Per una piattaforma di classe sul terreno fiscale (Tendenza internazionalista rivoluzionaria)

Nei mesi scorsi la nostra proposta di una patrimoniale del 10% sul 10% della società (capitalisti di varie taglie e borghesi) fondata sull’analisi delle tendenze di lungo periodo del capitale, dello stato del capitale e del fisco capitalistico, ha suscitato un po’ di discussione. Ritorniamo sul tema, a partire dall’esperienza quotidiana degli operai, dei proletari, dei salariati. Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.

Detassazione dei salari, imposta progressiva, patrimoniale del 10% sul 10% più ricco!

Quando un lavoratore riceve la busta paga, sempre di più prova sconcerto per la differenza tra il “lordo” contrattato e spesso (nella logistica, almeno) frutto di lotte, e il “netto” che riceverà. Una differenza dovuta principalmente alle tasse, che tende a crescere di anno in anno, e priva i lavoratori di una buona parte dei già magrissimi aumenti ottenuti con i rinnovi dei contratti nazionali e aziendali (e con il lavoro straordinario).

Un esame approfondito di chi paga le tasse in Italia (e negli altri paesi capitalistici avanzati)1 ci mostra che a pagare le tasse sono soprattutto i lavoratori dipendenti, non i padroni o i ricchi in generale. Lo Stato negli ultimi decenni ha prelevato una parte crescente di salari e stipendi, mentre ha alleggerito il prelievo su profitti, interessi, rendite e altri redditi dei capitalisti e dei borghesi.

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Un piccolo dossier sulla repressione statale, e un rinnovato appello alla mobilitazione unitaria – TIR

Piacenza, 13 marzio

Sarà un caso, ma non ci sembra proprio.

Fatto sta che dall’avvento del governo Draghi si stanno accumulando, giorno dopo giorno, una serie di operazioni repressive di stato, con protagonisti polizia e magistratura, o stanno venendo a maturazione operazioni repressive avviate sotto i precedenti governi. In testa a tutto c’è l’attacco al SI Cobas e ai combattivi proletari immigrati della logistica di Piacenza (qualche mese fa era stata la volta di quelli di Modena, contro cui sono stati messi in piedi molti processi e un maxi-processo – solo nella città di Modena pende la spada della “giustizia” di classe su 400 lavoratori di Alcar 1, Gls, Emilceramica, Bellentani, GM Carrozzeria e Cataforesi, Opera Group, Ups, Pamm, Italcarni, Emiliana Serbatoi, Gigi Salumificio); a seguire, il movimento No Tav, colpito di nuovo qualche ora fa con 13 provvedimenti restrittivi; quindi le perquisizioni della digos ai militanti del Collettivo autonomo lavoratori portuali di Genova; mentre si avvicina il processo per 45 anti-militaristi attivi contro le basi della Nato in Sardegna, quella Sardegna che detiene il non invidiabile primato di avere sul suo territorio il 60% della basi militari esistenti in Italia; e non passa un’occasione che sia una, senza che a Napoli il movimento dei disoccupati 7 novembre venga colpito da avvisi di reato e contestazioni che arrivano al ridicolo di chiamare in causa perfino l’uso di fumogeni (ma ci sono imputazioni ben più gravi). Per non parlare delle bastonate a freddo, intimidatorie e studiate, contro gli operai della Texprint a Prato, in sciopero per cancellare gli aberranti orari di lavoro 12 per 7. In momenti appena di poco precedenti abbiamo segnalato e denunciato le condanne in appello contro le compagne e i compagni anarchici del Trentino coinvolti nell'”operazione Renata”, e le perquisizioni a Trieste contro compagni solidali con i richiedenti asilo.

Il tutto nell’arco di un mese o poco più. E di sicuro dimentichiamo qualcosa (l’azione contro i No Tap, tanto per dire).

Il clima si sta facendo pesante. E solo chi vive fuori dal mondo può sottovalutare il ricatto brutale consistente nel revocare il permesso di soggiorno a proletari immigrati che potrebbero rischiare, da un momento all’altro, il rimpatrio in paesi in cui, se entri in galera, vieni inghiottito da un buco nero e puoi uscirne, spesso, solo da cadavere. Noi che siamo materialmente interni alle lotte della logistica, e ci sentiamo vicini ai movimenti di lotta e ai militanti colpiti anche quando ci dividono da loro riferimenti teorici e prospettive politiche, riteniamo sia oggi compito politico primario dei comunisti, e più in generale dei militanti anti-capitalisti degni di questo nome, denunciare questo processo repressivo nel suo insieme, e attivare contro di esso una risposta il più possibile unitaria, perché se si proseguirà con il dare risposte frammentarie e sostanzialmente locali, si finirà per consegnarsi pressoché inermi all’azione sempre più coordinata degli apparati repressivi dello stato.

