Se trionfa l’islamofobia ne pagheranno il prezzo tutti gli immigrati e i lavoratori europei. Intervista con P. Basso

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Pubblichiamo qui di seguito l’intervista fatta dal sito argentino Ideas de Izquierda a P. Basso, della redazione del Cuneo rosso, sulla situazione degli immigrati in Europa dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi.

Domanda – Quali effetti hanno avuto gli attacchi jihadisti di Parigi lo scorso 13 novembre sulla condizione degli immigrati in Europa?

Risposta – Di sicuro effetti pesanti, negativi, perché il governo francese, gli altri governi europei e l’Unione Europea hanno colto immediatamente l’occasione propizia per intensificare i loro attacchi contro l’intero campo delle popolazioni immigrate. I mass media europei, pressoché alla unanimità, hanno diffuso questo messaggio: bisogna chiudere le frontiere dell’Europa e tenere gli immigrati che già sono in Europa sotto il più stretto controllo perché sono un pericolo per la ‘nostra sicurezza’ e le nostre libertà. Naturalmente i più stigmatizzati e demonizzati sono stati gli arabi e gli ‘islamici’, ma l’islamofobia che oggi impazza in Europa, coinvolge, in un modo o nell’altro, anche tutte le altre nazionalità.

D. – In particolare: com’è cambiata la politica dell’Unione europea nei confronti dei rifugiati? In una precedente intervista tu hai messo in evidenza il contrasto tra i paesi che vogliono rifugiati in quanto forza lavoro qualificata a basso prezzo (la Germania, ad esempio) e i paesi che sono per una totale chiusura delle frontiere. Sembra che questo contrasto si sia acuito, e che anche in Germania e nei paesi scandinavi cresca il ‘partito’ della chiusura totale delle frontiere. E’ così? E se è così, perché è avvenuto questo cambiamento?

R. – L’UE è davanti a una contraddizione insolubile: ha contribuito in modo decisivo a devastare una vastissima area dell’Africa araba e nera, del Medio Oriente e dell’Asia, nella quale è sempre più arduo anche solo sopravvivere, ed è ora di fronte a crescenti spinte alle migrazioni di massa da questa area che premono su una situazione europea nella quale (anche in Germania) ci sono già milioni e milioni di disoccupati e di lavoratori iper-precari, un ampio esercito di riserva pronto per essere usato.

L’UE vorrebbe governare queste spinte, regolare il movimento migratorio in entrata secondo le sue necessità, ed evitare che si creino situazioni esplosive o per effetto di rivolte degli immigrati delusi, o per effetto di reazioni anti-immigrati dei lavoratori autoctoni, o – è l’ipotesi che più i governi temono – per effetto di lotte congiunte degli autoctoni e degli immigrati in soprannumero. Questo tentativo di governare le migrazioni si traduce in un continuo susseguirsi di riunioni europee che cercano di far quadrare il cerchio: nel 2015 ci sono state 13 riunioni del Consiglio di Europa, invece delle solite 5 l’anno, e tutte dedicate, più o meno, all’immigrazione. Ma nessuna di queste riunioni è stata risolutiva e anzi i contrasti interni all’UE si sono acuiti.

La Merkel ha deciso di giocare in modo ambizioso la carta della ‘accoglienza’ (anzitutto dei siriani) per dimostrare l’’umanità’ e l’accoglienza’ della Germania e per venire incontro alle esigenze delle imprese e delle famiglie tedesche. Fino a poche settimane fa intorno alla Germania c’era un blocco dei paesi più ‘aperti’, che sono quelli che hanno più possibilità di mettere al lavoro i rifugiati; questo blocco pretendeva di scaricare gli impopolari compiti di polizia sui paesi del Sud dell’Europa, la Grecia e l’Italia in particolare, o sui paesi confinanti con l’UE, la Turchia, ad esempio. Negli ultimi giorni il ‘blocco del Nord’ si è rotto: tra Svezia e Danimarca, tra Danimarca e Germania si è arrivati a parziali chiusure delle frontiere e ad una temporanea sospensione del trattato di Schengen, che prevede la libera circolazione delle persone tra gli stati appartenenti all’UE. Ed è scoppiata una polemica pubblica tra i governi di questi tre paesi.

