Patrimoniale: perché si sono tanto affrettati ad asfaltare (in 3 giorni) l’inoffensivo Fratoianni?

Napoli, 13 novembre

Voi direte: chi è Fratoianni? È il portavoce di Sinistra italiana, l’erede di Nichi Vendola, uno tra i più celebri venditori di fumo tossico di fine novecento, noto alle cronache per il suo accanimento nel disperdere ai quattro venti quel tanto di energie proletarie vive che si era raccolto in Rifondazione comunista. Il suo erede, assai più modesto di lui nella produzione di fumo a mezzo di fumo, è però riuscito a comparire per tre brevi giorni sulle prime pagine dei giornali insieme a tale Orfini, uno dei tanti mestieranti in cerca di visibilità che affollano le stanze/istanze di affari del Pd. Nei giorni scorsi questa bella coppia di deputati della sinistra parlamentare, ispirata dallo spagnolo Sanchez, ha messo in campo una proposta di patrimoniale sostanzialmente innocua per le grandi fortune (anche perché bilanciata, in parte, da una abolizione dell’IMU – pare di capire generale): 0,2% sui patrimoni mobiliari e immobiliari netti al di sopra dei 500.000 euro, 0,5% da 1 a 5 milioni, 1% da 5 a 50 milioni, 2% sopra i 50 milioni, 3% al di sopra del miliardo di patrimonio.

È bastato questo a scatenare il finimondo. Di Maio, Di Battista, Tajani, Tremonti, Meloni, Salvini, Fassina, Bagnai, oltre che – naturalmente – Zingaretti, si sono esercitati nel tiro al piccione.

Di Maio: “Nessuna patrimoniale. Sarebbe folle in un momento di crisi come questo, in cui le nostre imprese hanno bisogno di ossigeno e le famiglie di lavoro, introdurre qualsiasi tipo di patrimoniale. Il M5S è sempre stato contrario e continuerà ad esserlo”. Conferma il suo rivale Di Battista, scambiato da qualcuno per uomo di sinistra: ciò che si deve fare è “una corposa riduzione del carico fiscale per piccole e medie imprese”. Dalle destre bordate fragorose ben riassunte nell’hashtag #comunisti (!!!), subito entrato tra le tendenze su Twitter. Il sobrio Tajani: “Hanno buttato giù la maschera”. Il consigliere degli esportatori di capitali Tremonti: “La patrimoniale è una cazzata abissale”. Meloni: “Un furto sui conti correnti. Questi nemici dei cittadini vanno fermati il prima possibile”. L’ex-ministro di polizia Salvini: “Il solo fatto di pensare in questo momento, con un Natale magro come mai, di tassare chi ha una casa e risparmi è da crimine da arresto immediato”. Il suo portaborse Bagnai, che fino a poco tempo fa imperversava su Sinistra in rete da guru di tutti gli sciagurati Italexit “di sinistra”, gli ha fatto subito eco: è una proposta insensata, che non colpisce i grandi patrimoni “che sono al riparo nei paradisi fiscali”, contro cui “la Lega farà le barricate in parlamento affinché questa vergogna non vada in porto”. Ma sta’ calmo, senza-vergogna-Bagnai, sai bene che anche il Pd è contro. Il suo furbo responsabile economico Fiano ammicca all’idea di una riforma fiscale “progressiva” alla tedesca, con aliquote cosiddette personalizzate da 0 a 44%, quando sarà, e lascia già cadere sul tavolo una limatura dell’aliquota massima (oggi è, formalmente, al 45%)… Anche Fassina, membro di Leu e in ottimi rapporti con la galassia bruna degli “Italexit di sinistra”, si è detto contrario: il problema è vero, dice, però “è stato posto nella maniera sbagliata e al momento sbagliato perché c’è una drammatica crisi di liquidità. Oggi anche chi ha un patrimonio, fatica a pagare un’imposta rispetto a quel patrimonio”. Per lui, quindi, non è il caso di colpire la classe capitalistica nazionale (chi altro c’è in quel 10% di cui parliamo?) neppure con i piumini di una pistola-giocattolo, perché è proprio con quella che aspira a stringere un patto d’azione nazionalista contro la perfida Germania/UE, tutti uniti, sfruttati e sfruttatori, senza riserve e plurimiliardari, contro il nemico esterno che “ci” soffoca.

Follìa, insensatezza, cazzata abissale, vergogna, furto, rapina, crimine da arresto immediato, fino all’iperbole delle iperboli: è comunismo! Insomma in soli tre giorni hanno asfaltato questi due esserini inoffensivi (i compagni di Iskra li hanno gratificati di ciarlatani) come se si trattasse di nemici mortali del capitalismo.

Perché mai?

