Brexit. Caos, sovranismi vari e la vera via d’uscita per i lavoratori

Esattamente un anno fa scrivemmo queste rapide note sulla Brexit un anno dopo:

Brexit: la festa appena cominciata è già finita …

A un anno di distanza tutte le tendenze segnalate si sono spinte ancora più in avanti, e il caos politico è diventato dominante con il governo May appeso ad un filo, dopo le diserzioni di Johnson e Davis, e le seconde possibili elezioni anticipate in un biennio (la Gran Bretagna si sta italianizzando…).

Su questa vicenda paradigmatica, i promotori dell’Ital-exit (di destra) come soluzione dei problemi dell’economia italiana e (di sinistra) come soluzione dei problemi dei lavoratori italiani, opportunamente tacciono. Bisogna capirli: quale truffatore è disposto a portare la prova di avere barato?

Per chi ci leggesse per la prima volta, mettiamo in chiaro che l’Unione Europea e la sua moneta (l’euro) sono, per noi, istituzioni della classe capitalistica, ed esprimono il tentativo di creare un polo imperialista autonomo, proteso a competere per il dominio sul mercato mondiale con gli Stati Uniti e, oggi, con il polo in formazione Cina/Russia. Per questa ragione siamo in totale contrapposizione con le forze europeiste (in Italia anzitutto il Partito democratico e Forza Italia) che vedono queste istituzioni come garanzia di “libertà e di benessere per tutti”. Niente di più falso!

Ma se la retorica europeista è completamente falsa, non per questo diventa vera la promessa dei promotori della Brexit o dell’Ital-exit: rompiamo la gabbia dell’UE o dell’euro e ci si spalancherà dinanzi l’Eden attraverso il recupero della “sovranità nazionale”… per una semplice, elementarissima ragione: uscire dall’UE e dall’euro non significa in alcun modo uscire dal mercato mondiale, sottrarsi alla dittatura spietata del capitale globale e dei suoi centri di potere. La Gran Bretagna – che ha una potenza capitalistica nettamente superiore all’Italia per prodotto interno lordo, e soprattutto per la centralità di Londra nel mercato finanziario internazionale e per il suo armamento nucleare – lo sta sperimentando in questi giorni: Trump la tratta a pesci in faccia da un lato, pretendendo una rottura totale con l’UE per accordare, forse, qualche apertura commerciale, mentre la UE alza la posta dall’altro, e il caos in Gran Bretagna cresce senza limiti…

Se i lavoratori britannici e quelli italiani vogliono uscire dall’attuale condizione di sfruttamento sempre più intenso, salari che si riducono, precarietà strutturale, impotenza politica, etc., hanno una sola via: ritornare alla lotta contro i propri sfruttatori – interni in primo luogo, ed anche “esterni” – tessendo legami di solidarietà e unità d’azione sempre più stretti con i proletari degli altri paesi. Tutte le altre ricette sono trappole mortali.

Annunci

Lega-5S: Un governo trumpista, piccolo ma pericoloso. Contro cui lottare, senza se e senza ma

Related image

Ha ragione Bannon, lo stratega dell’elezione di Trump alla Casa Bianca: la formazione del governo Lega-Cinquestelle non è solo un fatto italiano, è anche, e forse soprattutto, un evento della politica mondiale perché preannuncia un terremoto in Europa. L’euforia per quello che considera un suo successo personale, lo ha portato a dire: “Avete dato un colpo al cuore della bestia dell’Europa” (si riferisce alla Germania) e ai “fascisti di Bruxelles” (la Commissione Juncker). Fatta la tara, rimane un dato di fatto che è sfuggito a tanti: intorno alla formazione del nuovo governo italiano Lega-Cinquestelle si è combattuto un furioso scontro internazionale, che dice molto sul nostro futuro.