D. – Che succederà ora?

R. – Di sicuro c’è solo questo: l’ulteriore rafforzamento dei poteri di Frontex e delle altre strutture di controllo poliziesco, la creazione di una super-polizia di frontiera europea, l’aumento dei morti per entrare in Europa via mare e via terra, e degli affari delle organizzazioni malavitose che controllano le rotte di ingresso in Europa (con la connivenza degli stati). Di sicuro c’è anche la ulteriore precarizzazione dell’esistenza dei rifugiati e richiedenti asilo, sbattuti di qua e di là come cestini dei rifiuti da decisioni che cambiano da un giorno all’altro, e stigmatizzati agli occhi delle popolazioni autoctone come ospiti indesiderati e molto pericolosi. Cameron e Hollande sono in prima fila in questa odiosa funzione – ‘dimenticando’ che tutti gli appartenenti ai gruppi jihadisti che hanno compiuto attentati a Londra e a Parigi erano in realtà dei cittadini britannici o francesi. Tra i governanti europei la sola Merkel si è smarcata finora per le ragioni già dette. Tuttavia anche la sua ‘apertura’ resta molto prudente, fortemente selettiva (rivolta solo a certe nazionalità) e altrettanto incalzante verso i paesi del Sud dell’Europa.

A questi, tra cui l’Italia, si chiede di aprire degli hotspot nei quali attuare una prima identificazione e discriminazione ‘a occhio’ (proprio così) dei richiedenti asilo. Ma cosa debbano essere tali hotspot nessuno lo sa esattamente, non sono chiari i loro compiti né le regole che dovranno seguire, e il risultato è che tutto questo processo si svolge sempre più sotto il segno dell’arbitrio e delle misure amministrative, con zero-garanzie, zero-diritti per i richiedenti asilo e rifugiati. E questo caos, non privo di razionalità, la ‘razionalità’ della precarizzazione e della svalorizzazione della vita degli immigrati, precipita necessariamente sui richiedenti asilo.

Prendiamo l’esempio dell’Italia. Uno degli hotspot italiani deve essere a Pozzallo, in Sicilia: ebbene, nei giorni scorsi Medici senza frontiere ha deciso di abbandonare questa struttura perché è infestata da blatte, c’è un forte rischio di contagio da scabbia, è sovraffollata e c’è promiscuità (non voluta da loro) tra uomini e donne (non ci sono porte che separino tra loro le stanze). E dove poi vanno a finire molti richiedenti asilo in attesa di avere una risposta sulla loro domanda? Poco più a nord, nella piana di Gioia Tauro ad agricoltura intensiva per l’agribusiness, dove l’86% dei lavoratori agricoli è senza contratto, con salari – se va bene – dai 25 ai 30 euro al giorno; e il 57% di loro ha un permesso di soggiorno per protezione internazionale o per motivi umanitari … Insomma i richiedenti asilo come altra forza-lavoro di riserva! Di quali nazionalità? Il caso vuole che nella quasi totalità siano provenienti da Mali, Senegal, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Gambia, tutti paesi dell’Africa nera ‘islamica’…

D. – A proposito di immigrati dai paesi ‘islamici’, vorrei che tu spiegassi meglio la tesi che hai accennato prima secondo cui l’islamofobia si riversa contro gli immigrati e i rifugiati di tutte le nazionalità.

R. – Anzitutto perché gli immigrati e le immigrate provenienti dai paesi arabi e di tradizioni islamiche costituiscono, presi nel loro insieme, circa la metà degli immigrati in Europa. E sono, al tempo stesso, la componente più diffusa dell’immigrazione extra-europea, la più radicata, la più organizzata, quella che vive con maggiore intensità la dimensione collettiva. Circa trenta anni fa A. Sayad descrisse il processo di progressivo radicamento dell’immigrazione algerina in Francia come “un provvisorio duraturo”, un provvisorio che tende a “costituirsi in una struttura permanente”. Trent’anni dopo, possiamo parlare di un fenomeno duraturo sempre meno provvisorio.

Un indicatore importante di questo radicamento di lungo periodo, in moltissimi casi definitivo, è la massiccia presenza di famiglie di immigrati dal Maghreb, dai paesi sub-sahariani di tradizioni islamiche, dal Pakistan, dalle ex-colonie olandesi, più di recente da Iraq, dalla Siria, dall’Afghanistan, dalla Somalia. Non solo in Francia, in Gran Bretagna, in Olanda, paesi di loro tradizionale immigrazione. Anche in Italia, in Spagna, nei paesi scandinavi, paesi di più recente immigrazione, dove le tappe di questo processo di progressivo radicamento sono state bruciate in un paio di decenni.

