L’apartheid sanitario di Israele – J. Deutsch

Come sempre, e più che mai in questi giorni, radio, tv, giornali ci spaccano i timpani con il merito di Israele di essere la sola “democrazia” del Medio Oriente, per cui – quali che siano le sue rappresaglie militari – resta comunque il solo faro di civiltà in questa intera regione “incivile”. Questo suo “primato” parrebbe confermato dalla celerità con cui è stata vaccinata una parte consistente della sua popolazione.

Il rovescio della medaglia, naturalmente “dimenticato”, eccolo qui: l’apartheid sanitario che costituisce una condanna a malattia e morte per masse di palestinesi, in particolare a Gaza. Le notizie le riprendiamo da un testo di denuncia della psichiatra Judith Deutsch, una psicoanalista ebrea di Toronto, comparso sul sito canadese “The Bullet”, intitolato Medical Apartheid: From Israel/Palestine to Canada.

Questa è la “civiltà democratica” israeliana: la lugubre “civiltà” del colonialismo, del razzismo, dell’apartheid, della “pulizia etnica”, difesa senza esitazione alcuna, e con ogni mezzo, dallo stato italiano, dai 67 governi della “Repubblica nata dalla Resistenza” e che nella sua retorica ha preteso a lungo di essere “anti-fascista”. Una “civiltà” che non potrà in alcun modo sfuggire alla condanna della storia, emessa per mano delle masse oppresse palestinesi e di quella parte non sfruttatrice della società israeliana che finalmente si ridesterà da un “sogno” che, anno dopo anno, si rivelerà un incubo da cui liberarsi.

Il 16 febbraio 2021, Democracy Now ha riferito che Israele ha interrotto la spedizione di 2.000 dosi di vaccino COVID-19 nella Striscia di Gaza, dove erano previste per gli operatori sanitari. “Il territorio assediato ospita più di due milioni di persone, ma non ha ancora ricevuto alcun vaccino. Ciò avviene quando i funzionari sanitari israeliani hanno segnalato un calo di quasi il 95% delle infezioni sintomatiche da coronavirus tra i 600.000 israeliani che hanno ricevuto il vaccino COVID-19 della Pfizer. Circa il 30% dei cittadini israeliani ha ricevuto almeno una dose di vaccino – il tasso più alto di qualsiasi grande nazione – ma questa cifra esclude i palestinesi nei Territori occupati che rimangono in gran parte non vaccinati “.

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SI’ ai vaccini, contro il decreto Draghi (SI Cobas)

Riceviamo dal SI Cobas di Genova, e volentieri pubblichiamo, due materiali, l’uno più analitico, l’altro più agitatorio, sul decreto Draghi che sancisce l’obbligatorietà del vaccino per il personale sanitario (per la precisione, e senza il minimo equivoco: contro questo decreto) e su tutta l’intricata questione dei vaccini.

Indubbiamente, una questione su cui ritornare.

Il decreto Draghi sull’obbligo vaccinale per il personale sanitario: un tentativo di scaricare sui lavoratori le responsabilità di governo e padroni

Preceduto da una campagna mediatica dai toni scandalistici, che ha amplificato oltre misura casi limitati di rifiuto a vaccinarsi da parte del personale sanitario (la grande maggioranza del quale si è sottoposta al trattamento), il governo ha varato il decreto che impone l’obbligo di vaccinarsi per le professioni e gli operatori sanitari. Diciamo subito che riteniamo i vaccini uno strumento fondamentale per contrastare l’epidemia e, in linea con le acquisizioni scientifiche e l’esperienza storica, un progresso fondamentale e irrinunciabile che, storicamente, ha riguardato in particolare le classi oppresse, le più esposte alle pandemie e quelle che da sempre pagano il tributo maggiore al degrado delle condizioni di esistenza causato dai rapporti sociali capitalistici. Essi occupano un posto di primo piano nell’ambito di una sanità pubblica e universale che abbia a cuore il benessere collettivo, una sanità che abbia nella prevenzione primaria e nell’individuazione e rimozione delle cause di fondo di malattie, nocività, epidemie la sua ragion d’essere e che, per ciò stesso, dovrebbe riconoscere nell’attuale società, fondata sullo sfruttamento e sul profitto, la causa profonda delle sofferenze che affliggono l’umanità.

