Tangeri. 28 operaie e operai morti in un seminterrato: morti da sfruttamento imperialista

Nella notte tra domenica 7 febbraio e lunedì 8 febbraio 18 operaie e 10 operai sono morti folgorati in una fabbrica tessile di Tangeri, distretto di Braness. Erano al lavoro in un seminterrato, che è stato allagato dalla inondazione che ha colpito nei giorni scorsi diverse zone del Marocco, prima la città di Casablanca e poi quella di Tangeri.

L’industria tessile marocchina, nonostante abbia perduto negli ultimi 15 anni molte migliaia di posti di lavoro, resta centrale nella produzione industriale di quel paese, e rappresenta più del 25% dell’export del paese (maglie, denim, tessuti di arredamento, biancheria per la casa). Produce in larga parte per l’esportazione, per case di moda italiane ed europee, soprattutto per il cosiddetto “prêt-à-porter” – “grazie alla vicinanza del Marocco all’Europa e alla flessibilità della sua manodopera”, spiega “Emilia in Marocco”, una delle benemerite reti che favoriscono la penetrazione delle imprese italiane in Marocco.

In cosa consista la “flessibilità della manodopera”, in larga parte femminile, è presto detto: salari da fame intorno ai 150 euro al mese (nel 2013 le imprese italiane si lamentavano per il secondo aumento salariale ottenuto dai lavoratori in 5 anni, che aveva portato la loro paga oraria a 12,24 dirham l’ora, 1,08 euro); orari di lavoro senza limiti; condizioni di lavoro insalubri e pericolose, senza le necessarie, o minime, condizioni di sicurezza – con l’evidente complicità delle autorità locali e statali marocchine che, manco a dirlo, dopo questo eccidio, “hanno aperto un’inchiesta”.

Una pacchia per gli sfruttatori locali e, ancora di più, per i super-sfruttatori dei paesi imperialisti in grado di mettere in concorrenza queste operaie e questi operai con i loro compagni di classe cambogiani, bengalesi, indiani, cinesi, e ricaricare il prezzo finale delle merci prodotte in Marocco e vendute in Europa di 5, 10, 15 volte. Una catena di fatica, infortuni e tragedie per chi in Marocco, come in Bulgaria, in Bangladesh, in India, è sotto questo tallone di ferro che toglie il respiro.

Denunciamo questo nuovo crimine capitalista e imperialista! Lavoriamo a costruire legami di lotta e di organizzazione sempre più stretti con il proletariato maghrebino e medio-orientale, spremuto e schiacciato dalle “nostre” imprese, dal “nostro” stato, dall’Unione europea!

Al riguardo, riportiamo qui di seguito un buon lavoro di analisi e denuncia a cura della Campagna Abiti Puliti.

L’allarme. «Operai tessili vittime dei vestiti low cost»

Luca Liverani, mercoledì 26 settembre 2018

Campagna Abiti Puliti accusa la multinazionale H&M. In Turchia, Bulgaria, Cambogia e India «paghe da fame e orari infiniti». La replica: dai nostri fornitori pretendiamo salario minimo legale.

Azienda tessile in India (credits Clean Clothes Campaign)

Ancora denunce di paghe da fame e violazioni del diritto del lavoro nella catena di fornitura di H&M. Nonostante le promesse dell’azienda di “abbigliamento low cost”, non ci sarebbe stato nessun miglioramento delle condizioni dei lavoratori entro il 2018. E gli operai in Bulgaria, Turchia, Cambogia e India che riforniscono la multinazionale parlano di sfruttamento. È quanto emerge dalla ricerca «H&M: Le promesse non bastano, i salari restano di povertà» della Clean Clothes Campaign (Ccc), la Campagna internazionale Abiti Puliti.

Secondo la ricerca, i lavoratori guadagnerebbero in India e Turchia un terzo, e in Cambogia meno della metà della soglia di salario dignitoso. In Bulgaria, lo stipendio dei lavoratori di un fornitore di H&M non arriverebbe al 10 per cento di quanto serve a una vita dignitosa. Questo nonostante l’azienda sia uno dei più grandi rivenditori al mondo, con profitti per 2,6 miliardi di dollari. «I salari sono così bassi che dobbiamo fare turni doppi per i bisogni primari», sostiene un lavoratore in India. Gli straordinari in tre delle sei fabbriche esaminate supererebbero il limite legale. Le ore di straordinario in tre delle sei fabbriche coinvolte nell’inchiesta spesso superano il limite massimo legale.

Lavorare di domenica è frequente in tutti e quattro i paesi in cui si è svolta la ricerca. In Bulgaria addirittura i lavoratori hanno raccontato di dover effettuare gli straordinari solo per raggiungere il salario minimo legale. «Entri in fabbrica alle 8 di mattina, ma non sai mai quando ne uscirai. A volte torniamo a casa alle 4 del mattino seguente», rivela un lavoratore della Koush Moda, fornitore di H&M in Bulgaria. Scarsi salari, straordinari eccessivi e l’onere aggiuntivo del lavoro domestico portano a malnutrizione, stanchezza e svenimenti sul posto di lavoro. Un terzo delle donne intervistate in India e due terzi di quelle in Cambogia che lavorano nelle fabbriche per H&M sono svenute sul posto di lavoro. Una lavoratrice in India ha raccontato di essere stata accompagnata dai suoi compagni in ospedale per un’emorragia interna dopo che aveva colpito una macchina durante uno svenimento. Le lavoratrici bulgare parlano degli svenimenti come di eventi quotidiani. Inoltre, una lavoratrice ha denunciato il licenziamento di una compagna dopo uno svenimento.

Le interviste sono state condotte tra marzo e giugno 2018 durante la campagna «Turn Around, H&M» coordinata da Clean Clothes Campaign e sostenuta dall’International Labor Rights Forum e da WeMove.EU. «H&M cerca di far dimenticare gli 850 mila lavoratori cui doveva garantire un salario dignitoso», dice Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Ccc.

Il gruppo H&M ha replicato alla ricerca della Clean Clothes Campaign: «Abbiamo avviato da diversi anni un dialogo con Ccc», «rispettiamo la loro opinione e stiamo lavorando alla stessa visione» ma «non condividiamo il loro punto di vista» su «come ottenere i migliori risultati». Per H&M «non esiste un livello universalmente accettato per i salari di sussistenza » e «i livelli salariali dovrebbero essere definiti e fissati dalle parti». H&M afferma che «tutti i fornitori devono firmare il nostro Sustainability Commitment. Noi richiediamo che paghino almeno il salario minimo, ore di straordinario entro i limiti legali e correttamente compensate».

Infatti, si vede …

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