Per gli stati europei e le imprese europee, invece, l’ideale è avere a disposizione gastarbeiter o guest workers, ossia lavoratori e lavoratrici migranti, singoli, senza famiglia (e, se possibile, senza nessun legame sociale che dia loro forza), meglio poi se con contratti e condizioni da coolies, e – meglio ancora – se sans papiers senza diritti. Bene: l’immigrazione araba ed ‘islamica’ è andata, nell’ultimo secolo ed in particolare negli ultimi trenta-quaranta anni, in direzione contraria a questi desiderata degli stati, dei governi, delle imprese europee, che pretendono di avere a propria disposizione forza-lavoro usa-e-getta, il meno radicata possibile, perché più radicati e stanziali sono gli immigrati, più la loro forza-lavoro costa, più si intreccia con i lavoratori autoctoni.

Ma agli occhi dei poteri forti dell’Europa l’immigrazione araba ed ‘islamica’ ha anche altre due colpe terribili. La prima è di essersi auto-organizzata più di altre per rivendicare i propri diritti, e non solo in quanto immigrati, anche in quanto lavoratori e in quanto cittadini; di avere dato vita ad una molteplicità di strutture associative; di essere stata, e essere tutt’oggi, parte attiva, a livello di base, del movimento sindacale; di avere protestato nei modi più accesi quando si è trattato di sanzionare comportamenti intollerabili delle polizie dei diversi stati. La seconda colpa è di avere in qualche modo dato eco, in Europa, alle lotte anti-coloniali, contro il vecchio e contro il nuovo colonialismo, che si sono sviluppate nei propri paesi di origine.

Certo, negli ultimi due decenni il centro di gravità delle genti arabe e ‘islamiche’ immigrate in Europa è andato spostandosi progressivamente dal movimento operaio a strutture dichiaratamente islamiche. Ma i lavoratori appartenenti a queste nazionalità sono rimasti comunque, in Italia e altrove, i più attivi e combattivi sul piano sindacale. E le stesse moschee, al di là della volontà dei loro imam, finiscono per essere spesso, in assenza di altre sedi di incontro, dei luoghi di socializzazione e di resistenza alle discriminazioni e al razzismo.

Pur con tutte le diversità di nazione, di lingua, di cultura e di religione che le contraddistinguono, le popolazioni immigrate arabe e islamiche costituiscono quindi, nel loro insieme, il nocciolo duro dell’immigrazione in Europa. L’offensiva statale, governativa, padronale, mediatica contro di esse punta a isolarle, dividerle al loro interno, fiaccarle, privarle dei (limitati) diritti acquisiti, chiuderle in ghetti iper-sorvegliati, per fare di esse un esercito di riserva dentro il proletariato immigrato.

Se questa offensiva anti-araba e anti-islamica avesse successo, il conto sarebbe pagato da tutte le popolazioni immigrate perché, come ho appena detto, le immigrate e gli immigrati arabo-‘islamici’ sono la parte più organizzata ed energica dell’immigrazione in Europa, quella che ha dimostrato di saper difendere meglio la propria dignità. Ma se questa offensiva avesse successo, il conto sarebbe salato anche per i lavoratori autoctoni perché il mercato del lavoro è un sistema di vasi comunicanti: se in uno dei vasi del sistema i salari, i diritti, le condizioni di lavoro sono brutalmente compressi e repressi, gli effetti negativi, a più o meno breve termine, si faranno sentire su tutti gli altri ‘vasi’. Non mi stancherò mai di dire che il destino dei lavoratori immigrati e dei lavoratori autoctoni è indivisibile, più che mai nell’attuale capitalismo globalizzato. E che ci dovrebbe essere in Europa un’azione di contrasto all’islamofobia e al razzismo di stato, assai più forte, coraggiosa, continua di quella in corso oggi. Purtroppo, però, anche la sinistra e talvolta l’estrema sinistra europea è malata di islamofobia …

D. – Ecco una questione importante: hai detto che il razzismo di stato e quello popolare sono complementari, e il primo spinge, alimenta il secondo. Cosa puoi dire sullo sviluppo del razzismo europeo in questo contesto?

R. – Osserviamo cos’è successo anzitutto in Francia dopo gli attentati jihadisti di novembre. “La Francia è in guerra”, ha proclamato Hollande, intendendo che sono stati i jihadisti, e quindi gli ‘islamici’, il mondo islamico, a dichiararle guerra. Ma la Francia è in guerra con il mondo arabo-islamico, anzi, per essere precisi, ha dichiarato guerra al mondo arabo almeno dal 14 giugno 1830, giorno in cui 37.000 soldati francesi sbarcarono in Algeria su ordine di re Carlo X per sottometterla. E si potrebbe risalire a molto più indietro, agli inizi della colonizzazione francese ed europea del Golfo Persico (nel 1500). Nonostante questa evidenza storica inconfutabile, il razzismo di stato francese ed europeo ha profittato dei morti causati dagli attentati di Parigi per legittimare un altro terribile rush di guerra in Siria, in Iraq, in tutto il Medio Oriente e per imporre su questa regione il proprio tallone di ferro. “Dobbiamo rispondere con la guerra alla guerra che ci è stata dichiarata dai bastardi islamici”, così si è espresso un giornale della destra italiana. Con altre parole il messaggio diffuso da tv e giornali in Europa è stato questo, con un vero e proprio balzo in avanti in senso militarista e bellicista della propaganda anti-islamica di stato.

