Calore e siccità stanno cuocendo il mondo a morte. Ringraziate il cambiamento climatico, di E. Ottemberg

Panamint Valley, Death Valley National Park. Photo: Jeffrey St. Clair.

Riprendiamo da “Counterpunch” un articolo di E. Ottemberg dell’8 giugno scorso dedicato ai fenomeni climatici estremi che stanno colpendo gli Stati Uniti e molte altre zone del mondo, con un impatto devastante sui paesi più poveri. Il testo della Ottemberg è interessante per le informazioni che dà. E coraggioso per la denuncia che fa, da cittadina statunitense, dei poteri costituiti del “suo” Paese, senza perdersi in distinzioni fatue tra repubblicani e democratici, benché sia un dato di fatto che alcuni repubblicani (tra cui la deputata M. Taylor Greene) si segnalino per l’attacco frontale alla stessa idea di una catastrofe ecologica e climatica in atto. Tuttavia, come per altre valenti polemiste (prima tra tutte la Naomi Klein), mentre è leggibile nelle loro analisi e denunce, almeno in filigrana, un orientamento anti-capitalistico, al tempo stesso – e contraddittoriamente – il suo e loro discorso appare inficiato dall’ingenua speranza riposta in politici diversi dai Biden e Trump, che potrebbero fare questo e quello, esser meno “folli” e “suicidi”, distruggendo in questo modo con una mano quello che fanno con l’altra. Questa contraddizione è propria, finora, anche di tutte le formazioni e i movimenti ecologisti – ma non è una buona ragione per ascriverli una volta e per tutte all’impotente riformismo. Abbiamo fiducia nella forza dell’oggettività sempre più drammatica che ci viene incontro, e alla capacità di convincere della critica rivoluzionaria.

Il pianeta brucia e gli incendiari sono al comando, per riprendere una battuta dell’ambientalista Naomi Klein. Alcuni dei più devoti incendiari siedono alla Corte suprema degli Stati Uniti. Una prova? La recente soppressione, da parte della corte di Koch, dell’Agenzia per la protezione ambientale creata da Nixon.

Il canarino nella miniera di carbone è morto. Morto stremato per il calore. Con lui se ne sono andati molti esseri umani, rimasti senza difese di fronte al collasso climatico: in India questa primavera, nel sud-ovest, nel Midwest e nel sud degli Stati Uniti in tarda primavera, nello Xinjiang, in Cina, in primavera e in gran parte dell’Africa in questo momento. Ciò è avvenuto prima ancora che il calore estivo iniziasse davvero ad arroventare l’aria. L’estate scorsa il nord-ovest americano ha cotto a 116 gradi Fahrenheit [46,6 Celsius] per giorni, e in luoghi come la città di Lytton, nella Columbia Britannica, il mercurio ha raggiunto i 122 gradi [50 C], prima che la città si incendiasse spontaneamente e fosse rasa al suolo. Questa tostatura, che un tempo si verificava una volta in un millennio, ora, a causa del cambiamento climatico indotto dall’uomo, avviene ogni anno in vaste aree del pianeta. Le estati in questi giorni a Reno, in Nevada, sono in media di 10,9 gradi più calde rispetto al 1970, mentre in paesi come l’Iraq certe giornate raggiungono temperature di 120 gradi [48,8 C]]. E la maggior parte degli iracheni non ha l’aria condizionata.

Quindi è stato un po’ difficile dispiacersi per gli europei disperati per le temperature comprese tra 104 e 109 gradi [40-42,7 C], a metà giugno. È un lusso, rispetto a ciò che i senzatetto in India e nel grande Medio Oriente sono costretti a sopportare. Perché molti europei hanno l’aria condizionata. Una fortuna che non tocca a coloro che dormono, e spesso tirano le cuoia, sul cemento bollente delle autostrade del subcontinente.

Eppure anche il riscaldamento europeo ha battuto il suo record, come sembra fare ogni nuova ondata di caldo in questa fase iniziale del collasso climatico. La Catalogna, in Spagna, ha raggiunto i 109 gradi [42,7], una delle temperature più calde di sempre, mentre le temperature di 104 gradi in Francia sono state, secondo il Washington Post del 2 giugno, “le più alte temperature del paese nella storia”.

