogni km2 di superficie del territorio) indica la capacità “attrattiva” di un territorio, naturalmente con le dovute cautele ed eccezioni. Continua a leggere Che fine ha fatto la “questione catalana”?