Parigi, Bruxelles, Dacca e la guerra infinita

Trovate qui un’intervista fatta alla redazione del Cuneo rosso da un redattore de “Il pane e le rose” a seguito del documento “Parigi, Bruxelles e la guerra infinita“, riguardo all’islam politico e alla guerra infinita dichiarata dalle potenze occidentali alle masse arabo-islamiche.

1) Cominciamo dall’ISIS. In un vostro scritto del mese di aprile, intitolato “Parigi, Bruxelles e la guerra infinita” – pur sottolineandone l’ideologia reazionaria – esprimete l’esigenza di distinguere tra una critica di classe e una borghese a questa componente dell’islam politico…

Risposta – Sì, per noi è fondamentale la più rigorosa separazione dalla campagna di stato contro l’ISIS. Follìa, fanatismo, barbarie, odio per la democrazia, e altre balle del genere sono i temi ripetuti fino alla nausea dai mass media per arruolarci nella guerra che, a dire loro, l’ISIS ci avrebbe dichiarato. Questa propaganda di stato, rilanciata alla grande dagli ultimi attentati a Orlando in Florida e a Dacca, rovescia il rapporto causa-effetto, e nasconde il reale contenuto della lotta dell’ISIS e del jihadismo.

Punto primo: non sono stati né l’ISIS, né il jihadismo ad avere aperto la guerra in corso. È stato l’intero Occidente, con l’avallo morale di Gorbaciov, a scatenarla, se non vogliamo risalire ancor più indietro, dal 1990-’91, con la prima aggressione all’Iraq di Saddam Hussein – la successiva è stata nel 2003. Da allora non c’è stato un solo giorno di tregua: Iraq (straziato anche da uno spietato embargo dell’ONU, che costò la vita a 500.000 bambini), Somalia, Palestina, Libia, Afghanistan, Sudan, Pakistan, Siria, etc., ovunque le armate yankee, europee, israeliane, hanno colpito nel mucchio, facendo montagne di cadaveri (6-8 milioni, si stima) e fiumane di profughi (almeno altrettanti), e producendo distruzioni apocalittiche. Tra queste una delle più terribile è la devastazione dell’ecosistema per mezzo di tonnellate e tonnellate di uranio impoverito, atomiche tattiche, fosforo bianco e tutte le armi di ultima generazione sperimentate su queste popolazioni, dallo stato di Israele anzitutto, lo studiato inquinamento delle acque, e quant’altro – una devastazione che appesterà le future generazioni non meno delle attuali, e su cui non si legge parola negli ambienti ecologisti europei.

Gli obiettivi? Mantenere saldamente nelle grinfie delle ‘nostre’ imprese e dei ‘nostri’ stati il petrolio, il gas, e le altre preziose risorse naturali del mondo arabo e ‘islamico’; arraffare terre coltivabili, anche laddove già sono insufficienti per le popolazioni locali; super-sfruttare le centinaia di milioni di proletari e di contadini di questa area come forza di lavoro a bassissimo costo, gigantesco esercito proletario attivo e di riserva al nostro servizio; impedire ogni forma di unificazione e di minima autonomia di questa area strategica del mercato mondiale.

I “nostri valori” con cui gargarizzano Mattarella&Co., non sono altro che i valori monetari, i proventi di questa guerra infinita, i capitali accumulati nelle ‘nostre’ banche espropriando, vessando e trucidando in massa queste popolazioni. Solo gli Stati Uniti dichiarano di aver compiuto negli ultimi due anni 11.800 azioni di bombardamento sulle zone dell’Iraq e della Siria sotto il controllo ISIS, uccidendo 30.000 combattenti islamisti (e gli ‘effetti collaterali’?); e gli stati che attaccano quei territori sono almeno 14… A questa catena di “crimini contro l’umanità” (o no?) la ‘nostra’ squallida Italia, le ‘nostre’ imprese e i ‘nostri’ apparati militari e dei servizi segreti hanno dato e danno il loro immancabile contributo operativo e logistico.