Il furioso scontro tra Stati Uniti e Germania/UE

Del resto, nei giorni convulsi della crisi politico-istituzionale, Mattarella l’ha ammesso apertamente quando ha dichiarato: “io sono tenuto a tutelare gli interessi degli investitori italiani e stranieri, degli operatori economici e finanziari che hanno in mano i titoli del debito di stato e le azioni delle aziende”. Ovvero: il potere politico nazionale, e quindi la formazione del governo, è subordinato al potere dei mercati finanziari e dei capitali globali, che mi (a me-Mattarella) hanno imposto il veto a Savona come ministro dell’economia. Attenzione: i capitali globali, e non soltanto europei. La borsa di Milano è in mano a 4 potenze finanziarie, tre delle quali non sono né tedesche né francesi, bensì statunitensi – il fondo Elliot, la Berkshire Hathaway di Buffet e Blackrock, la più grande società di investimenti del mondo, che gestisce 6.000 miliardi di dollari -, mentre la quarta è il fondo sovrano della Norvegia, uno stato che non fa parte dell’UE, né ha l’euro come moneta. Continua a leggere Lega-5S: Un governo trumpista, piccolo ma pericoloso. Contro cui lottare, senza se e senza ma

Al fianco delle masse palestinesi in lotta. Contro i nuovi piani di guerra di Israele, Usa e Unione Europea!

Image result for intifada palestine jerusalem

La decisione dell’amministrazione Trump di riconoscere Gerusalemme come la capitale dello Stato di Israele è una nuova, frontale aggressione ai palestinesi, che apre un altro cammino di sangue in Palestina e nel Medio Oriente.

Gerusalemme capitale non è solo un ulteriore passo in avanti del disegno sionista. Nelle intenzioni di Trump e di Netanyahu questa dovrebbe essere l’umiliazione definitiva, la cancellazione definitiva dell’aspirazione dei palestinesi ad avere un proprio stato in Palestina. Nessuna aspirazione, nessuna rivendicazione, nessuna forma di resistenza deve essere concessa al popolo palestinese. L’unica alternativa al suo martirio deve essere la rinuncia e l’abbandono del suo territorio nazionale, a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza.

Ma l’immediato scoppio delle proteste di massa nell’intero territorio di Palestina prova, ancora una volta, la straordinaria forza di resistenza delle masse palestinesi. Nonostante le infinite vessazioni subite, nonostante l’isolamento in cui li hanno lasciati i regimi arabi, a trenta anni dalla prima grande Intifada i lavoratori, i giovani, le donne palestinesi sono di nuovo nelle strade e nelle piazze della loro terra occupata dallo stato colonialista di Israele. E con la loro lotta chiedono la solidarietà dei lavoratori di tutto il mondo.

Come sempre, infatti, la Palestina è il mondo. Continua a leggere Al fianco delle masse palestinesi in lotta. Contro i nuovi piani di guerra di Israele, Usa e Unione Europea!

Rafforzare, estendere, organizzare le lotte [عربى]

Di seguito un volantone distribuito a Milano il 1° maggio al corteo “Per un primo maggio internazionalista” indetto dal Si Cobas e da altri organismi sindacali e politici.

hh

Contro la crisi e le guerre del capitale!
Solidarietà e unità con le lotte degli sfruttati di tutto il mondo[عربى]!

i

Lavoratori/lavoratrici, compagni/e,

partiamo da un dato di fatto fondamentale: la crisi finanziaria e produttiva scoppiata 10 anni fa non è risolta. Anzi, nel frattempo si è allargata a paesi che fino a ieri ne erano fuori (Brasile, Sud-Africa, Russia, Turchia). Anche la Cina ha molto rallentato la sua corsa. Governi e banche centrali hanno tamponato la situazione, aumentando il debito statale e quello privato, e scatenando guerre a catena in Medio Oriente e Africa. Eppure la crisi continua a mordere sulla carne viva dei proletari. Insomma, pur con le sue asimmetrie, è una crisi generale del sistema sociale capitalistico, che coinvolge tutto: l’economia, l’ordine politico internazionale, l’ecosistema, i rapporti tra gli stati e le popolazioni, quelli tra individui e generi, la cultura, i putridi ‘valori’ di questa società della mercificazione totale. Continua a leggere Rafforzare, estendere, organizzare le lotte [عربى]

