Il celebre “modello Zaia” è in pezzi (ed emerge una truffa che ha prodotto e produrrà morte)

Negli anni scorsi, pressoché da soli, abbiamo sottoposto il cosiddetto “modello Veneto” o “modello Zaia” nella sanità, ed in particolare nella gestione della fase 1 della pandemia, ad una critica che ne ha svelato per tempo il bluff. Ma – data la prova catastrofica fornita dal sistema sanitario nazionale, data l’emersione delle clamorose colpe dei governi succedutisi nell’ultimo ventennio (almeno) in fatto di mancata prevenzione delle epidemie – è sembrato per qualche mese che Zaia fosse, tra i ‘governatori’, il solo monocolo (individuo che vede da un solo occhio) nella terra dei ciechi. Assistito da una buona dose di fortuna e da qualche non sprovveduto consigliere. Oltre che, e non è poco, pompato da una “grande stampa” impegnata a sgonfiare il pallone-Salvini in preda a pericolosi deliri di onnipotenza contrapponendogli il suo socio di partito “moderato” e “razionale” Zaia – quello, per intenderci, che i cinesi mangiano i topi vivi.

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Finalmente scoperti i portatori del Covid-19: gli immigrati…

Ce l’aspettavamo da un po’, e puntuale è arrivata. La più falsa di tutte le false notizie da cui siamo bombardati h24: “c’è una evidente correlazione tra immigrazione e Covid”. Pensate che la frase sia del cumulo di spazzatura che è anche segretario della Lega? Errore! L’ha pronunciata il suo padre spirituale, il lugubre Marco Minniti, Pd, lo stato di polizia fatto uomo.

Visto che si chiama in causa l’evidenza, dovrebbe esserci una sovrabbondanza di fatti a provarlo. Sennonché la sola cosa di cui si ha evidenza da molte indagini o inchieste è che il Covid-19 è arrivato in Italia, precisamente in Lombardia, nel bergamasco, via Germania, non tramite lavoratori immigrati irregolari, ma per mezzo di manager e padroni-padroncini assatanati di affari e totalmente incuranti della salute pubblica, o anche – forse – di figure tecniche specializzate alle loro dipendenze. La responsabilità della sua diffusione, poi, si deve alle pressioni della associazione dei suddetti signori autoctoni, la Confindustria, contraria a qualsiasi forma di lockdown. Ed è anche del governo Conte-bis che l’ha decretato a metà o ad un terzo quando già era tardi, incalzato dalla protesta operaia nella logistica e tra i metalmeccanici, e terrorizzato che la massa dei ricoveri d’urgenza svelasse quanto è stata criminale la politica pluri-decennale di tagli alla sanità.

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Ti conosco mascherina: Zaia e il cosiddetto “modello veneto”

zaia mascherina

Uno dei lettori de La grande camorra lombarda all’attacco ha posto una domanda, forse solo apparentemente ingenua: e di Zaia cosa ne pensate? Una domanda benvenuta, perché ci permette di chiudere il discorso sulle “eccellenze” leghiste. Rinviamo anzitutto agli allegati a questa nota, perché a questa domanda avevamo in realtà risposto già tre anni fa. All’epoca sfidammo Zaia ad un pubblico dibattito sul suo referendum per l’autonomia, per dimostrare che il suo referendum era un bidone pieno di veleni razzisti. Zaia declinò l’invito per impegni precedenti, ma il dibattito si fece su Rai 3, nella trasmissione “Tutta la città ne parla” il 19 ottobre 2017, e il suo sostituto (Barbisan, un consigliere regionale leghista) non ne uscì benissimo… Continua a leggere Ti conosco mascherina: Zaia e il cosiddetto “modello veneto”

La verità sul referendum autonomista: una sfida a Zaia

Si è tenuto ieri sera a Mestre (13 ottobre), a Negozio Piave 67, un partecipato dibattito sul referendum del 22 ottobre, organizzato dal Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri e dal Comitato permanente contro le guerre e il razzismo di Marghera.

Dal dibattito è scaturita la proposta di sfidare il governatore del Veneto Luca Zaia ad un pubblico contraddittorio sul contenuto effettivo del referendum e sulle prospettive che esso apre.