2) E l’ISIS?

Risposta – L’ISIS, come in generale il jihadismo, è una risposta a questa dominazione e aggressione imperialista che si ammanta di democrazia, civiltà e altre menzogne. Una risposta di elementare auto-difesa, che riporta qui, con i suoi attentati, soltanto dei minimissimi frammenti della violenza subìta. Una risposta a suo modo ‘internazionalista’ (di ‘internazionalismo’ islamista) nel senso che chiama a raccolta, con la prospettiva della rinascita del califfato, tutte le forze del mondo arabo e islamico disponibili a battersi contro l’Occidente. L’involucro è religioso, ma il contenuto di fondo è, nonostante tutto, secolare: poter disporre delle risorse naturali dei propri paesi, liberandoli dal giogo dei capitali occidentali e degli eserciti stranieri. Di questo si tratta.

Quale deve essere la nostra posizione di fronte alla guerra in corso? Non c’è il minimo dubbio: il nostro nemico è qui, in casa nostra, è il ‘nostro’ governo, il ‘nostro’ capitalismo, il ‘nostro’ stato. E sono i suoi alleati, è l’imperialismo occidentale nel suo insieme, la cui insaziabile brama di profitti è l’origine prima di questa guerra infinita ai popoli e, in particolare, ai lavoratori dei paesi arabi e ‘islamici’, così come è all’origine degli attacchi di crescente violenza alle condizioni di vita e di lavoro dei proletari in Occidente.

Il che non incide in alcun modo, è perfino banale, sulla incolmabile distanza di classe tra noi e il programma e le prospettive del jihadismo, dal momento che la nostra prospettiva, il nostro programma è quello del comunismo, a cui il jihadismo si ritiene a giusta ragione, ed è, antagonista.

3) Qualcosa da aggiungere sulle prospettive dell’ISIS?

Risposta – Il discorso da fare sarebbe troppo lungo perché dovrebbe ricostruire il percorso storico dell’islamismo politico ‘radicale’ e del jihadismo, tendenze ideologico-politiche di lunga data, e collocare l’ISIS all’interno di esso, e dall’altra parte metterlo in relazione con gli svolgimenti della lotta di classe nei paesi arabi e ‘islamici’, ed in particolare con il fallimento del nazionalismo arabo e del pan-arabismo e, più di recente, con la brutale repressione delle grandi sollevazioni di massa del 2011-2012. Mi limito qui a dire che, a nostro avviso, l’ISIS non può costituire una via d’uscita alle sofferenze, alla terribile, secolare condizione di umiliazione che vivono i proletari e semi-proletari del mondo arabo-islamico per le seguenti ragioni:

  • perché rinuncia programmaticamente al protagonismo delle masse lavoratrici, anzi lo reprime, in coerenza col ripudio della lotta di classe dei proletari e degli sfruttati contro le classi proprietarie e gli sfruttatori che caratterizza da sempre il jihadismo;
  • perché approfondisce e radicalizza all’interno del mondo degli sfruttati arabi e islamici gli elementi mortiferi delle divisioni di setta e di genere;
  • perché, ponendo lo scontro con l’Occidente in termini religiosi e confessionali, lavora anch’esso, in modo speculare rispetto alle potenze occidentali, ad allontanare e contrapporre i lavoratori dei due campi. Mentre la sola via per sconfiggere i poteri globali che schiacciano da secoli il mondo ‘islamico’, è la guerra di classe globale, l’avvicinamento e la reciproca solidarietà tra i proletari delle metropoli e i proletari arabi e ‘islamici’, e questo processo può avanzare solo mettendo avanti sistematicamente ciò che li unisce, non ciò che li divide;
  • perché ha tessuto molteplici e condizionanti relazioni con i nemici di classe interni ed esterni dei lavoratori, con i massacratori dei lavoratori arabi, iraniani, curdi, etc.

4) Quindi per voi l’ISIS e il jihadismo non sono né la sola, né la più efficace risposta alle aggressioni occidentali?