Sulla Siria: guerrafondai, macellai e anti-imperialisti a senso unico

Image result for abstract expressionism rothko

America First!
Il bombardamento della base aerea di Shayrat nei territori controllati dal regime di Damasco e le vomitevoli dichiarazioni con cui Trump l’ha accompagnato  – “dopo aver visto i bellissimi bambini colpiti dal gas … ho cambiato idea su Assad” – segnano un ulteriore avvicinamento a quello che Stati Uniti, Unione europea e le potenze d’area sperano sia l’atto finale della vicenda siriana: la divisione delle spoglie della Siria. Con i suoi 59 tomahawk, Trump ha battuto il pugno sul tavolo: “Ho detto America first, perdio! Mi state prendendo sottogamba. Siamo intorno a Raqqa con centinaia di soldati e migliaia di curdi nostri alleati, siamo operativi da tempo con i nostri bombardieri in tutto il territorio dell’Isis, e a Mosul ne sanno qualcosa [anche i bellissimi bambini iracheni]. Quindi pretendiamo le nostre abbondanti libbre di carne siriana. A nessuno venga in mente di mettere in atto soluzioni finali prese in tutta fretta, escludendoci dal giro. Chiaro?”.

Il messaggio, più che ad Assad, è rivolto agli avversari strategici: Putin anzitutto, e Xi Jinping. Lo è anche agli amici-concorrenti europei. Ed è servito a tacitare, almeno momentaneamente, i tanti membri dell’establishment politico-militare yankee – negli Stati Uniti i due termini, politico e militare, quasi si identificano – che vorrebbero l’intensificazione della politica aggressiva contro Russia e Cina attuata da Obama e dalla sua gang.

La reazione scodinzolante di Gentiloni e degli altri governanti europei vede nella decisione di Trump un’azione ben fatta, adeguata: l’impresentabile e imprevedibile Trump, il presunto amico di Putin, è diventato tutto ad un tratto presidenziale ed equilibrato. Anche se tra i più sgamati, un Giuliano Ferrara classifica il bombardamento un “fake strike”, un finto colpo, e teme che diventi un involontario aiuto alla già alta popolarità di Putin in Europa; mentre altri, tra i più russofobi, si chiedono se dietro c’è una strategia anti-russa di lungo periodo, o solo un estemporaneo colpo di testa; e altri ancora, tra i più islamofobi, ricordano che non è sensato alienarsi Putin perché prima della contesa con la Russia viene il regolamento dei conti con la “minaccia islamista”, il pieno ristabilimento dell’ordine dispotico neo-coloniale in tutto il Medio Oriente da realizzare con la cooperazione della Russia. Al di là di queste contrastanti interpretazioni dell’attacco su Shayrat, se sommiamo quest’atto di guerra all’aumento del 10% delle spese militari in un solo anno, all’ingiunzione agli stati europei di pagarsi da sé i propri apparati bellici, incrementando anch’essi le spese militari, agli avvertimenti minacciosi alla Corea del Nord (un altro strike in preparazione?), non restano dubbi: Trump ha posizionato gli Usa alla testa della accelerazione militarista e guerrafondaia del capitale globale alimentata con cieco, irresistibile impulso dall’incapacità del sistema di dare un’effettiva soluzione “pacifica” alla crisi scoppiata nel 2008. E spinge tutti gli stati più potenti del mondo a muoversi  in questa stessa direzione. Per quanto malandati siano – e lo sono davvero rispetto agli scintillanti anni ’40 e ’50 del secolo scorso, il primo ad ammetterlo è stato proprio Trump nella sua campagna elettorale – gli Stati Uniti pretendono di restare sul trono del mondo. Costi quel che costi. Del resto alcuni tra i suoi consiglieri più estremi sognano un “Reich millenario” degli ariani anglosassoni trapiantati sull’altra riva dell’Oceano …

I geopolitici de noantri
A sua volta, una parte della cosiddetta sinistra ha visto nel bombardamento della base aerea di Sharyat la conferma della sua tesi di sempre: chi si è mosso contro Assad non può essere che un fantoccio etero-comandato, una creatura della Cia al servizio dell’imperialismo americano, che ora finalmente getta la maschera ed interviene in prima persona. Fino a pochi giorni fa, fin quando Trump si era “limitato” ad affermare che il suo obiettivo prioritario è cancellare lo Stato Islamico e una buona quota dei suoi abitanti dalla faccia della terra, questa cosiddetta sinistra è rimasta in omertoso silenzio. Quando si tratta di conciare la pelle degli islamici (fossero pure i più sfruttati) o degli islamisti (fossero pure gruppi che, a modo loro, del filo da torcere ai governi occidentali ne danno), non hanno nulla da eccepire. Nella islamofobìa non li batte nessuno. Continua a leggere Sulla Siria: guerrafondai, macellai e anti-imperialisti a senso unico