La vera guerra mondiale? Quella tra oligarchie e proletari, di Marco Veruggio

Riprendiamo dalla Newsletter di PuntoCritico.info dell’8 novembre 2022 questa bella recensione del libro La guerra in Ucraina e l’internazionalismo proletario, comparsa anche su: https://www.glistatigenerali.com/geopolitica/letture-la-verra-guerra-mondiale-quella-tra-oligarchie-e-proletari/. Una sola precisazione: attribuire alla TIR una “matrice bordighista” è piuttosto sommario, perché se è vero che respingiamo in toto la vulgata togliattiana, cioè riformista, intorno ad Amadeo Bordiga, è altrettanto vero che abbiamo delle riserve e delle critiche sull’attività teorica e politica di Amadeo Bordiga (espresse ad esempio, in parte, nel testo di P. Basso, Amadeo Bordiga. Una presentazione, Ed. Punto Rosso, 2021), e tante di più ne abbiamo sul bordighismo. (Red.)

Recensione a La guerra in Ucraina e l’internazionalismo proletario, a cura di TIR (Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria), 2022, 210 pp. Per ordinare il libro: com.internazionalista@gmail.com

Tra le pubblicazioni apparse dopo l’invasione russa dell’Ucraina segnaliamo un volume a cura della TIR – Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, gruppo marxista di matrice bordighista, tra i promotori della manifestazione che sabato a Napoli ha portato in piazza parecchie migliaia di persone e un ventaglio di forze tra cui il Si Cobas e gli operai della GKN, il movimento napoletano dei disoccupati 7 novembre, collettivi studenteschi e attivisti contro il cambiamento climatico.

Il volume è una raccolta di testi – volantini, articoli pubblicati sul blog del gruppo “Il pungolo rosso”, polemiche e un’appendice storica sulle conferenze promosse dai socialisti internazionalisti a Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916) in polemica coi partiti della Seconda Internazionale e il loro sostegno alle proprie borghesie nazionali nella Grande guerra. Il tutto preceduto da un’ampia introduzione che inquadra il conflitto ucraino nella congerie di “eventi traumatici” – guerre, appunto, crisi finanziarie e recessioni, pandemia e crisi ambientale – che segnano questo primo scorcio del nuovo millennio spingendo il capitalismo globale lungo una traiettoria irreversibile: le contraddizioni tra le grandi potenze capitalistiche mondiali dal piano meramente economico si spostano su quello politico-militare. E la guerra in Ucraina, aldilà delle cause occasionali e di chi ha premuto per primo il grilletto, è soprattutto il frutto dell’inevitabile collisione tra i poli imperialisti che oggi si contendono il controllo dei mercati e delle catene di fornitura globali, delle materie prime e della forza-lavoro.

Per questo scrive l’autore dell’Introduzione “La guerra in Ucraina non è una guerra tra la Russia e l’Ucraina; è una guerra tra NATO e Russia sul territorio ucraino” e se l’escalation certo è stata innescata dall’invasione russa “la borghesia ucraina, in particolare il nazionalismo di Zelenski, ha la colpa imperdonabile di aver messo il propro territorio a disposizione dei piani di guerra della NATO gettando la propria popolazione nell’abisso di una guerra sanguinosa e distruttiva, nell’interesse dei soprastanti occidentali e di un pugno di profittatori ucraini – e di avere esercitato una violenta vessazione armata sulla popolazione del Donbass con molte migliaia di morti”. Se esiste, dunque, sia sul versante ucraino sia su quello della popolazione russofona, una questione nazionale e di sovranità territoriale, essa tuttavia viene “risucchiata” dallo scontro principale, quello, appunto, tra NATO e Russia.

Di qui la tesi centrale che fa da premessa ai testi inclusi nel volume e li accomuna e ha il pregio di leggere i fatti sostituendo alle consuete linee di demarcazione tra popoli e nazionalità quelle che separano le classi sociali: “La guerra in Ucraina, per ciò che è e per ciò che prepara, è una guerra contro i proletari ucraini e contro i proletari russi, contro il proletariato di tutti i paesi. Perché è uno scannatoio di proletari e perché impone un parossistico salto di qualità nella concorrenza, nello sfuttamento e nell’oppressione del proletariato anche fuori dall’Ucraina e dalla Russia”. Tesi a cui segue come naturale conseguenza l’idea che per contrastare la guerra si debba lavorare alla costituzione di un fronte internazionale con la parola d’ordine del “disfattismo da entrambi i lati del fronte contro gli oligarchi e i generali della NATO e dell’Ucraina, contro gli oligarchi e i generali della Russia e dei suoi alleati”.