E’ quindi evidente che vaccinarsi sia utile non solo in generale, ma tanto più per medici, infermieri, operatori sanitari che possono fungere più di altri da veicolo di contagio nei confronti di malati, anziani, soggetti fragili, ecc. Rigettiamo esplicitamente le tesi di quanti, no-vax dichiarati o meno, pretendono invece di elevare a dogma intoccabile la “libera scelta” del singolo, a prescindere dalle funzioni svolte, e considerano l’obbligo vaccinale una prevaricazione tout-court. La nostra collocazione al riguardo è dunque chiara e inequivocabile.

Sul decreto Draghi, la nostra contrarietà è netta per motivi di merito non certo secondari.

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No all’imperialismo dei vaccini. Vaccini per tutti! La salute delle popolazioni è al di sopra dei profitti di Big Pharma! (International Migrants Alliance)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa presa di posizione dell’IMA ( International Migrants Alliance – https://www.facebook.com/intlmigrants/ ) contro le discriminazioni che stanno colpendo pressoché ovunque emigranti e rifugiati nell’accesso alla vaccinazione anti-Covid 19.

La presa di posizione si allarga, poi, necessariamente, alla denuncia dell'”imperialismo dei vaccini” che rispecchia anche in questo campo i rapporti di dominazione e sopraffazione esistenti all’interno del meccanismo combinato e disuguale del capitalismo globalerapporti che pesano in modo tragico sulle masse oppresse e super-sfruttate dei paesi dominati o controllati dall’imperialismo specie in una congiuntura pandemica come l’attuale.

A fronte di questa doppia, lucida denuncia, suona piuttosto ingenuo il “richiamo” o l’appello ai governi dei “paesi capitalistici avanzati” affinché facciano prevalere il bisogno di salute delle popolazioni di tutto il mondo sui mega-profitti monopolistici di Big Pharma – ciò che potrebbe essere conseguito solo da una potente lotta di massa organizzata contro questi colossi della speculazione capitalistica sulla vita e sulle malattie, e i loro protettori (per l’appunto governi e stati). Ma non ci metteremo a fare i maestrini con la penna rossa noi che qui siamo ancora ben lontani dall’aver fatto integralmente nostra la loro doppia denuncia, dall’averla incorporata fino in fondo nella nostra piattaforma di lotta e nell’iniziativa politica quotidiana.

Mentre i governi di tutto il mondo lanciano i loro programmi di vaccinazione COVID-19, l’International Migrants Alliance (IMA) chiama le autorità governative a garantire un accesso universale ed equo a questo trattamento salvavita e all’assistenza sanitaria indipendentemente dalla cittadinanza o dallo stato legale.

Se c’è una lezione da imparare da questa pandemia, è che nessuno è protetto finché tutti non sono protetti dal virus. Sulla base di questo principio, non dovrebbe esserci nessuna discussione sulla necessità (o meno) di includere gli emigranti e rifugiati nei piani di vaccinazione di tutti i governi.

Secondo il Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, tuttavia, gli emigranti, i rifugiati e altri gruppi vulnerabili non sono messi nell’elenco di chi va vaccinato come categorie specifiche nei piani di vaccinazione COVID che specificano i requisiti di ammissibilità. Ciò lascia la maggior parte degli emigranti e dei rifugiati incerti se sono idonei per ricevere il vaccino nel paese in cui risiedono attualmente. Ancora peggio, alcuni governi hanno dichiarato esplicitamente che non intendono rendere disponibili i vaccini a emigranti e rifugiati nelle loro giurisdizioni, come la Colombia.