Attenzione, però: la proclamazione di questa ennesima guerra coloniale francese ed europea alle genti arabe e ‘islamiche’ in Medio Oriente è servita al tempo stesso a proclamare lo “stato di emergenza” utile a reprimere i conflitti anche qui in Europa, a cominciare proprio dalla Francia e da Parigi.

Impossibile trovare un qualsiasi nesso tra i jihadisti e i manifestanti anti-COP 21; eppure la prima applicazione delle misure speciali contro il ‘terrorismo’ è avvenuta proprio contro di loro, vietando la manifestazione da loro organizzata contro i responsabili della catastrofe ambientale che incombe sul mondo. E ovunque, come avviene di norma in tempi di guerra, in nome della guerra da combattere all’islam che ‘ci minaccia’ e ‘vuole invaderci’, i governi e gli stati chiamano all’unità nazionale, alla fine dei conflitti sociali e prendono misure pratiche per rendere gli scioperi e le lotte più difficili.

La Francia, ad esempio, ha avvertito il Consiglio di Europa che per un certo periodo prevede di “derogare ad alcuni diritti garantiti dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo”, e lo sta già facendo in materia di perquisizioni (anche di sedi di associazioni fatte da cittadini francesi), di acquisizione di dati informatici, di volantinaggi, di obblighi a presentarsi nei commissariati, etc. Non a caso la legge sullo stato di emergenza che oggi applicano Hollande e Valls è quella varata nel 1955 ai tempi della guerra contro il popolo algerino, riesumata poi da Sarkozy nel 2005 ai tempi della rivolta dei quartieri popolari delle grandi città della Francia …

Non si tratta, però, solo della Francia. In Italia, il governo Renzi ha profittato della situazione per approvare una leggina chiaramente razzista che assegna 500 euro per spese culturali a tutti i giovani di 18 anni, esclusi però gli ‘extra-comunitari’ (cioè quelli che appartengono a paesi che non fanno parte dell’Unione europea), buona parte dei quali sono, appunto, arabi o ‘islamici’; il governatore leghista della Lombardia, la più importante regione d’Italia, ha deciso nelle scorse settimane, in violazione della stessa Costituzione, di sottoporre l’apertura di nuove moschee alla valutazione ambientale e all’approvazione per referendum da parte delle popolazioni dei comuni interessati, imponendo una serie di regole ulteriori tali da scoraggiarne del tutto la nascita; per non parlare dei comuni (Padova, ad esempio) che hanno chiuso dei servizi utili agli immigrati o degli ospedali (ancora in Lombardia) che si rifiutano di curare gli immigrati e le immigrate senza documenti.

A sua volta nel Regno Unito Cameron ha proposto di vietare l’acceso al welfare a tutti gli immigrati, sia ‘comunitari’ che extra-comunitari, per i primi quattro anni della loro permanenza nel Regno Unito, a riprova del fatto che sotto attacco non sono solo gli immigrati arabi e di ‘islamici’: è l’intero proletariato immigrato.

D. – E a livello popolare cos’è successo?

R. Non è facile rispondere. Veri e propri pogrom non ce ne sono stati. Neppure in Francia, eccettuato l’episodio di Ajaccio (Corsica) dove un corteo di alcune centinaia di individui ha messo a sacco un luogo di preghiera islamico e tentato di bruciare delle copie del Corano e un kebab. Ma non c’è dubbio: in Europa le istituzioni statali hanno alimentato e stanno alimentando la paura, l’estraneità, l’ostilità nei confronti delle popolazioni arabe e ‘islamiche’, stigmatizzate, inferiorizzate, demonizzate 24 ore su 24. Con qualche risultato, evidentemente. Ne è prova il fatto che sono state davvero poche, e non certo di grande entità, le manifestazioni di piazza contro le nuove missioni di guerra decise in questi due mesi da Francia, Italia, Gran Bretagna, Germania, etc. Fino a quale grado di profondità sia arrivata l’azione degli stati all’interno delle classi lavoratrici, lo ripeto, è però difficile da valutare. La sola cosa che posso affermare con certezza è le forme di solidarietà con gli immigrati e i richiedenti asilo sono venute solo ed esclusivamente da elementi appartenenti alle classi lavoratrici.