Risposta – Esatto. Ai poteri forti del capitalismo globale conviene attribuire all’ISIS o al-Qaeda il monopolio della resistenza alla dominazione imperialista, proprio perché è un avversario che, per queste sue caratteristiche, è più agevole sconfiggere. Ma non è assolutamente così.

Il mondo arabo è stato scosso nel 2011-2012 da sollevazioni di massa che, per quanto siano state schiacciate nel sangue e/o deviate, segneranno la sua storia, a cominciare dall’epicentro del mondo arabo che è l’Egitto, assai più in profondità di quanto non possa fare l’assai mediatizzato movimento jihadista (gli abbiamo dedicato il n. 1 della nostra rivista). Se poi diamo uno sguardo al Bangladesh, di cui tanto si parla in questi giorni per i fatti di Dacca, ci sarebbe da dire del forte movimento di scioperi delle operaie e degli operai tessili – guardatene le immagini impressionanti in rete!-, e i loro cortei fitti, animosi, pieni di bandiere rosse: sono quelli, spesso bambini, scorticati vivi, per meno di 50 euro il mese, dalla folla di imprenditori della ‘little Italy’ di Dacca e dintorni, celebrati in questi giorni quali ‘persone meravigliose’ e ‘solari’. Ci sarebbe da dire di un non meno rilevante movimento contadino, organizzato intorno alle formazioni maoiste. E poi dell’influente tendenza del ‘socialismo islamico’ impersonata per lungo tempo da Maulana Bhashani (da studiare per intendere quanto variegato sia stato e sia l’islamismo politico, e quanto poco identificabile con il jihadismo). E ancora ci sarebbe da dire del National Committee for protecting oil, gas, power and ports e la sua efficace denuncia della rapina neo-coloniale delle risorse energetiche del paese… una ricca attività politica dal segno, con tutti i limiti del caso, anti-imperialista, che è accuratamente occultata dai mass media di regime, ma interessa poco o nulla anche alla gran parte dei compagni. Una certa immagine spregiativa dei paesi arabi e ‘islamici’, e dei lavoratori di questi paesi, è penetrata dovunque…

5) L’islamofobia, parte integrante del dispositivo retorico dell’imperialismo occidentale, a tratti sembra penetrare, in effetti, anche negli ambienti più radicali…

Risposta – È così. E prende le più svariate forme. Una è quella, diffusissima a sinistra, che vede nel jihadismo, e nell’ISIS in particolare, delle pure creazioni dell’Occidente e di Israele. Un’altra, ancora più orribile, è quella di criticare l’inconseguenza dei ‘nostri’ governi nella guerra al jihadismo e mettersi a dar consigli su come combatterlo in modo più efficace. Una terza è prendere sul serio, almeno per quello che riguarda la tutela delle donne, la propaganda imperialista, facendole eco. Lo spettacolo è desolante perché posizioni di questo genere danno legittimità e popolarità, per quello che dipende dagli ‘ambienti più radicali’, alle aggressioni in corso ai popoli e, soprattutto, lo ripetiamo, ai lavoratori arabi e islamici – perché è questo il bersaglio grosso della guerra infinita scatenata dall’asse NATO/UE/Israele. Per contro, diffondono indifferenza e rigetto nei confronti della resistenza di queste masse sfruttate, per come essa può darsi. Perfino un evento di portata storica come le sollevazioni arabe del 2011-2012 è passato qui quasi inosservato, e c’è addirittura chi osa tuttora accostarle alle ‘rivoluzioni colorate’ dell’Est Europa senza vergognarsene.

6) In questa fase, è molto diffusa una tendenza che si può definire neo-campista e che vede, ad esempio, l’azione di Putin come un positivo contraltare alla supremazia statunitense. Per questa via, c’è chi, condannando con la giusta decisione i raid americani in Siria, esprime approvazione per quelli russi. Voi cosa pensate di questa linea?