Si tratta di diagnosi e terapie che qualcuno oggi potrebbe giudicare “novecentesche”, ma che non molto tempo fa singolarmente hanno trovato eco nelle parole di un esperto osservatore di guerre come Domenico Quirico su La Stampa di Torino. Evocando gli scioperi e gli ammutinamenti che precedettero la Rivoluzione del 1917, di cui lunedì è caduto l’anniversario, l’ex corrispondente di guerra scriveva che

La fine rivoluzionaria di questa guerra criminale avverrà quando i combattenti si ribelleranno, insieme, alla sofferenza. Sono loro che gettando contemporaneamente i fucili possono rompere il cerchio dei pregiudizi, degli interessi, dei simboli vani, delle bugie. Sono loro che rifiutando di combattere spazzeranno, con il soffio del loro possente respiro di vittime, di sacrificati, il cerchio degli interessi che a Mosca e a Kiev non sono i loro.

E, cogliendo il vero punto debole del pur coraggioso pacifismo cattolico, osservava pungente che

Papa Francesco, come il suo predecessore che, durante la Prima guerra mondiale invocò invano re e presidenti perché fermassero l’inutile strage, sbaglia i destinatari dei vibranti, sempre più sconsolati, appelli alla pace. Non sono Putin e Zelensky, o Biden, che possono spezzare il cappio della guerra. Gli uomini di buona volontà a cui deve rivolgersi, scavalcando, ignorando i capi, sono gli uomini disperati, sporchi, esausti, straziati delle trincee. Il popolo della guerra.

Il volume tuttavia non si ferma alle enunciazioni, ma contiene informazioni e documenti che corroborano la sua tesi di fondo. Mi limito a segnalarne alcuni. Un capitolo si sofferma sulla natura repubbliche di Donetsk e Lugansk e contribuisce a sfatare uno dei miti a cui il Partito Comunista russo, ma anche alcune organizzazioni staliniste o rosso-brune italiane si appoggiano pergiustificare il proprio sostegno all’invasione russa. Una mitizzazione che fa del Donbass un’isola di democrazia popolare semisocialista e, mutatis mutandis, ricorda le acritiche celebrazioni del Rojava curdo. Qui gli autori citano una nota diffusa a febbraio da alcune organizzazioni di matrice anch’essa stalinista (ma con un insediamento sociale nel tessuto industriale della regione) che ci descrive una realtà più plausibile. Le repubbliche separatiste vengono dipinte come regimi capitalistici reazionari creati dalla borghesia russa e locale a proprio  uso e consumo, vanificando il sacrificio di migliaia di lavoratori e militanti operai che nel 2014 avevano combattuto per farle nascere, intravvedendovi il miraggio di un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Nel 2020, ad esempio, le autorità della Repubblica di Lugansk hanno reagito a uno sciopero dei minatori, che reclamavano il pagamenti di tre mesi di stipendi arretrati multandoli e ricorrendo a misure “sanitarie” di lockdown e al blocco delle linee telefoniche e dei social network per evitare che la notizia si diffondesse e la mobilitazione si ampliasse.

Interessante anche il capitolo dedicato alle ricchezze dell’Ucraina, argomento perlopiù sottaciuto dalla cosiddetta informazione. Se spesso si tende enfatizzare eccessivamente le motivazioni economiche dei conflitti a discapito di quelli politici e strategici – ad esempio etichettando tutti i conflitti mediorientali degli ultimi decenni come semplici “guerre del petrolio” – è indubbio che chi si assicurerà il controllo dell’Ucraina o anche solo di alcune regioni ne ricaverà anche l’accesso a un forziere davvero strabordante di risorse. La produzione agricola del suolo ucraino sarebbe in grado di sfamare quasi l’intera Europa, mentre il sottosuolo custodisce importanti giacimenti di carbone, uranio, gas e petrolio, nonché un’ampia gamma di minerali, alcuni decisivi per la transizione energetica. Sul litio presente a Mariupol e nel Donbass meridionale, ad esempio, hanno già messo gli occhi cinesi e australiane.