Caldo estremo significa siccità, e siccità significa niente cibo. Così in molte zone del mondo si osserva la carestia espandersi sui terreni agricoli ormai desertificati. In Kenya, Somalia ed Etiopia, le persone stanno morendo di fame. Si calcola che le vittime siano 23 milioni di persone, secondo Oxfam – cifre che mettono in pessima luce i paesi del G7 riunitisi il 28 giugno, per aver fatto troppo poco per questo disastro, “per aver lasciato milioni di persone morire di fame e cuocere il pianeta”. In tutto il mondo “323 milioni di persone sono a rischio di denutrizione e si prevede che 950 milioni (quasi un miliardo!) soffriranno la fame nel 2022”, ha tuonato Oxfam contro gli Stati Uniti e i suoi sodali europei.

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Rosa Luxemburg e il debito come strumento imperialista – E. Toussaint

Il 2022 sarà un anno molto difficile per i paesi dominati e controllati del Sud del mondo, specie per quelli più indebitati con l’estero. Per almeno due ragioni: i 42 paesi che avevano aderito alla sospensione del pagamento delle rate per il 2020 e il 2021, dovranno ricominciare a pagare; molti di questi paesi vengono colpiti duramente dall’aumento del prezzo del petrolio e del gas. Nel complesso i 74 paesi più poveri del mondo dovranno versare ai loro creditori (i sanguisuga di sempre, ossia le vecchie potenze coloniali, a cui si è aggiunta la Cina) 35 miliardi di dollari – secondo la Banca mondiale si tratta di un aumento del 45% sul 2020. Un onere pressoché insostenibile, per cui più della metà di questi paesi sarà costretto a chiedere la ristrutturazione del debito estero – che comporta sempre, come ha mostrato Chossudovsky, l’appesantimento del debito e della dipendenza economica e politica. Tra i paesi più a rischio insolvenza Sri Lanka, Ghana, Tunisia, Salvador, ma altri – come il Libano – sono già alla bancarotta.

Ecco perché ci è sembrato utile riprendere (e tradurre) dal sito del CADTM (Committee for the Abolition of Illegitimate Debt) questo articolo di E. Toussaint che espone in modo piano l’analisi della funzione imperialista dei prestiti internazionali compiuta da Rosa Luxemburg nel suo L’accumulazione del capitale. E’ utile precisare che, per noi, da cancellare è l’intero debito estero dei paesi dominati e controllati dalle potenze imperialiste, non una sua parte.

Nel suo libro intitolato L’accumulazione del capitale, pubblicato nel 1913, Rosa Luxemburg dedicò un intero capitolo ai prestiti internazionali per mostrare come le grandi potenze capitaliste dell’epoca utilizzassero i crediti concessi dai loro banchieri ai paesi collocati alla periferia [del mercato mondiale] al fine di esercitare il proprio dominio economico, militare e politico su di essi. Ella cercò di analizzare l’indebitamento dei nuovi stati indipendenti dell’America Latina (in particolare dopo le guerre di indipendenza negli anni Venti dell’Ottocento), nonché l’indebitamento dell’Egitto e della Turchia durante il XIX secolo, senza dimenticare la Cina.

Luxemburg scrisse il suo libro durante un periodo di espansione internazionale del capitalismo, sia in termini di crescita economica che di espansione geografica. A quel tempo, all’interno della socialdemocrazia, a cui apparteneva (il Partito Socialdemocratico di Germania e il Partito Socialdemocratico di Polonia e Lituania – territori condivisi tra l’impero tedesco e quello russo), un numero significativo di leader e teorici socialisti era favorevole all’espansione coloniale. Tale posizione si manifestò in maniera particolare in Germania, Francia, Gran Bretagna e Belgio, potenze che avevano sviluppato i loro imperi coloniali in Africa, principalmente tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Rosa Luxemburg, invece, era totalmente contraria a questo orientamento e denunciò il saccheggio coloniale e la distruzione delle strutture tradizionali (spesso comunitarie) delle società pre-capitalistiche da parte del capitalismo in espansione.

