Solidali con Alfredo e Juan, detenuti anarchici in sciopero della fame contro il 41 bis

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. (Red.)

Alfredo Cospito, prigioniero anarchico, da una settimana è in sciopero della fame nel carcere di Sassari contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Ed ha già perso dieci chili!

Il 41 bis è una forma di annientamento del prigioniero, per la prima volta utilizzato contro il movimento anarchico. Alfredo viene trasferito in 41 bis, dopo oltre dieci anni di prigionia in Alta Sicurezza, con l’obbiettivo dichiarato di tappargli la bocca, di silenziare il suo contributo al dibattito rivoluzionario.

Denunciamo quanto accaduto durante l’udienza del 20 ottobre presso il tribunale di sorveglianza di Sassari, come esemplificazione della brutalità della Caienna del 41 bis: durante l’udienza, che il giudice ha imposto a porte chiuse e con il compagno collegato in videoconferenza, Alfredo ha tentato di leggere una articolata memoria difensiva attraverso la quale esporre le ragioni dell’inizio della sua lotta.

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Genova 2001, un’eccezione? Santa Maria Capua Vetere 2020, un’eccezione? Ecco un’altra “eccezione”: Palermo, 8 luglio 1960. Un interminabile seguito di “eccezioni”

A vent’anni dalla violenta repressione di stato a Genova contro i manifestanti no-global, in cui fu ucciso Carlo Giuliani e furono feriti e menomati dai gas in centinaia, la stampa del regime Draghi si è profusa non solo nelle scontate litanie contro i violenti e i “black bloc”, ma anche nella giustificazione dell’accaduto come “eccezione”. Se qualche “eccesso” ci può essere stato, per esempio alla Diaz, non lo si deve mai attribuite al sistema, alla democrazia borghese in quanto dittatura di classe che ha sempre pronto il ricorso ad ogni tipo di violenza quando questo ricorso si renda utile o addirittura indispensabile, bensì alla “sospensione”, localizzata e quanto mai provvisoria, della democrazia per mano di qualche individuo di secondo o ultimo piano fuori controllo. Stessa manfrina per i selvaggi pestaggi, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dei detenuti comuni (non dei capi camorristi, però – anche nelle carceri ci sono le classi sociali e le relative gerarchie sociali, lo ricordiamo a certi compagni romantici per i quali basta essere detenuti per essere dei “nostri”): è un’altra eccezione. Poco importa se a Genova gli ordini vennero manifestamente dall’alto; poco importa se i protagonisti diretti della repressione di Genova sono stati promossi ad alti o medi incarichi (con tanto di attestati di diligenza e buona condotta) e quelli responsabili della mattanza di Santa Maria Capua Vetere sono rimasti al loro posto – la frottola da far circolare a reti e giornali unificati è: la democrazia è sempre giusta, e altrettanto giusto è il suo esercizio monopolistico della violenza. Lo stato borghese travestito da “buon padre di famiglia” che mantiene l’ordine a beneficio dell’intera “comunità”, e non quale realmente è: il professionale, articolato, torbido strumento di oppressione di classe a solo ed esclusivo vantaggio della classe capitalistica e dei suoi servitori.

Reagendo a questa insopportabile retorica delle “eccezioni”, un compagno di Rifondazione ci ha segnalato un testo che volentieri pubblichiamo qui di seguito. Il testo si riferisce alla repressione nel sangue di una delle tante manifestazioni di piazza del luglio 1960 contro l’avvento del governo Tambroni, avvenuta a Palermo l’8 luglio. La cronaca mostra le stupefacenti affinità tra il modo di operare di polizia/carabinieri nel 1960, nel 2001 e nel 2020, ma anche quanta sciagurata, disarmante fiducia i capi riformisti nutrissero nelle forze di repressione dello stato, a differenza dei settori proletari e militanti più coscienti, pronti e disposti allo scontro. Quel giorno a Palermo 40 persone furono medicate per ferite da armi da fuoco, ci furono centinaia di feriti e contusi, quattro assassinati: Giuseppe Malleo di 16 anni, Andrea Cangitano di 18 anni e Francesco Vella, un operaio di 42 anni freddato mentre assisteva un ragazzo ferito da un lacrimogeno. A loro va aggiunta Rosa La Barbera, una donna di 53 anni raggiunta da uno dei tanti colpi sparati all’impazzata, mentre si apprestava a chiudere la finestra di casa. 

“Scrivevo l’altro ieri che sappiamo non essere sporadica ma organica e propria dello Stato borghese la funzione di contrastare la lotta di classe, come sempre fatto nel corso della sua storia.

“La violenza scatenata a Genova nel luglio del 2001 da parte delle c.d. ‘forze dell’ordine’, non fu un fatto nuovo, straordinario, essendosi più volte manifestata nella storia del nostro paese.

“Basti guardare alla barbarica violenza esercitata da polizia e carabinieri l’8 luglio 1960 a Palermo, come documentata nel libro di Angelo Ficarra 8 Luglio 1960 – La Battaglia di Palermo (a cura dell’Anpi), con nota introduttiva di Giuseppe Carlo Marino, da cui ho tratto i passi che qui sotto trascrivo.

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