La relazione introduttiva ha messo in luce anzitutto che Zaia sta barando sul reale contenuto del referendum. Infatti, sia ne “Le 100 domande dei veneti a Luca Zaia”, sia nelle ultime dichiarazioni pubbliche, per incitare a votare, ha assicurato che lui “chiederà tutto”. Sennonché il referendum è solo consultivo, e su materie limitate, poiché la Corte Costituzionale ha bocciato tanto il referendum sul Veneto regione a statuto speciale, quanto quelli sulla sua indipendenza e sulla possibilità di trattenere in regione l’80% delle entrate fiscali. Si tratta, perciò, di un referendum piccolo piccolo. Peraltro, è la seconda volta che il Veneto chiede maggiore autonomia. La prima fu nel 2008 quando Galan, spinto da Cacciari, Zanonato, Frigo, etc., si mosse per chiedere l’attuazione dell’art. 116 della Costituzione, e la richiesta di devolution fu respinta dal governo Berlusconi-Bossi.

È stata contestata, poi, anche la tesi secondo cui la regione Veneto è stata bloccata nei suoi progetti dalla mancanza di risorse dovute agli “sprechi”, o spreconi, di Roma. Saremo gli ultimi a difendere da questa accusa gli apparati centrali dello stato (ci basta l’esempio dei bombardieri F-35, ma ne potremmo fare a migliaia); sta di fatto, però, che dalla loro nascita nel 1970 ad oggi, le regioni a statuto ordinario, incluso il Veneto, hanno avuto a disposizione ingenti risorse. Il problema è: come le hanno spese?, specie nel settore che costituisce la loro maggiore area di competenza, la sanità. Continua a leggere La verità sul referendum autonomista: una sfida a Zaia

Referendum autonomista in Veneto-Lombardia Un grosso bidone, ma pieno di veleni

I reali scopi dei promotori
Il 22 ottobre in Veneto e in Lombardia si terrà il referendum per l’autonomia. Finalmente – sostengono i due presidenti Zaia e Maroni – le regioni più virtuose d’Italia potranno tenersi i proventi delle tassazioni che sono oggi drenati da Roma (ladrona) e incrementare la loro efficienza, non solo nel campo dove eccellono, la sanità, ma in parecchi altri. Tutto talmente semplice e così vantaggioso che praticamente non esiste un fronte del NO, essendo la quasi totalità dei partiti schierati per una “responsabile autonomia”.

Fine del discorso? Non proprio.

Anzitutto, c’è un primo falso: non si potrà toccare il sistema tributario e contabile dello stato trattenendo l’80% dei proventi della tassazione raccolta dalle regioni, come spacciato dai promotori, in quanto è vietatissimo dalla Costituzione. Due anni fa la Corte costituzionale ha categoricamente escluso la possibilità di tenere un referendum su questa materia, bocciando anche la ipotetica consultazione sulla trasformazione del Veneto in regione a statuto speciale e, tanto più, quella sulla indipendenza del Veneto. Ciò che è rimasto è solo un mini-referendum consultivo per un po’ di autonomia in più, per qualche ulteriore competenza principalmente in materia di istruzione, tutela dell’ambiente, beni culturali, giudici di pace. Per tutto questo, è noto, non serviva il referendum; era sufficiente una semplice lettera al governo per iniziare il confronto stato-regione. È la via che sta seguendo l’Emilia-Romagna.

A che pro allora il referendum?

La chiamata alle urne ha due scopi: il primo è interno alla Lega e alla battaglia in corso nel centro-destra. Scimmiottando le ultra-destre europee, Salvini sta cercando di trasformare la vecchia Lega Nord in partito nazionale di stampo lepenista: più nazionalista che padanista; più aggressivo contro gli immigrati che contro i “terroni”; più cristiano del papa, anzi una vera e propria falange di crociati (dimentichi d’essere stati i ridicoli custodi degli antichi riti celtici); un partito sovranista, più critico verso i super-poteri di Bruxelles che verso Roma ladrona, dove spera di tornare finalmente a… rubare, e qualcosa in più dei modesti 48 milioni di euro arraffati a suo tempo, con falsi rimborsi spese, dalla banda Bossi-Belsito, collaterale costui della ‘ndrangheta (nord e sud uniti nella truffa: Bossi ha anticipato Salvini pure in questo). Il duo Zaia-Maroni si guarda bene dal tornare a blaterale di secessione, non si contrappone neppure alla mutazione della politica della Lega Nord in Lega (nazionale), che è in corso e sarà formalizzata a novembre con il nuovo nome; intende solo marcare con forza, attraverso un rinnovato consenso popolare, che anche in questo ennesimo riciclaggio, la Lega deve riservare al nord, e in specie all’asse lombardo-veneto, un surplus di potere e risorse.

Il secondo scopo dei referendum è quello di rilanciare e approfondire la frattura Nord-Sud, sia per accaparrarsi più risorse, sia per dividere ancora più a fondo la classe lavoratrice. Il primo intento è esplicito, il secondo resta implicito ma è altrettanto importante. Continua a leggere Referendum autonomista in Veneto-Lombardia Un grosso bidone, ma pieno di veleni