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In difesa dei 15 infermieri di Genova messi sotto accusa, perché non vaccinati – SI Cobas

Pubblichiamo questa presa di posizione del S.I. Cobas in difesa degli infermieri dell’Ospedale San Martino di Genova, oggetto di una campagna denigratoria, strumentale e autoritaria che ha lo scopo di mettere a tacere qualunque reazione dei lavoratori che non si inserisca nel coro unanime dei sostenitori dell’unione sacra nazionale, ulteriormente rafforzato dal nuovo governo. Il testo, anche se brevemente, tocca il tema molto importante della vaccinazione anticovid e, nel denunciare con forza il carattere non solo infondato ma reazionario del negazionismo e del rifiuto di principio del vaccino, solleva anche interrogativi pertinenti sulla procedura con cui esso è stato messo a punto. Al riguardo, l’unica precisazione che ci sentiamo di fare riguarda la tesi secondo cui l’attuale vaccino sarebbe stato vagliato scientificamente in modo incompleto. In realtà, i protocolli standard che presiedono allo studio e all’elaborazione di farmaci e vaccini sono stati seguiti, anche se con ritmi molto più accelerati – il che è, evidentemente, un fattore di rischio aggiuntivo. La famosa “quarta fase” della sperimentazione coincide sempre (non solo in questo caso) con la “sperimentazione di massa”, cioè con la somministrazione generalizzata del principio attivo alla popolazione interessata e il corrispondente studio su una massa crescente di soggetti. Quello che è fondamentale, e su cui solo l’auto-attivazione dei lavoratori può fare la differenza, è che la sorveglianza sui possibili effetti collaterali avversi e sull’efficacia (sia per lo sviluppo della malattia che per il contagio) venga fatta in modo rigoroso. Questo è tanto più necessario per i vaccini anticovid che utilizzano la tecnica dell’mRNA, già usata per la messa a punto dei farmaci oncologi di ultima generazione (una delle ragioni che hanno contribuito all’accorciamento dei tempi), ma non ancora per lo sviluppo di vaccini. La mobilitazione dei lavoratori ha un campo molto vasto e difficile su cui svilupparsi, che non ha niente a che fare con il rifiuto di principio della vaccinazione e molto, invece, con la difesa attiva della propria salute sui luoghi di lavoro, con la denuncia di inadempienze e collusioni degli organismi ufficialmente preposti alla farmaco-vigilanza, con la lotta per imporre reale trasparenza e completa pubblicità dei dati raccolti a seguito dello sviluppo della campagna vaccinale che, mai come in questa pandemia, ha oggettivamente un terreno enorme, a scala planetaria, di verifica e di controllo.

Tra tutti i casi di positività accertati tra il personale, 15 operatori non risultano vaccinati!

Sul Secolo XIX di oggi, 19 febbraio, sono presenti diversi articoli sui 15 infermieri del San Martino di Genova che hanno rifiutato di vaccinarsi. Vengono intervistati il Direttore dell’IRCCS e i responsabili aziendali di CGIL-CISL-UIL, appena distinguibili (dal primo), ma concordi nella condanna inappellabile dei “renitenti”.

Un articolo a diffusione nazionale, dopo il richiamo ad articoli costituzionali e a norme legislative e contrattuali, conclude che i “renitenti” debbano essere sospesi a zero stipendio e che le stesse direzioni che non attuano questa misura un domani possano essere chiamate a rispondere per danni alla collettività. [Si tratta, l’avrete già capito, del Pd Pietro Ichino – n.]

Si interroga pure sulla conciliabilità del rifiuto con lo stesso esercizio della professione. La materia è complessa perché si intrecciano aspetti giuridici, socio-sanitari.

Pur in assenza di obblighi di legge, ad oggi infatti non essendo previsto nessun obbligo di vaccinazione anti covid-19, viene richiesto un chiarimento all’INAIL: chi rifiuta il vaccino ed è riscontrato positivo al covid-19, può essere considerato in infortunio ?

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