Immagini, commenti e lezioni dal movimento USA contro razzismo di sistema e violenza della polizia

Non chiamiamola “protesta”. Perché quando la protesta di massa si dà parole d’ordine e rivendicazioni comuni, e persegue i suoi obiettivi con pratiche altrettanto di massa, non e’ più una protesta senza “idee”. E’ un movimento che si organizza per realizzare delle rivendicazioni e che comincia a mettere a nudo cosa c’è sotto la punta dell’iceberg del razzismo della polizia, fino a esprimere momenti di lotta radicale contro quel lascito colonialista che è indissolubilmente legato alle origini e allo sviluppo del capitalismo e dello sfruttamento di classe.

La principale rivendicazione del movimento è, ora, “DEFUND THE POLICE” (togliere fondi alla polizia), condivisa dalla gioventù proletaria afroamericana, bianca e ispanica, che a dispetto della pandemia sta sfidando lo Stato americano.

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Prima ancora che si chiarisca nei dibattiti pubblici chi sono, per il movimento, gli amici veri amici e quelli  finti (quelli del campo del partito democratico che vorrebbero ridurre il razzismo sistemico ad un problema di “mele marce” nella polizia, e ricondurre il movimento nell’alveo del processo democratico-elettorale), certi chiarimenti fondamentali stanno avvenendo nel vivo della lotta. Continua a leggere Immagini, commenti e lezioni dal movimento USA contro razzismo di sistema e violenza della polizia

Il crack dell’Amerika (II)

Mentre decine di grandi città degli Stati Uniti sono piene di giovani neri, ma non solo neri, in rivolta; mentre la loro incontenibile furia costringe il duro Trump a rintanarsi come un coniglietto qualsiasi nel bunker della Casa Bianca; mentre la loro minacciosa forza costringe un certo numero di poliziotti a onorare in ginocchio George Floyd; vale la pena riprendere il nostro cortometraggio sul crack della società statunitense proprio dal sistema dell’istruzione, per poi occuparci della inaudita polarizzazione sociale e chiudere le nostre riprese sui punti di forza dell’Amerika, e sui nessi con i suoi punti deboli – sempre, si capisce, con l’aiuto di Massimo Gaggi, giornalista del Corriere della sera. Dopo lo lasciamo libero … (foto e descrizioni tratte da: Joakim Eskildsen, Photo Essay: Deep Poverty in America)

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Le ultime dall’Amerika del capitale, e dalla nostra America (*)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo aggiornamento sull’evoluzione della situazione negli Stati Uniti dalla seguente pagina Facebook, il cui autore è impegnato a seguire questi avvenimenti con un’ottica e un sentimento internazionalista militante.

Intanto le ultimissime di stamattina 3 giugno (fonte: The Guardian): circa 700 soldati della 82esima divisione aereo-trasportata si sono mossi dalla base di Fort Bragg in Nord Carolina con destinazione i sobborghi di Washington. Si tratta dello stesso corpo di armata usato nell’aprile 2003 contro la popolazione di Fallujah, in Iraq, dove con l’eccidio di 25 manifestanti contro l’occupazione yankee del paese partì la sollevazione della provincia di Anbar. A Fallujah nei mesi seguenti le truppe statunitensi si resero protagoniste di uno dei più efferati massacri di massa della loro gloriosa storia. Di seguito, invece, le ultime notizie.

Trump chiede alla polizia un approccio più duro alle proteste! Così riporta The Guardian pochi minuti fa.

Ma come? Dopo aver fatto 4.000 arresti, attaccato i manifestanti con estrema violenza (altri due giovani sono rimasti uccisi per mano dei poliziotti in tenuta anti sommossa), messo decine e decine di città sotto l’imposizione del coprifuoco, schierato la Guardia Nazionale per fermare le rivolte, tutto questo ancora non basta? Non basta mettere all’indice e sotto la repressione della FBI i gruppi di sinistra radicale come Antifa, dichiarata organizzazione terroristica (con quello che ne consegue in termine di arresti e detenzioni illegali)?

No, non basta, perché lo stesso Trump è stato scortato dall’ufficio Ovale all’interno del bunker protetto della Casa Bianca dai servizi di sicurezza, mentre la Capitol ed altre vie intorno alla White House erano in fiamme.

Non basta, perché a 6 giorni dall’assassinio di George Floyd la protesta di massa non si arrende alla Guardia Nazionale e al coprifuoco.

Sempre The Guardian titola oggi: Il coprifuoco fallisce nel contenere una nuova ondata di proteste

Ma anche la solidarietà internazionale comincia a farsi notare. In Nuova Zelanda più di 20 mila persone sono scese in piazza oggi per sostenere le proteste della gioventù proletaria negli USA.

Riempiamo la giornata di mobilitazione nazionale del 6 Giugno dei lavoratori indetta dal SI COBAS e da altre forze anti-capitaliste anche del contenuto di solidarietà militante alle proteste negli USA.

(*) I nostri visitatori sud-americani ci scusino se chiamiamo gli Stati Uniti, Amerika/America, a seconda se si tratta dell’Amerika del capitale o della nostra, dei lavoratori/lavoratrici, degli sfruttati/sfruttate, degli oppressi/oppresse di colore nero, bianco, bruno, giallo o quel che sia. Siamo coscienti che è una dizione impropria, che le Americhe si compongono di un Nord, di un Centro e di un Sud. Ma qui si tratta dell’uso polemico del termine Amerika che adottiamo per bollare il razzismo di stato statunitense, che ci costringe a contrapporre ad esso l’altro termine America.

 

Brasile. I lavoratori informali nella crisi del coronavirus: Intervista a R. Antunes

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un’intervista che il famoso sociologo brasiliano Ricardo Antunes ha rilasciato il 25 marzo a “Marco Zero”, incentrata sulla drammatica condizione dei lavoratori intermittenti e informali.