Risposta – Da comunisti internazionalisti, tutto il male possibile. Certo, esiste ancora oggi una supremazia degli Stati Uniti all’interno del sistema del capitalismo globale (sebbene, e questo i campisti lo ignorano, ci siano molteplici, crescenti segnali di processi di implosione in corso nella società statunitense), e può far piacere che sia al potere a Mosca, invece della banda di affittati e dissoluti capitanata da Yeltsin, un gruppo di nazionalisti tosti che vuole rifare grande la Russia, e opera sistematicamente a contenere e minare la supremazia statunitense. Può far piacere, perché intensifica le contraddizioni nel campo avverso. Ma da qui ad applaudire la politica russa in Siria e nel mondo arabo e islamico c’è un abisso, un abisso di classe! Il tracciato di fondo della politica di Putin è, infatti, quello del vecchio zarismo, e punta a schiacciare i paesi arabi e ‘islamici’ e i loro lavoratori, né più né meno dei gangster di Washington e dell’Europa. La contesa tra Russia e Stati Uniti/Europa è solo ed esclusivamente sulla divisione del bottino. Lenin, l’implacabile nemico dello sciovinismo grande-russo da lui combattuto dentro lo stesso partito bolscevico (tra l’altro, sulla questione dei popoli caucasici di tradizioni islamiche), legnerebbe senza pietà quei presunti “leninisti” de noantri che applaudono i bombardamenti russi in Siria (ieri quelli in Afghanistan e in Cecenia) e fraternizzano con il ‘presidente Assad’. Li bollerebbe per quelli che sono: nemici del diritto all’auto-determinazione delle popolazioni arabe e ‘islamiche’, e perciò nemici dell’internazionalismo proletario.

7) Rimane il fatto che tale campismo è la corrente maggioritaria di quel poco che si muove contro la guerra. Il fu movimnto per la pace si è consegnato a una retorica umanitaria che è la stessa usata per giustificare le aggressioni, in genere precedute dalla denuncia a orologeria di questo o quel dittatore “cattivone”…

Risposta – Vero. E questa è un’altra prova che una cosa sono le aspirazioni alla pace delle persone di buoni sentimenti, a cui rapportarsi e con cui dialogare – anche per spiegare loro che oggi l’Italia, l’Europa, gli Stati Uniti non sono affatto in pace, ma stanno conducendo una guerra devastante fuori le nostre mura contro i paesi e gli sfruttati arabi e ‘islamici’; ben altra cosa sono l’ideologia, o le ideologie, del pacifismo, la cui retorica prima o poi, sistematicamente, si dissolve nell’appoggio al militarismo imperialista. Le Pinotti e le Mogherini sono le Frankestein al femminile prodotte da questo genere di ‘pacifismo’…

Quanto al campismo, non c’è da meravigliarsi che abbia radici in Italia. In una situazione pantanosa come l’attuale, è normale che il passato faccia sentire il suo peso soffocante sul presente. Il campismo è l’ultimo sotto-prodotto del ‘riformismo’ togliattiano che ha segnato a fondo la cultura politica della sinistra, anche estrema, con la sua rinuncia all’internazionalismo proletario e alla rivoluzione socialista internazionale, sostituiti da un “anti-imperialismo” di facciata che non è altro che la ricerca della collocazione migliore e più vantaggiosa per la ‘nostra’ nazione. I campisti italiani guardano alla Russia e alla Cina perché sono convinti che gli spazi d’azione dell’Italia si allargherebbero attraverso il cambio di alleanze con gli avversari di Washington. Non gli si può dar torto, in questo. Solo che una simile linea di indirizzo perfettamente nazionalista, anche se condita con un po’ di spezie sociali o ‘socialiste’, non ha nulla a che vedere con la consegna di classe della “guerra alla guerra”. Anzi, contiene in sé lo schieramento preventivo dentro uno dei due fronti capitalisti nella guerra generale che verrà. Anche i campisti, quindi, sono ‘pacifisti’ unilaterali a tempo, arruolati preventivi.