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Lo sciopero del 29 gennaio, i fatti di Piacenza, Draghi: il cuore del problema (Tendenza internazionalista rivoluzionaria)

La piena riuscita dello sciopero del 29 gennaio – piena soprattutto nella logistica – ha avuto a Piacenza un’immediata risposta da parte del padronato e del governo uscente con il tentativo, per ora fallito, di spezzare il picchetto operaio organizzato dal SI Cobas, che durava da più giorni, con un’aggressione della polizia di stato fatta di lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, manganellate e intimidazioni.

La risposta operaia a Piacenza, dei lavoratori Tnt e di altre imprese immediatamente accorsi in solidarietà, è stata forte e decisa al punto da costringere la polizia del governo di centro-sinistra a battere in ritirata. Questo tipo di risposta operaia si deve alla scuola di lotta che questi proletari hanno fatto in un percorso durato un decennio di lotte vere, fatte di scioperi veri, di picchetti veri, di veri coordinamenti tra le diverse realtà, con piattaforme di lotta vere, e non semplicemente esibite per poi dimenticarle al primo intoppo. Un’esperienza vera di auto-organizzazione dal basso, agìta da proletari immigrati, che si è incontrata con un pugno di militanti internazionalisti di lungo corso diventando un’esperienza di organizzazione sindacale realmente combattiva, di fatto – che piaccia o no – unica nel contesto del cosiddetto sindacalismo di base. Però non si debbono nutrire illusioni sul fatto che il pericolo sia definitivamente scampato – perfino se dovesse uscirne, per il momento, qualche concessione da parte padronale (come sembra possibile nel caso dell’azienda fornitrice Lintel).

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Reddito universale di base o salario garantito?, di Dante Lepore

Reddito universale di base, o salario garantito? Questa alternativa può sembrare una semplice, insignificante, differenza linguistica. Al contrario è un’alternativa tra due prospettive politiche del tutto divergenti – la prima, quella che si impernia sul reddito universale di base per tutti i cittadini, chiaramente interclassista; la seconda, quella che si batte per il salario medio operaio garantito per tutti i/le disoccupati/e e i/le precari/e e – insieme – per la riduzione generalizzata e drastica dell’orario di lavoro giornaliero a parità di salario, altrettanto chiaramente classista. Per andare alle radici teoriche di questa alternativa, pubblichiamo un documento scritto da Dante Lepore, un compagno che ha contribuito con passione ai primi passi della Tendenza internazionalista rivoluzionaria. Questo documento è utile anche alla critica delle fumisterie diffuse intorno al cd. “capitalismo cognitivo”.

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Parte I

1. Crisi e ristrutturazione del welfare

Nell’attuale fase di ridimensionamento del welfare, la preoccupazione dello Stato, in qualità di istituzione del capitale che regolamenta le relazioni tra gli strati sociali della classe dominante preposti alle sue varie funzioni, deriva dal fatto che l’effetto principale dell’attuale «crisi» (che è crisi di non riproduzione dell’accumulazione, ossia di  non riproduzione allargata del  capitale e della forza-lavoro) (1) determina una serie di problemi anche nella spartizione del plusvalore in termini di reddito individuale.

Ed è proprio l’enorme «sviluppo» o «crescita» quantitativa che ha causato un gigantismo anche nella formazione del capitale fittizio sostenuto, fino ad un certo limite, nella crescente produttività del lavoro degli ultimi decenni fino agli anni ’80 del secolo scorso. Ad accelerare il processo, che si manifesta in una crisi fiscale e di indebitamento dello Stato, è intervenuto il sistema creditizio (potente volano speculativo, che ha finito per legare ad un indebitamento colossale sia gli stati che le imprese e le famiglie, nell’illusione che si potesse comprare a credito senza farsi dei problemi).

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Note

(1) Sui caratteri dell’attuale crisi, cfr. LOREN GOLDNER, Capitale fittizio e crisi del capitalismo, PonSinMor, Torino 2008; DANTE  LEPORE/LOREN GOLDNER, Ge- meinwesen  o  Gemeinshaft.  Decadenza  del  capitalismo  e  regressione  sociale, PonSinMor, Gassino 2011; G. DE  BELLIS-M. FRAGNITO  (a cura di), Dibattito sulla crisi 2012, PonSinMor, Gassino 2013.