Il fatto è che a fronte di una povertà assoluta in crescita, di una disoccupazione che sta per dilagare, di un collasso dei bilanci familiari in tante aree del mondo proletario e anche del piccolo lavoro autonomo, la necessità di “far pagare i più ricchi” conquista uno spazio sempre più ampio nella mente e nei sentimenti di chi suda e rischia la vita nei posti di lavoro per tirare avanti. Questo, enormemente al di là delle iniziative del Patto d’azione anti-capitalista che ha inserito questa rivendicazione, dandole un preciso contenuto, nella sua piattaforma, e l’ha portata nelle piazze da Napoli a Milano. Un’indagine che l’Swg ha svolto in autunno per conto dell’Osservatorio internazionale per la coesione e l’inclusione sociale (Ocis) ha dato i seguenti risultati: il 60,2% si è detto a favore, o molto a favore, di un’imposta patrimoniale del 5% sul 10% più ricco della società – che avrebbe un ammontare di 120 miliardi di euro, se la imposta riguardasse le sole attività finanziarie, dal momento che questo 10% di parassiti detiene in Italia il 55% della ricchezza finanziaria complessiva, che è pari a 4.347 miliardi di euro (al 2017). Dell’inchiesta opportunamente occultata hanno dato conto solo Jacobin e Altreconomia con gli interventi del prof. Graziano dell’università di Padova, che è tra i più convinti sostenitori di una simile proposta per ragioni di “equità” (che non sono le nostre ragioni).

Che le cose stiano in questo modo può sfuggire, certo, a qualche compagno in strettissimo contatto solo con il proprio irrepetibile cervello, ma non sfugge alla combriccola degli sgamati asfaltatori di Fratoianni&Orfini, che di società, di umori sociali e di dinamiche sociali, da fottuti reazionari, ne sanno qualcosina in più, purtroppo, di tanti compagni. Costoro fanno terrorismo mediatico per impedire che nelle menti della “gente comune”, anzitutto dei proletari, cammini il tarlo dell’indispensabile attacco alla ricchezza accumulata dai “più ricchi” attraverso il furto, la rapina (qui ci vuole) di tempo di lavoro non pagato alla classe essenziale che tutto produce, sia sotto forma di aumenti salariali (contro cui sparano a zero Bonomi e i suoi), sia sotto forma di vero prelievo forzoso sulle grandi ricchezze. In questi decenni di furibonda offensiva ideologica mondiale per legittimare il sistema sociale capitalistico e la sua folle, insensata, criminale (qui ci vuole) ricerca del profitto, della massima valorizzazione del capitale, costi quel che costi all’umanità e alla natura, la assoluta intangibilità della proprietà privata delle montagne di lavoro non pagato accumulate dalla classe capitalistica, è assurto a dogma purtroppo anche nelle menti della stragrande maggioranza degli sfruttati. Un dogma in difesa del quale sono stati sguinzagliati ad abbaiare migliaia di “esperti di economia” à la Bagnai, Borghi e altri magliari del genere per il timore che, come è accaduto a tutti i dogmi, possa crollare di botto sotto i colpi della realtà.

Il fatto è questo: nonostante una patrimoniale sui più ricchi e – più in generale – la imposta progressiva sulla ricchezza siano entrambe pienamente compatibili con il capitalismo, ed attuabili (in una misura o nell’altra) entro il perimetro degli attuali rapporti sociali poiché non toccano né la proprietà dei mezzi di produzione e la centralità dell’azienda nella produzione sociale, né l’organizzazione e la divisione sociale del lavoro, è dal 1848 che i borghesi più potenti reagiscono di norma contro l’imposta progressiva sulla ricchezza accusando i suoi promotori di essere eversori dell’ordine costituito, rivoluzionari da mettere a tacere. Si sono piegati a questa rivendicazione operaia (contenuta già nel Manifesto del partito comunista) solo circa un secolo dopo, ed esclusivamente sotto l’incalzare di grandi crisi, grandi guerre e grandi lotte (pensiamo agli Stati Uniti della metà degli anni ‘30 o all’Europa del secondo dopoguerra). E si sono piegati usando abilmente questa concessione fatta a malincuore per provare a ricompattare una società divisa, o in vista di sanguinosi regolamenti di conti con i “nemici esterni” o per prevenire scontri sociali pericolosi o per entrambi gli scopi: il primo è il caso del New Deal rooseveltiano, il secondo dell’Europa occidentale post-seconda guerra mondiale. In entrambi i casi l’operazione è riuscita passando, però, nel primo caso attraverso una guerra mondiale, nel secondo utilizzando gli strascichi della guerra e, almeno in Italia, un ventennio abbondante di repressione sistematica dell’iniziativa operaia.