G20: Digital change and gig economy rewire the world of work ...

Quale sarà, secondo Lei, l’impatto della pandemia del nuovo coronavirus nella vita dei lavoratori, ora che in Brasile sono state approvate la legge sull’esternalizzazione e le riforme del lavoro e della previdenza sociale?

Se si ha una classe lavoratrice stabile e dotata di diritti, qualsiasi decisione presa dai governi e dalle aziende deve fare i conti con tali diritti. Che cosa succede, però, quando i diritti dei lavoratori sono stati cancellati, specie a partire dal 2016? Questo è lo scenario che abbiamo oggi di fronte. Una massa enorme di lavoratori intermittenti costretti a lavorare otto, dieci, dodici e perfino quattordici ore al giorno. Costretti a lavorare, perché se non lavorano non hanno nulla. Un lavoratore di Uber, Rappi, Ifood e quant’altro, come farà ora? Che diritto ha di stare a casa e aspettare che questa tragedia passi? La élite politica, lo stato e il capitalismo brasiliano non gli garantiscono questo diritto. Ecco perché la chiamo schiavitù digitale (1). Questi lavoratori sono imprigionati nell’informalità che caratterizza le piattaforme digitali. Su di loro si è costruita una gigantesca manipolazione che li definisce fornitori di servizi; non sono salariati e, di conseguenza, non possono avere diritti. Tutti i lavoratori uberizzati che ho intervistato erano metalmeccanici, ingegneri e perfino un veterinario. Tutti hanno detto che hanno bisogno di lavorare 12 ore, sette giorni su sette, per ottenere una media di 3.000 reais netti [ndr. 550 €]. Le spese per la benzina, la pulizia, la sicurezza, la formazione, il cibo, il telefono cellulare, le applicazioni e tutto il resto, sono a carico del lavoratore.

Cosa faranno ora? In passato ho definito la società brasiliana di oggi “società dell’esternalizzazione totale”: è stato quando Temer, il signore delle paludi, ha dato il via libera all’esternalizzazione totale. Continua a leggere Brasile. I lavoratori informali nella crisi del coronavirus: Intervista a R. Antunes

Stati Uniti: pandemia e disuguaglianze (M. Davis – R. Reich)

Pubblichiamo di seguito due testi sulla situazione della pandemia Covid-19 negli Stati Uniti, Il mostro e’ alle porte di Mike Davis e Negli Stati Uniti non esiste un sistema sanitario di Robert Reich. Quella di Reich è essenzialmente una confessione, essendo egli stato un ministro del lavoro con Clinton; l’analisi di M. Davis e’ una denuncia forte, che mostra quali conseguenze – differenziate per le diverse classi sociali e differenziate tra Nord e Sud del mondo – avrà questa epidemia.

Versione scaricabile in formato .pdf

Mike Davis, Il mostro è alle porte, 12 marzo 2020

Fonte: Haymarket Books

L’unica certezza e’ che paesi e classi ricche baderanno a salvare se’ stessi a scapito della solidarieta’ internazionale e dell’assistenza sanitaria

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I. Il Covid-19 è finalmente il mostro alle porte. I ricercatori lavorano giorno e notte per caratterizzare lo scoppio dell’epidemia, ma devono affrontare tre enormi sfide. In primo luogo la continua carenza o indisponibilità dei kit per i test ha sconfitto ogni speranza di contenimento dell’epidemia. Inoltre, essa impedisce di fare stime accurate dei parametri chiave come la velocità di riproduzione, la dimensione della popolazione infetta e il numero di infezioni benigne. Il risultato è un caos di numeri.

Come le influenze annuali, questo virus sta mutando, mentre si diffonde attraverso popolazioni con diverse composizioni di età e immunità acquisite. La varietà del virus che gli americani hanno più probabilità di avere, è già leggermente diversa da quella dell’epidemia originale a Wuhan. Un’ulteriore mutazione potrebbe essere banale o potrebbe alterare l’attuale distribuzione della virulenza che cresce con l’età: mentre i neonati e i bambini piccoli mostrano scarso rischio di infezione grave, gli ottuagenari affrontano un pericolo mortale dovuto alla polmonite virale.

Anche se il virus rimane stabile e muta poco, il suo impatto sui gruppi di età inferiore ai 65 anni può differire radicalmente nei paesi poveri e tra i gruppi sociali ad alta povertà. Consideriamo l’esperienza globale dell’influenza spagnola del 1918-19, che si stima abbia ucciso dall’1 al 2% dell’umanità. Contrariamente al coronavirus, essa fu molto mortale per i giovani adulti, e questo fatto è stato spesso spiegato come effetto del loro sistema immunitario relativamente più forte, che ha reagito in modo eccessivo alle infezioni scatenando micidiali “tempeste di citochine” contro le cellule polmonari. L’originale H1N1 notoriamente trovò un luogo di diffusione preferito nei campi dell’esercito e nelle trincee dei campi di battaglia, dove decimò giovani soldati a decine di migliaia. Il crollo della grande offensiva di primavera tedesca del 1918, e quindi l’esito della guerra, è stato attribuito al fatto che gli Alleati, in contrasto con il loro nemico, potevano rimpiazzare i loro eserciti malati con truppe americane appena arrivate.

Raramente si tiene conto, tuttavia, del fatto che il 60% della mortalità globale si verificò nella parte occidentale dell’India, dove le esportazioni di grano in Gran Bretagna e le brutali pratiche di requisizione coincisero con una grave siccità. La conseguente carenza di cibo spinse milioni di poveri alle soglie della fame. Continua a leggere Stati Uniti: pandemia e disuguaglianze (M. Davis – R. Reich)