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Un sistema finanziario mondiale ultra-parassitario che beneficia di una totale protezione, di F. Chesnais

Questo testo di François Chesnais, che traduciamo da http://www.alencontre.org , illustra, con la nota competenza, il folle procedere di un’accumulazione finanziaria sempre più staccata dal processo reale di accumulazione. Mentre le previsioni sulla caduta del pil mondiale e dei singoli paesi si fanno sempre più pesanti, nel secondo trimestre dell’anno le borse hanno avuto un’avanzata travolgente: Wall Street è cresciuta del 30% (il record degli ultimi 23 anni), la borsa di Milano del 17% (il record degli ultimi 17 anni). Le banche centrali sono finora riuscite ad evitare l’esplosione di una crisi finanziaria che moltiplicherebbe l’impatto dell’acuta crisi produttiva innescata dalla crisi sanitaria, ma perfino i massimi funzionari del FMI debbono ammettere che stanno crescendo a dismisura il sistema bancario ombra e i movimenti speculativiin una spirale di contraddizioni sempre più difficili da governare, anche perché i movimenti erratici di questi mega-capitali speculativi sono sempre più affidati a sistemi automatici, robotizzati, regolati sulla ricerca spasmodica di micro-profitti immediati. [Anche se è ben chiaro che questa folle spirale sempre più fuori controllo cerca di trovare, e può trovare, un po’ di “pace” e di “normalità” solo nella feroce intensificazione del suo comando sul lavoro vivo e del suo dominio sulle forze della natura.]

Un altro importante aspetto richiamato da Chesnais è l’imponente fuga di capitali in atto dai paesi dominati e controllati del Sud del mondo che sta generando o incubando – in particolare in Sud America e in Medio Oriente – crisi sociali esplosive (una per tutte, il Libano). Aspetti già noti e aspetti del tutto inediti (per esempio la tendenza semi-secolare al ribasso dei tassi di interesse) si intrecciano in questa che si presenta sempre più come un’epocale crisi di sistema che investe, più in profondità di quella del 2008, l’intera economia mondiale, l’intero sistema sociale capitalistico.

Molto interessante è anche il richiamo all’impegno del FMI e di altri network finanziari nell’incentivare il passaggio al “green capitalism”, che tutto è, e sarebbe, fuori che un’alternativa “sostenibile” al brutale saccheggio della natura e del lavoro proprio del capitalismo del fossile – e ci mette di fronte alla necessità di demolire criticamente e lottare nel concreto questa ed altre false soluzioni alla crisi del modo di produzione e della civiltà del capitale. Non ci salveranno nuovi modelli capitalistici di sviluppo, ci salverà solo la rivoluzione sociale. Pazienza se abbiamo davanti montagne da scalare.

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In Europa, nel corso della pandemia, il sistema finanziario ha ricevuto scarsa attenzione da parte dei media. Solo a fine febbraio/inizio marzo il brusco calo dei mercati azionari ha conquistato la prima pagina di giornali e trasmissioni televisive. In effetti, tra il 20 febbraio e il 9 marzo, abbiamo visto un crollo dei prezzi tra il 23% e il 30%, a seconda delle piazze finanziarie. Ora sappiamo che questo è accaduto grazie all’intervento della FED (la banca centrale degli Stati Uniti). Oggi il supporto fornito agli investitori finanziari non si sta indebolendo. Il 12 giugno la FED ha ridotto i tassi di interesse chiave sui suoi prestiti allo 0% e ha annunciato l’acquisto illimitato di buoni del tesoro [1]. In scia, il 18 giugno la BCE ha annunciato che stava facendo prestiti alle banche dell’area euro per un’ammontare di 1.310 miliardi di euro ad un tasso del -1%. Ad aprile 2019 ho concluso un articolo per A l’Encontre in questo modo: “La questione politica che può sorgere in uno o più paesi europei a seconda delle circostanze è un nuovo salvataggio delle banche da parte dello Stato, con la classica socializzazione delle perdite a spese dei salariati e delle salariate” [2].

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