Oggi la polarizzazione sociale si è fatta in Italia, in Europa, in Occidente così estrema – specie in questo anno di catastrofe economico-sanitaria – che sarà impossibile, per la classe dominante, sottrarsi del tutto a misure che diano almeno l’impressione di “far pagare di più a chi ha di più”. Ed ecco scatta l’operazione: patrimoniale sì, ma leggera e spalmata su tutti gli strati sociali “abbienti”. Così, accanto agli asfaltatori demagoghi e ai loro lacchè abbaiatori, entrano in scena i ragionatori: attenti, dicono, la patrimoniale pesante sui più ricchi è un autogol, perché ha un effetto depressivo sugli investimenti e sull’occupazione. O anche: attenti, gli introiti sarebbero irrisori, perché i veri ricchi i soldi li hanno portati all’estero da sempre (vero, ma vediamo di non esagerare: Bankitalia sostiene, e possiamo crederle, che siano qui, nelle banche italiane, oltre 2.500 miliardi di euro dei “sudati risparmi” di questa brava gente). Ed attraverso questi avvisi, un passo dopo l’altro, compaiono in scena ‘patrimoniali’ spalmate sulla metà delle famiglie italiane – ce n’è una sul sito di Repubblica, formulata da docenti delle università piemontesi, che prevede un prelievo sul solo patrimonio finanziario, a un tasso che va dallo 0,15 (per chi ha sul conto 20.000 euro) fino al sensazionale 0.8% per il 10% più ricco. L’hanno chiamata “paperoniale”… per far capire anche alle teste di legno, già dal nome, che è uno scherzetto. E tale sarebbe per la classe del capitale.

Contro questo bailamme di proposte e propostine di rileggitimazione dei possessori di grandi ricchezze e di nuovi furti su gran parte della popolazione, noi ribadiamo la nostra rivendicazione di lotta, con un preciso contenuto di classe: million tax del 10% sul 10% più ricco della popolazione che detiene il 55% della ricchezza nazionale (è questa l’ultima stima disponibile, la precedente – citata altre volte anche da noi – si fermava al 40%), e corrisponde agli strati più facoltosi della classe capitalistica (che non sono composti solo dai capi delle grandi multinazionali) e dei grandi redditieri, e all’ampia corte dei loro funzionari di alto rango (politici, manageriali, professionali, diplomatici, militari, star dei media e degli sport, etc. – forse potrà capitarci dentro anche qualche sindacalista tricolore più scaltro, e ladro, degli altri).

Per fare cosa?

Anzitutto per parare il drastico peggioramento delle condizioni di esistenza di vasti settori della classe lavoratrice che è in atto da quasi un anno: per il salario garantito a tutti i disoccupati e la cassa integrazione al 100%; per stabilizzare e internalizzare la grande massa di salariati precari che lavorano per l’amministrazione statale; per organizzare una sanità universale e gratuita fondata sulla prevenzione primaria e la medicina territoriale; per costruire asili-nido pubblici, consultori familiari e centri anti-violenza; per risolvere il problema-casa che affligge milioni di famiglie proletarie; per un aumento sostanzioso delle pensioni (il 70% delle quali è sotto i 1.000 euro); per potenziare i trasporti pubblici non inquinanti (o meno inquinanti) e gratuiti; etc. Insomma, se proprio volete una formula “economica”, per innalzare sia il salario sociale complessivo (quello che afferisce all’intera classe dei salariati, compresi i disoccupati e gli altri settori di classe solo parzialmente impiegati nella produzione), sia il salario diretto (della massa dei precari che lavorano per l’amministrazione statale o gli enti parastatali), sia il salario indiretto (l’insieme dei beni e servizi che concorrono alla riproduzione della forza lavoro), sia il salario differito (le pensioni).

Ma attribuiamo alla nostra propaganda ed agitazione sulla million tax anche un valore politico e ideologico: avanzare una rivendicazione che, come quella sulla riduzione drastica e generalizzata della giornata lavorativa a parità di salario, riguarda l’intera classe lavoratrice e mette sotto accusa l’intera classe del capitale che ci ha piombati in questa doppia catastrofe, cominciando a infrangere il tabù della intangibilità della proprietà privata della montagna di plusvalore estorta al proletariato. Siamo contro il debito di stato in quanto debito di classe. Siamo contro il suo enorme ingigantimento deciso dalla classe capitalistica perché sarà scaricato sui lavoratori. Siamo per andare a riprenderci con la lotta la massima quota possibile del lavoro non pagato che ci è stato rapinato, con la lotta per sostanziosi aumenti di salario nei rinnovi contrattuali e con un’iniziativa politica generale (million tax). Chi contrappone queste due lotte, lotta economica e lotta politica, non può darci lezioni di strategia e di tattica. Deve prima imparare (bene) l’alfabeto.

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