Il FMI studia le rivolte sociali provocate dalle pandemie…

Un compagno che collabora a questo blog ci ha segnalato questo interessante articolo comparso oggi (3 febbraio) sul blog del FMI, con l’accluso disegno. Mostra come da quelle parti si studino con attenzione, e in anticipo, i processi sociali, e soprattutto i conflitti sociali. Auguriamoci che anche nel campo dei militanti anti-capitalisti prenda piede fino a diventare un’abitudine lo studio a fondo dei fenomeni sociali, e scacci le male piante della superficialità e della ciarlataneria.

Nel 1832 una grande pandemia di colera colpì Parigi. In pochi mesi, la malattia uccise 20.000 dei 650.000 abitanti della città. La maggior parte dei decessi si verificò nel cuore della città, dove vivevano in condizioni squallide molti lavoratori poveri, attratti a Parigi dalla rivoluzione industriale. La diffusione della malattia acuì le tensioni tra le classi sociali, poiché i ricchi accusarono i poveri di diffondere la malattia, mentre i poveri pensavano di essere stati avvelenati. L’animosità e la rabbia furono presto dirette contro il re impopolare. Il funerale del generale Lamarque, vittima della pandemia e difensore di cause popolari, fu lo stimolo per una grande manifestazione antigovernativa con barricate nelle strade: scene immortalate nel romanzo di Victor Hugo Les Misérables. Gli storici hanno sostenuto che l’interazione dell’epidemia con le tensioni preesistenti fu una delle cause principali di quella che passò alla storia come la Rivolta di Parigi del 1832, e che a sua volta potrebbe spiegare la successiva repressione del governo e la rivolta pubblica nella capitale francese nel XIX secolo.

Se la storia è un fattore predittivo, le agitazioni sociali potrebbero riemergere man mano che la pandemia si attenua.

Dalla peste di Giustiniano e dalla “peste nera” fino all’epidemia di influenza del 1918 [la cd. spagnola], la storia è piena di esempi di focolai di malattie che gettano lunghe ombre di ripercussioni sociali, capaci di plasmare la politica, sovvertire l’ordine sociale e in alcuni casi di provocare sommosse sociali. Perché? Una possibile ragione è che un’epidemia può rivelare o aggravare linee di frattura preesistenti nella società, come ad esempio l’esistenza di reti di sicurezza sociale inadeguate, la mancanza di fiducia nelle istituzioni o la percezione di indifferenza, incompetenza o corruzione del governo. Storicamente, i focolai di malattie contagiose hanno anche portato a contraccolpi etnici o religiosi, o ad aggravare le tensioni tra le classi.

Nonostante l’ampia gamma di esempi, le prove quantitative sull’esistenza di un legame tra epidemie e agitazioni sociali sono scarse e limitate a episodi specifici. Recenti ricerche del personale del FMI colmano questa lacuna offrendo prove di questo collegamento negli ultimi decenni a scala globale.

Una sfida fondamentale per la ricerca sulle agitazioni sociali è identificare quando si sono verificati eventi del genere. Sebbene siano disponibili in questa materia fonti di informazioni, molte sono a bassa frequenza o hanno una copertura incoerente. Per affrontare queste carenze, un recente documento del personale del FMI utilizza un indice basato sulla copertura da parte della stampa delle agitazioni sociali, per creare un indice di quelle registrate. Ciò fornisce una misura mensile coerente delle agitazioni sociali per 130 paesi dal 1985 ad oggi. I picchi nell’indice si allineano molto strettamente con le descrizioni narrative dei disordini in una varietà di casi di studio, suggerendo che l’indice cattura effettivamente gli eventi reali, piuttosto che i cambiamenti nel modo di sentire o nell’attenzione dei media.

Utilizzando questo indice, lo studio del personale del FMI rileva che, in media, i paesi con epidemie più frequenti e gravi hanno anche sperimentato maggiori turbolenze sociali.

Durante e subito dopo una pandemia, le cicatrici sociali sotto forma di agitazioni potrebbero non manifestarsi rapidamente. In effetti, è probabile che le crisi umanitarie ostacolino le comunicazioni e i trasporti che sono necessari per organizzare proteste di grande ampiezza. Inoltre, in tempi di difficoltà, l’opinione pubblica potrebbe favorire la coesione sociale. In alcuni casi, i regimi in carica possono anche trarre vantaggio da un’emergenza per consolidare il proprio potere e sopprimere il dissenso. Finora l’esperienza del COVID-19 è coerente con questo modello storico. In effetti, il numero dei principali eventi di conflitto sociale in tutto il mondo è sceso al livello più basso degli ultimi cinque anni. Eccezioni degne di nota sono gli Stati Uniti e il Libano, ma anche in questi casi le proteste più grandi sono legate a questioni che possono essere potenzialmente esacerbate dal COVID-19, e però non direttamente causate da esso.

Ma guardando oltre le conseguenze immediate, sul lungo periodo il rischio di agitazioni sociali aumenta. Utilizzando le informazioni sui tipi di disordini, lo studio del personale del FMI si concentra sulla forma che queste agitazioni (disordini, sommosse) assumono dopo un’epidemia. Questa analisi mostra che, nel tempo, aumenta il rischio di rivolte e di manifestazioni antigovernative. Inoltre, lo studio trova che aumenta il rischio di una grave crisi di governo, o di eventi che minacciano di far cadere il governo, e che di solito questi si verificano nei due anni successivi a una grave epidemia.

Se la storia è un fattore predittivo, le sommosse sociali potrebbero riemergere man mano che la pandemia si attenua. Le minacce possono essere maggiori laddove la crisi espone o esacerba problemi preesistenti come la mancanza di fiducia nelle istituzioni, il cattivo governo, la povertà o le disuguaglianze.

Questo articolo è apparso per la prima volta su IMF Research Perspectives. Gli autori sono Philip Barrett, Sophia Chen e Nan Li.

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