L’imperialismo italiano, che nei mesi scorsi ha già rivendicato per bocca di Mattarella la sua quota nel business della ricostruzione, non è indifferente a tutto questo ben di dio. Un articolo del sito economico Start Magazine citato dagli autori in un altro capitolo del libro annota che le aziende italiane attive in Ucraina sono oltre 300, che l’Italia importa beni da Kiev per quasi due miliardi di euro ed è il secondo esportatore europeo in Ucraina dopo la Germania e davanti alla Francia. La stessa industria militare italiana, che oggi controlla il ministero della Difesa, giocherà il suo ruolo in questa partita e nel libro c’è anche una scheda che sintetizza le liaisons dangereuses tra il complesso militar-industriale italiano e gli esponenti dei principali partiti, inclusi i 5S.

Infine segnalo due capitoli che affrontano temi a cui nei mesi scorsi le newsletter di PuntoCritico hanno dedicato particolare attenzione: la micidiale riforma del lavoro che Zelenski è riuscito a far approvare definitivamente dalla Verkhovna Rada solo dopo lo scoppio della guerra e che fino a poco prima della crisi aveva spinto i sindacati ucraini a scioperare (GliStatiGenerali220322) e l’ascesa di Zelenski, collocata nelle lotte intestine tra oligarchi ucraini e nello scontro tra questi e i loro omologhi russi. Qui la pur contraddittoria solidarietà di classe che unisce oligarchi russi e ucraini contro i propri proletari affiora con particolare evidenza. Con buona pace di chi tifa per Putin “da sinistra”, infatti, se domani Putin vincesse la guerra e insediasse un proprio burattino a Kiev, è lecito dubitare che il suo primo atto sarebbe quello di abrogare la riforma del lavoro di Zelenski.

Scrivere queste pagine subito dopo le manifestazioni del 5 novembre mi ispira una riflessione che mi pare anche il modo migliore per concludere questa recensione. Prima dei cortei di Roma e di Napoli e della manifestazione “diversamente pacifista” di Calenda a Milano abbiamo assistito a una stucchevole polemica tra partiti che si contendevano la medaglia di “veri pacifisti”. E abbiamo letto purtroppo anche qualche compagno accodarsi alle ormai trite argomentazioni secondo cui invocare la pace significherebbe avallare la resa dell’Ucraina. E, pertanto, fare appello a schierarsi con l’aggredito rivangando le “tradizioni della sinistra” dal Vietnam in poi.

Con tutta la comprensione per chi sostiene in buona fede queste tesi la realtà è che andare in piazza per convincere gli imperialismi che combattono sui campi di battaglia dell’Ucraina a fare la pace è inutile. Così come chiedere ai pacifisti di manifestare davanti alle sedi diplomatiche russe sarebbe come chiedere ai sindacati italiani di scioperare per fermare la riforma delle pensioni in Corea del Sud. Il movimento dei lavoratori nei paesi belligeranti ha un’unica chance di incidere sulla guerra in Ucraina e di allontanare l’incubo nucleare ed è contrastare il proprio imperialismo. Proprio come nei decenni passati manifestare contro i bombardamenti sulla ex Yugoslavia o l’occupazione dell’Iraq serviva non tanto a salvare le vittime dai propri carnefici, ma a gettare sabbia negli ingranaggi degli imperialismi americano ed europeo (italiano incluso).

Per chi oggi ancora vede nell’internazionalismo delle classi dominate l’unico vero antidoto al nazionalismo delle classi dominanti, lo si voglia o no, l’unica ragione per cui oggi valga la pena di andare in piazza è passare dalla morale alla strategia; demolire il mito degli “italiani brava gente”; denunciare i cinici interessi del nostro imperialismo (mascherati da “difesa della democrazia”) e il loro impatto sui proletari ucraini e russi, che pagano con la propria vita, e su quelli italiani e di tutto il mondo, che pagano impoverendosi e perdendo diritti; e, infine, chiamare a una risposta internazionalista, appunto, contro la guerra. Questo libro ha il grande merito di ricordarcelo innanzitutto coi fatti e i numeri.

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