“Solo questo oggi è possibile”, ci ha obiettato uno di loro. Il ‘resto’, ovvero la prospettiva rivoluzionaria internazionalista di Marx, Lenin, Luxemburg, Bordiga, sarebbe utopia. Nessun problema. Noi stiamo fermi, fermissimi a questa ‘utopia’, la sola per cui meriti battersi.

Tuttavia non bisogna esagerare la forza di questo campismo. In quel pochissimo di attività che c’è in Italia contro la guerra, non tutto avviene nel segno del campismo. Ci riferiamo, ad esempio, alla Rete contro la guerra che ha promosso a Napoli, nell’autunno scorso, la prima dimostrazione di piazza contro le nuove aggressioni NATO in Libia, Iraq e Siria, o allo sciopero del 18 marzo scorso organizzato dal SI-Cobas, dalla CUB e dall’USI che si è caratterizzato, specie da parte del SI-Cobas, come un’iniziativa di impronta internazionalista contro queste aggressioni. Si fa un’enorme fatica a procedere su questa strada per l’apatìa che regna tra i lavoratori e nelle nuove generazioni di nati-senza-camicia. Ma resta il fatto che questi sono dei piccoli anticipi del futuro movimento proletario, mentre il campismo non è che un lugubre residuo del passato.

8) Tariq Alì ha sintetizzato il rifiuto della retorica guerrafondaia con l’osservazione che noi occidentali pretendiamo di esportare la democrazia che non abbiamo più. Quali sono, a vostro avviso, le strade per sconfiggere la propaganda avversaria?

Risposta – Bisogna anzitutto fare l’impossibile per portare alla luce ciò che viene sistematicamente occultato: le cause reali e gli effetti distruttivi delle guerre a catena che i paesi imperialisti, e l’Italia in prima fila, hanno scatenato nell’intero mondo arabo-islamico. E’ proprio dalla denuncia delle immani devastazioni prodotte dalle guerre dell’Occidente che parte il nostro documento di aprile. C’è un bisogno vitale di una contro-informazione a 360 gradi. Ma è utile anche vivificare il ricordo del passato coloniale: film come ‘Il leone del deserto’ o ‘La battaglia di Algeri’ servono tutt’oggi a pungolare chi ha un po’ di sangue nelle vene.

Altrettanto importante è controbattere colpo su colpo la propaganda islamofobica, smontando una ad una le false verità che veicola. L’ultima di esse è che i giovani jihadisti europei siano fanatici religiosi. ‘Loro’ sono fanatici religiosi, folli, spietati; ‘noi’, invece, siamo tolleranti, razionali, civili, misericordiosi. Balle! I giovani jihadisti europei sono quasi sempre a digiuno di precetti e pratiche religiose (i giovani del commando di Dacca, a quel che pare, ancor di più). Ciò che li spinge a molla non è una qualche forma di disturbo mentale, è l’emarginazione sociale, l’umiliazione, il razzismo sperimentati sulla propria pelle qui nell’Europa “culla della civiltà, della tolleranza e dello stato sociale”. La loro è una rivolta contro “l’ingiustizia sociale”, contro l’incedere sul corpo di milioni di arabi e di islamici della macchina da guerra imperialista, per discutibili che siano la loro ideologia e le loro forme di lotta, e per noi evidentemente lo sono.

9) Uno dei temi-chiave della propaganda guerrafondaia è l’offensiva contro gli immigrati, raffigurati sempre più come un pericolo, un corpo estraneo nelle nostre società da espellere quanto prima e più radicalmente possibile, specie se ‘islamica’.