E’ da tenere in conto, poi, che nell’intera Europa decenni di politiche neo-liberiste hanno scavato un solco tra le classi lavoratrici e le istituzioni statali, come dimostra, tra l’altro, la progressiva caduta di partecipazione alle elezioni proprio da parte dei lavoratori salariati.

D.- Però dopo gli attentati di Parigi le forze e le tendenze di estrema destra, come il Front national in Francia, si sono rafforzate, e gli effetti di questo rafforzamento si sono fatti sentire su tutta la politica europea.

R. – E’ così, senza dubbio. E non solo in Francia, dove è in atto una lepenizzazione tanto dei gaullisti di Sarkozy quanto dei socialisti di Hollande. Il 2015 è stato un anno favorevole per le più aggressive tendenze di destra anche in Italia, dove la Lega Nord, che è sempre più vicina ai temi del Front national francese, si pone ormai come l’erede della destra di Berlusconi ormai al tramonto, e nell’Est Europa (Polonia, Ungheria, Croazia, etc.) dove le funeste tradizioni del cattolicesimo più reazionario e semi-fascista hanno ripreso quota.

L’intero quadro istituzionale europeo è segnato oggi da un micidiale mix di politiche di sacrifici, autoritarismo, militarismo e islamofobia: hanno spianato la strada a questo risultato l’ideologia e le politiche del trentennio-quarantennio neo-liberista e l’affondamento del vecchio movimento operaio. Ma imputare tutto ciò agli attentati jihadisti di Parigi sarebbe assurdo. La prima fonte, il primo carburante e il regista di questa evoluzione della politica di stato in Europa è la più grande crisi del capitalismo dagli anni ’30, una crisi totalmente irrisolta, che si ripercuote con particolare pesantezza sui capitalismi europei.

Tuttavia non bisogna confondere, né tanto meno identificare, gli stati e le società, le tendenze della politica capitalistica e le tendenze politiche interne alla classe lavoratrice. Osservatori superficiali (oppure furbi) presentano i partiti delle destre estreme come partiti ‘operai’. La realtà è che dietro e dentro di essi si agitano invece forze borghesi e piccolo-borghesi, capaci – questo sì! – di profittare del disorientamento e della sfiducia che al momento prevale tra i proletari delle passate generazioni, e della assenza di coscienza di classe delle nuove generazioni di proletari educate all’individualismo e all’aziendalismo.

Nelle forze della destra estrema gli elementi proletari svolgono nel 99% dei casi una funzione gregaria e, l’abbiamo già visto in Italia con la Lega, transitoria. La Lega di oggi ha assai meno seguito dentro la classe operaia di quella di 15 anni fa. Grazie al declino di Forza Italia, si è fatta spazio nella società, ma essenzialmente dentro gli strati non operai, ed è sempre più un partito televisivo, virtuale, personale che negli ultimi anni – proprio come il partito di Renzi – chiude, anziché aprirle, le sue sedi sul territorio, e ha rinunciato definitivamente a mettere in piedi un proprio sindacato (il Sinpa) lanciato negli anni ’90.

Insomma, per quanto oggi il vento di destra spiri forte in Europa, specie dentro i governi, i mass media, i parlamenti, sarebbe sbagliato raffigurare i lavoratori europei come arruolati, e perfino come arruolati attivamente, nella guerra anti-islamica e anti-immigrati. Non è così. In Europa la politica istituzionale è sempre più lontana dall’esistenza e dai bisogni prioritari dei lavoratori, e in conflitto con essi. I lavoratori europei autoctoni si sentono sempre più immigrati nei propri stessi paesi di nascita, perché in tutta Europa si stanno esasperando le disuguaglianze sociali e le politiche anti-operaie. E’ un dato di fatto che molti dimenticano, che è invece di grandissima importanza perché oggettivamente avvicina immigrati ed autoctoni. Resta comunque urgente un generale risveglio di lotta dei proletari e dei giovani nati senza camicia, contro le politiche di austerità e di incremento della produttività, contro le guerre in atto e in preparazione, contro le discriminazioni ai danni degli immigrati. Solo un grande risveglio della lotta di classe ‘dal basso’ riporterà la luce in un’Europa oggi percorsa da crescenti fremiti reazionari.

 

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