Risposta – Contro questa offensiva nulla può l’anti-razzismo debole, all’acqua di rose: quello che  predica tolleranza e accoglienza verso la “diversità”; che vede gli immigrati solo come dei poveri disperati da aiutare e proteggere perché deboli; che si affida interamente alla creazione di nuove norme e di nuove regole di “convivenza civile”; e spesso nutre fiducia nelle autorità democratiche, che sono invece le fonti primarie delle politiche contro gli immigrati e i rifugiati. Ciò che serve è un anti-razzismo forte, radicale, di classe. Ciò che serve è identificare e denunciare le cause profonde del razzismo anti-immigrati di stato e del mercato. È mobilitarsi contro ogni forma di discriminazione, di oppressione, di umiliazione, di inferiorizzazione, di denigrazione delle popolazioni immigrate, e in specie dei lavoratori e delle lavoratrici immigrate dai paesi arabi e ‘islamici’ perché sono nel mirino più di tutte le altre. È spiegare che i ‘nostri’ governi ce l’hanno tanto con gli immigrati arabi e ‘islamici’ perché sono il nocciolo più duro e organizzato dell’immigrazione in Europa, quelli che più si fanno rispettare. È pretendere una completa ed effettiva parità di trattamento tra le popolazioni autoctone e quelle immigrate. È il contrasto attivo alla demagogia etnicista, xenofoba e razzista delle destre “sociali”, facendosi carico dei bisogni sociali insoddisfatti su cui esse speculano; anche dello stesso bisogno di “sicurezza” che spesso nasconde, dietro una scorza securitaria, il bisogno di sicurezza sociale, il rifiuto del degrado lavorativo, sociale e abitativo che molti lavoratori e lavoratrici autoctoni stanno sperimentando. È rafforzare la simbiosi molecolare di rapporti “privati” tra lavoratori autoctoni e immigrati, già oggi estesa più di quanto non si creda, trasformandola in una forza organizzata. È comprendere che i lavoratori e le lavoratrici immigrate sono portatori di bisogni di emancipazione sociale, ed esprimono, con tutte le contraddizioni del caso (perché non bisogna lasciarsi andare al facile romanticismo), necessità e aspettative che sono proprie dei continenti in ascesa da cui provengono. È lottare insieme a loro contro le ideologie, le politiche, le prassi che puntano sulla concorrenza, la contrapposizione, l’odio tra lavoratori delle diverse nazionalità, culture, fedi religiose. È mettere avanti, sistematicamente, ciò che unisce i lavoratori europei di nascita e quelli immigrati, relativizzando le differenze, e valorizzare i non pochi momenti di concreta solidarietà della gente comune e dei giovani che in Europa si schierano in modo militante, come è avvenuto in Grecia o a Calais, al fianco degli emigranti, degli immigrati e dei profughi, e le iniziative e i cortei, pur piccoli e sparsi, che ci sono in tutta Europa contro la repressione.

10) Un’ultima questione: in questo momento, in Italia ci sono diverse lotte nei posti di lavoro, che non giungono ad unificazione per il deliberato disegno dei sindacati confederali e – in misura minore – per il settarismo dei sindacati di base. Come si può, secondo voi, far vivere i motivi della lotta contro la guerra in queste vertenze?

Risposta – Il discorso sul sindacalismo confederale, schierato ormai senza se e senza ma dalla parte delle guerre imperialiste, e sul sindacalismo di base, affetto nella sua maggioranza, oltre che da spirito settario, da un pernicioso economicismo, sarebbe molto lungo. Mi limito a dire: si tratta di mostrare come la guerra interna ai lavoratori ‘di qui’ (il Jobs Act o la Loi Travail o l’Hartz-4 o le misure draconiane di Tsipras) e la guerra esterna agli sfruttati ‘di lì’ sono due facce della stessa guerra del capitale globale al proletariato globalizzato, e questa guerra possiamo vincerla solo con l’unità dei proletari di tutte le ‘razze’ e di tutti i colori. E’ una verità elementare, elementarissima, ma sappiamo che diffonderla sui posti di lavoro è e sarà una faticaccia. Guarda la Francia. Una grande lotta contro la legge Khomri, ma vi è quasi del tutto assente la propaganda contro le molteplici azioni di guerra della Francia in Africa e nel Medio Oriente, e perfino una riconoscibile prospettiva politica… la situazione deve ancora maturare, e c’è tanto lavoro da fare!

5 luglio 2016

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